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30 Giugno 2008

Fonte ISTAT (http://demo.istat.it/index.html)
Fonte ISTAT (http://demo.istat.it/index.html)
   

Social media, intranet e Generazione Y


Tutti i post di Roberto Cobianchi
 

Le imprese dovrebbero prestare attenzione più al valore che può essere ottenuto con l'adozione degli strumenti cosiddetti di social media che non ai rischi connessi alla loro introduzione.

È la prima conclusione di Richard Dennison, responsabile in BT per le politiche intranet, social media e knowledge management, dopo alcuni mesi di sperimentazione e avvio di iniziative di social networking sulla intranet di BT.

Il potere dei social media risiede senza dubbio nella dimensione libera e anarchica di internet.
Gli ambienti di lavoro, invece, sono tipicamente avversi a "correre rischi" e sono guidati da "politiche" e da standard precisi. In essi, il numero di utenti è notevolmente inferiore rispetto alla folla di internet ed esprimersi con libertà davanti ai colleghi provoca sempre una certa preoccupazione, perché si è esposti al giudizio di tutti e soprattutto a quello dei propri capi.

Cosa accade se strumenti quali blog, wiki, instant messaging, crowdsourcing vengono trasferiti all'interno di un'organizzazione?

Questo è il rischio che BT Group, già The Electric Telegraph Company, una delle maggiori società di telecomunicazioni e di servizi internet nel mondo, ha deciso di correre.

Alcuni dei risultati ottenuti sono impressionanti. My Pages è il nome dell'intranet application di social networking: consente a ciascuna persona di creare pagine wiki, condividere foto e documenti, calendari di attività, blog e di connettersi ai colleghi con le tipiche funzionalità "contatti - amici". My Pages si è rivelata un'autentica killer application: in un paio di settimane ben 1500 persone hanno creato la propria area e il traffico su questa applicazione ha mandato in tilt il servizio.

L'impatto sull'ambiente organizzativo ha modificato le regole del gioco: la comunicazione interna è cambiata, passando da "attività governata" a "conversazione". Coloro che ne erano responsabili hanno dovuto rinunciare al controllo dei messaggi, passato via via nelle mani della community interna, e hanno dovuto accettare di muoversi su canali di cui non hanno il possesso, quali i blog personali degli impiegati.

La responsabilità sui contenuti è ora delle persone che li hanno pubblicati, e la quantità sempre crescente di informazioni disponibili e poco strutturate ha reso necessario l'introduzione di strumenti innovativi per assicurare la ricercabilità e l'emergenza dei contenuti di valore.
Senza tagging e RSS il valore dei social media content sarebbe molto limitato.

Tutto ciò porta a un'ulteriore riflessione: cosa accadrà nelle imprese italiane, ma non solo, quando la cosiddetta Generazione Y, quelli nati tra il 1980 e il 1994, inizierà a cercare un posto di lavoro consono al proprio modo di essere e di usare la tecnologia?

Nel libro Connecting to the Net.Generation: What higher education professionals need to know about today's students (NASPA - prima edizione marzo 2007). Reynol Junco e Jeanna Mastrodicasa hanno indagato su 7.705 studenti di college americani e hanno trovato che:
• il 97% possiede un computer
• il 94% possiede un cellulare
• il 76% usa uno strumento di instant messaging
• il 15% di coloro che usano uno strumento di instant messaging, sono collegati 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana
• il 34% usa internet come fonte principale di informazione
• il 28% ha un blog e il 44% legge altri blog
• il 49% scarica musica e usa tool di file sharing
• il 75% ha un account su Facebook
• il 60% possiede un qualche tipo di device portatile per ascoltare musica o guardare video.
Allora, cosa accadrà nelle imprese quando queste persone abituate a usare tutta la tecnologia possibile e immaginabile si troveranno di fronte, nella migliore delle ipotesi, una intranet con il solo archivio delle Comunicazioni Organizzative?

27 Giugno 2008

La geografia del Web- Fonte: Graph structure in the web
La geografia del Web- Fonte: Graph structure in the web
   

La geografia del web


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 

Hic sunt leones, qui ci sono i leoni, erano le parole usate dagli antichi cartografi per definire le zone ancora sconosciute del nostro pianeta.
La frase fu coniata dai Romani per indicare le terre inesplorate dell'Africa.

Il WWW, come una volta la Terra, è un mondo inesplorato: più della sua metà è irraggiungibile. Il WWW è una rete formata da link diretti attraverso i quali si naviga in una sola direzione senza poter tornare indietro.
La conseguenza è la suddivisione del WWW in quattro aree distinte, comparabili a quattro continenti secondo lo studio "Graph structure in the web" sviluppato da ricercatori di Altavista, IBM e Compaq.

I continenti del web hanno dimensioni quasi equivalenti, ognuno rappresenta un quarto della sua grandezza.
Uno dei continenti è quello "centrale". Contiene i siti con il maggiore numero di link, come Amazon, eBay e Yahoo e tutti i suoi siti sono collegati tra loro con link diretti o indiretti. E' il territorio in cui navighiamo più frequentemente.
Il secondo continente, ribattezzato "IN", si collega al continente centrale tramite link diretti dai suoi siti, ma non ha link da quest'ultimo.
Il terzo continente, detto "OUT", è visibile dal continente centrale attraverso numerosi link, ma non è con esso collegato tramite i suoi siti.
Esiste poi un ultimo continente "invisibile" che non dispone di alcun link con il continente centrale.

I siti dei continenti IN ed invisibile non sono rintracciabili attraverso i motori di ricerca, che riescono a mappare solo i continenti centrale e OUT. I motori di ricerca, e i navigatori, non "vedono" quindi circa la metà del WWW. Ma i motori più importanti come Google (che ha raggiunto 4.3 miliardi di pagine indicizzate), Alltheweb, Overture, Altavista e MSN continuano ad estendere la loro area di indagine.

Il problema del WWW "terra incognita" dovrebbe quindi risolversi.
Ma non è così: il WWW cresce più dei motori di ricerca e la distanza sta aumentando nel tempo.

25 Giugno 2008

Indice SIPP Partito Democratico- Fonte:Spartan Internet Consulting Corporation
Indice SIPP Partito Democratico- Fonte:Spartan Internet Consulting Corporation
   

Misurare la politica on line


Tutti i post di Luca Eleuteri
 

La misura continua delle performance in campagna elettorale è la chiave di successo per poter adattare le strategie in tempo reale.
La vittoria di Obama su Hillary alle primarie statunitensi era in qualche modo preannunciata dai risultati ottenuti dalla misurazione di alcune variabili empiriche: nel mese di maggio Obama riceveva on-line circa 10.000 citazioni, Hilary appena 4.000 mila. Nello stesso mese Obama raccoglieva on line 31 milioni di dollari, una somma superiore a quella raccolta da Hillary.

Internet offre un infinità di variabili più o meno complesse ma tutte misurabili e aggregabili attraverso specifiche applicazioni freeware e a pagamento.
Alexa, ad esempio, classifica i siti sulle visite degli utenti effettuando l'analisi attraverso una toolbar inserita nel browser.

Definire una misurazione più o meno valida dell'attività politica di un partito o di un candidato e quantificarne il ritorno in termini di investimento, se si esclude l'attività di fundraising ed il voto elettronico, non è comunque immediato.
L'accesso alla banda larga ancora marginale nel nostro Paese, induce il quadro politico attuale, con alcune eccezioni, a sottovalutare le potenzialità della Rete.

Negli Stati Uniti, la Spartan Internet Consulting Corporation attraverso una metodologia che include la misurazione di 650 fattori, ha definito un indice SIPP, Spartan Internet Political Performance, che offre una misura quantitativa delle performance di ciascun candidato alle elezioni statunitensi del 2008.

L'indice tiene conto di fattori quali il numero di Facebook wallposts, il posizionamento del nome dei candidati all'interno dei principali motori di ricerca, il numero di video, di utenti registrati e di commenti in YouTube, le citazioni attraverso blog accreditati in Technorati, insieme a misure più convenzionali come la citazione nelle news on line di CNN e Yahoo News.

Il punteggio totale rappresenta ciò che la Spartan chiama "quota di mercato internet".
Ad oggi questo indice ha ricevuto critiche sull'attendibilità dei risultati dovuta anche alla percentuale di cittadini che utilizzano la Rete (percentuale comunque rilevante, circa 24% degli aventi diritto al voto).

L'indice SIPP durante le primarie del partito democratico aveva comunque previsto la vittoria di Obama sugli 8 candidati democratici e ha già previsto il risultato della sfida tra Obama e John McCain.


23 Giugno 2008

Divisione del mondo secondo le major per i DVD
Divisione del mondo secondo le major per i DVD
   

La nazionalizzazione del navigatore


Tutti i post di Davide Casaleggio
 

I motivi sono diversi: sociali, etici, politici. Il risultato è lo stesso. I singoli Stati stanno ponendo delle restrizioni all'accesso ad Internet dei propri cittadini. Ora anche le aziende provano a utilizzare la provenienza del visitatore per precludergli alcuni contenuti.

Gli esempi degli Stati sono sempre più conosciuti anche grazie al progetto di ricerca opennet.net che ha identificato una forte crescita del numero di Paesi che applica un controllo diretto sulla Rete: oggi circa 40 dai due o tre di pochi anni fa. Tra i nuovi Stati ad utilizzare i filtri ai contenuti per i propri cittadini compare anche l'Italia anche se in modo limitato a questioni di monopolio statale (ad esempio i 1307 siti di scommesse oscurati dagli ISP) o di crimini contro minori.

Gli utenti normali di Internet in Cina non hanno accesso ai giornali stranieri o a siti contrari alla politica governativi come quelli sul Tibet. Chi da Cuba cerca siti di informazione politica non in linea con il Governo non sempre riesce ad accedere. In Russia è allo studio la creazione di un'Internet con caratteri cirillici con l'idea di nazionalizzare Internet e staccarla dall'internet US centrico, sul modello cinese.

Alcuni Stati europei hanno anche restrizioni a contenuti per via delle proprie leggi sui contenuti che possono essere divulgati. Ad esempio, ai navigatori tedeschi è oscurata una parte delle immagini presenti su Flickr e Google ammette di togliere alcuni dei risultati normalmente visualizzati per i navigatori di alcuni Paesi.

Oggi questa pratica di nazionalizzazione del navigatore è utilizzata sempre più anche da aziende private per gestire il copyright secondo una logica che ricorda le regioni istituite dalle major per i DVD.
Chi volesse vedere telefilm (legalmente, con pubblicità) dall'Italia su Hulu, il nuovo servizio on line in partnership con NBC, si vedrà il sito bloccato. E anche Youtube ha creato un servizio per inibire la vista di un video secondo la regione di appartenenza.

La Rete ha già creato sistemi per aggirare queste limitazioni regionali come Psiphon (un software P2P per collegarsi a conoscenti in zone non filtrate), TOR (sistema P2P che rende anonimo il collegamento) e altri.

La Rete è l'economia del futuro. Chi la chiude oggi si vedrà costretto ad aprirla presto.

20 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Streisand Effect


Tutti i post di Maurizio Benzi
 

Nelle scorse settimane un ragazzo decide di pubblicare sul suo blog l'esperienza negativa di acquisto di mobili. L'Amministratore Delegato della società (Mosaico Arredamenti) scopre il post e denuncia il blogger chiedendo un risarcimento danni di 400.000 euro.

Senza questa denuncia probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto e la società non avrebbe avuto alcun danno di immagine da questo commento negativo.
La denuncia invece ha sortito l'effetto opposto: la notizia si è diffusa, altri blog ne hanno parlato e si sono organizzati per scrivere lettere di protesta all'Amministratore Delegato. Ora l'azienda ha avuto davvero un danno di immagine.

Questo è uno degli esempi di autorganizzazione della Rete, che alcuni definiscono come Streisand effect:


Lo Streisand effect è un fenomeno presente su Internet che avviene quando un tentativo di censurare o rimuovere una parte di informazione, provoca una forte diffusione di quelle stesse informazioni. Esempi sono i tentativi di censurare una fotografia, un file, o addirittura un intero sito web, soprattutto per mezzo di lettere di denuncia. Invece di essere soppressa, l'informazione si diffonde rapidamente, riceve parecchia pubblicità e spesso è largamente replicata.


Il termine Streisand effect è stato coniato da Mike Masnick per descrivere le conseguenze della causa milionaria che Barbara Streisand intentò per violazione della privacy, contro il fotografo Kenneth Adelman reo di aver scattato e reso pubbliche attraverso Internet delle foto aree della sua casa in California. Foto che, nonostante i tentativi di censura, ora sono facilmente rintracciabili.

Vale una regola generale: per un'azienda applicare alla Rete comportamenti e meccanismi consolidati perfettamente funzionanti nel business as usal, può portare ad ottenere risultati opposti. Lo Streisand effect è uno degli esempi più evidenti di questa regola, ma non l'unico.


18 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Le 10 migliori Intranet del 2008


Tutti i post di Roberto Cobianchi
 

Anche quest'anno, puntuale come le tasse, Nielsen Norman Group ha pubblicato il rapporto "Intranet Design Annual 2008" che analizza gli obiettivi, il design, l'usability, l'organizzazione dell'intranet team, la tecnologia, le funzionalità e i risultati delle dieci migliori intranet del mondo. I vincitori del premio per il 2008 sono:

Bank of America- USA
Bankinter S.A- Spagna
Barnes & Noble- USA
British Airways- UK
Campbell Soup Company- USA
Coldwell Banker Real Estate Corporation- USA
IKEA North America Service, LLC- USA
Ministry of Transport - Nuova Zelanda
New South Wales Department of Primary Industries- Australia
SAP AG- Germania

Come al solito la metà dei vincitori è degli Stati Uniti; il settore finanziario è rappresentato da ben tre vincitori (due banche e una immobiliare); la maggior parte dei vincitori di quest'anno sono grandi società, con una media di 50.000 impiegati.

Significative novità sono, invece, la presenza della Nuova Zelanda, i tre vincitori del settore della vendita al dettaglio, la premiazione di una piccola organizzazione (con soli 200 utenti intranet) e la presenza di due realtà della pubblica amministrazione centrale.

Tra questi, il Ministero dei Trasporti della Nuova Zelanda (200 utenti intranet) dimostra, ancora una volta, che la "taglia" non è tutto, e che un sforzo piccolo ma ben focalizzato può produrre una ottima intranet.

Gli spunti di riflessione sono innumerevoli, come sempre accade con i documenti di Jacob Nielsen; tra tutti vale la pena soffermarsi sulla questione della giustificazione economica di un progetto intranet.

Bank of America ha raccolto misurazioni dettagliate del tempo necessario per raggiungere 11 differenti destinazioni dell'intranet partendo dall'home page. Dopo il redesign, il tempo medio di navigazione è sceso del 50% passando da 43.6 secondi a 21.7 secondi: il che corrisponde a un aumento della produttività del 101%.

Il ROI non è un fatto teorico, avulso da obiettivi di business.
British Airways ha fissato obiettivi concreti: aumento del 75% dei giorni di formazione on-line e tutti i viaggi del personale prenotati on-line. Il progetto di redesign della BA ha portato un risparmio di costi di 55 milioni di sterline.

A Campbell , il numero di visite giornaliere dell'intranet ha avuto un aumento del 727% dopo il redesign; il numero di pagine attuali viste per visita è decresciuto da 9.12 a 1.43 e, di conseguenza, il numero totale di pagine viste è aumentato solo del 30%. In questo caso, se il successo fosse misurato soltanto con le metriche di accesso, ci troveremmo di fronte a una contraddizione. In realtà occorre considerare che l'incremento di visite indica che un maggior numero di persone accede all'intranet per svolgere i propri compiti operativi e che trova più facilmente ciò che cerca.

Una delle tendenze in atto è infatti è la realizzazione di una home page, eventualmente personalizzata, che diventa la collezione principale di tutti i link alle attività, i programmi, gli strumenti e le novità aziendali:
a single page as "one stop shop".

16 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Microcredito e profitto


Tutti i post di
 

Il microcredito è nato da un'intuizione di un indiano, Mohammed Yunus, nel 1976 e riguarda oggi oltre 150 milioni di persone che hanno potuto dare vita a nuove attività economiche grazie a piccoli prestiti da 100 o 200 dollari senza garanzia, cambiando e migliorando sensibilmente il proprio tenore di vita. Per questa semplice ma geniale intuizione e per l'attività che ha impiantato con la sua Grameen Bank, Yunus si è visto attribuire nel 2006 il Premio Nobel per la pace.
Eppure, ancora oggi molti non conoscono Yunus, e moltissimi non sanno cosa sia il microcredito. Ma, soprattutto, moltissime persone che ne avrebbero bisogno non possono ancora accedere al microcredito.

Il modello Yunus, infatti, pur di enorme successo, riesce difficilmente a penetrare nei paesi e nelle località più disagiate. Il motivo è fondamentalmente che si tratta di un'attività concepita e portata avanti da organizzazioni no profit di piccole dimensioni; circa l'80% di esse serve meno di 10mila clienti. La questione è che nel mondo ci sono circa 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno e, anche se i 150 milioni sono un bel numero, molti altri dovrebbero poter beneficiare del microcredito, ma non ci arrivano.

Le cose stanno cambiando, per merito di un altro indiano, assai meno noto di Yunus, di nome Vikram Akula. Quattro anni fa a Nizamabad, infatti, Akula ha fondato la sua banca SKS con l'obiettivo di allargare la portata del microcredito. Per fare questo Akula si è posto il problema di come reperire i capitali necessari per aiutare un numero di persone più alto di quello servito dal microcredito tradizionale, e in aree non facilmente raggiungibili. Ha così concepito un modello di microcredito "di seconda generazione".

L'idea di Yunus si basa infatti sul concetto che le organizzazioni di microcredito devono essere un "business sociale" e che esse non debbano fare un profitto, ma chiudere i bilanci soltanto in pareggio.
Questa è parsa ad Akula una limitazione da superare. Se si vuole aumentare il numero di persone che accedono al prestito, ha pensato Akula, occorre trovare i capitali presso degli investitori e le banche commerciali. E per ottenere questi capitali occorre remunerarli, come farebbe qualunque altra attività. Dunque, da qui il nuovo modello: la SKS non si limita al pareggio ma punta, in modo trasparente, a fare utili in modo da remunerare il capitale che prende a prestito e che poi trasferisce a chi ne ha bisogno, senza interessi.
L'idea ha preso piede e oggi SKS è un modello da seguire. È una banca con sedi ovunque, specie nelle aree più povere, ha un uso avanzato dell'informatica, ha migliaia di dipendenti e ne assume oltre 500 ogni mese. Ma soprattutto ha già 2 milioni di clienti in 30mila villaggi poveri dell'India, e un tasso di crescita del 200% all'anno.

Ma attenzione, dice Akula, non commettiamo l'errore di pensare che, per il fatto di fare utili, il microcredito di seconda generazione non sia più un business sociale. Anzi, l'obiettivo è proprio quello di portare il credito ai poveri di tutto il mondo, ma con un modello economicamente sostenibile.

13 Giugno 2008

Sananda Maitreya
Sananda Maitreya
   

Musica on line: intervista a Sananda Maitreya


Tutti i post di Maurizio Benzi
 

Sananda Maitreya è uno tra gli artisti di fama mondiale, che maggiormente crede nella potenzialità della Rete nell'ambito della musica.
Ho avuto l'occasione di intervistarlo per il rapporto sull'editoria on line che stiamo realizzando.

Lei ha deciso di allontanarsi dal mondo delle grandi industrie musicali. Quanto ha influito Internet nella sua scelta?
SM: La decisione di abbandonare le majors è stata per me istintiva, l'ho fatto per onorare la mia integrità di artista. Internet ha rappresentato un sogno sin dall'inizio, ricordo nei primi anni '90 di aver iniziato a sentir parlare di questa nuova possibilità di distribuire la musica, e sin da allora sapevo che, una volta libero, avrei utilizzato la distribuzione digitale come un'opportunità per creare la mia visione di musica e dare alla gente una possibilità diretta di partecipare con me a questa creazione. Era allora un sogno il comunicare direttamente con persone che avessero la stessa visione, come un sogno era quello di poter creare in modo libero rispetto alle politiche delle case discografiche.
Internet mi ha dato l'opportunità di mettere le mie idee su una "tela" più grande ma al tempo stesso più intima. Su internet io non devo obbligatoriamente essere classificato come un "black" o "R&B" Artist, ma posso semplicemente essere un artista.

Secondo la sua opinione come cambierà l'industria discografica nei prossimi cinque anni? Ritiene che il cambiamento in atto sia irreversibile?
SM: Credo che la concentrazione di potere nelle mani delle majors, nonostante l'appoggio dei governi, ai quali ora le stesse fanno petizione, sia per sempre dissipata. Anche se è possibile che esse recuperino terreno, le regole del gioco sono ora cambiate per sempre.
Una volta potevi correre dalla mamma e lei poteva aggiustare le cose, ma ora questo è un argomento che la madre non può aggiustare, c'è stato un cambiamento quantico nelle coscienze ed i giovani non sono più intimiditi quando vengono ripresi dalle corporation sul tema del furto, rubare dai pirati delle corporation (che a loro volta hanno rubato agli artisti), non ha più grande peso sui più giovani, 'piratì più veloci che combattono le majors sul loro stesso terreno.
Con internet arrivano idee che non sono prefiltrate dalle corporation, questo esalta molta più gente con nuove possibilità. La musica incoraggia gli spiriti, quindi se alla musica viene dato il giusto spazio per espandersi, lo stesso accadrà allo spirito della gente. Si comincia a percepire che le major utilizzano la musica esclusivamente per tenere a bada e mantenere in uno stato di dormiveglia, naturalmente la gente comincia a ribellarsi ed a vedere alternative che non hanno come unico obiettivo quello di portarli agli inserzionisti.
Sì, il cambiamento in atto è irreversibile, nel senso che mai più si avrà un controllo monopolistico su che cosa la musica deve contenere e su come la musica vada contenuta. A revolution is a real force of nature, una rivoluzione è la vera forza della natura e questo è probabilmente il più grande passo in avanti storicamente forse dai tempi dell'invenzione della stampa di Guttemberg!

Come ha giudicato la scelta dei Radiohead di vendere on line lasciando decidere il prezzo agli utenti?

SM: Considero i Radiohead maestri del loro stesso destino, che, in qualità di cittadini che pagano le tasse ad una società relativamente libera, hanno ogni diritto di essere tali.
Noi artisti, siamo tutti "buskers" e clown nella nostra varietà e dovremmo essere tanto flessibili su come ci guadagniamo da vivere quanto la creatività e le circostanze ce lo permettono.

La Rete offre nuove opportunità a giovani artisti. Tuttavia per chi non è ancora conosciuto al grande pubblico, è difficile riuscire ad avere un ritorno economico dalla propria attività artistica. Qual è la sua opinione in merito?
SM: Una scusa resta sempre una scusa. Se sei pronto, se hai voglia di lavorare sodo e di farti in quattro per migliorare la tua attività, tutto può essere tuo, il tempo diventa semplicemente un alleato. L'atteggiamento è TUTTO. Se credi alle statistiche, ti troverai a lavorare per le statistiche. Cerca di credere, invece, SOLO nelle tue possibilità e ammazzati di sudore per realizzare i tuoi obiettivi. Tutte le cose vere e sincere trovano il loro tempo, io personalmente non sono interessato al resto.

Quale sarà il suo futuro su Internet? Ha delle iniziative in mente?
Il mio futuro su internet evolverà al passo dell'evoluzione di internet, e al tempo necessario per focalizzare la mia attenzione su come portare la musica stessa in una quarta dimensione più interattiva. Mi piacerebbe molto vedere la musica associata ai giochi di memoria, per poter sviluppare il funzionamento del cervello e per raggiungere guarigioni più rapide oppure semplicemente una memoria più attiva.
Vorrei anche che la mia musica agisse come un "Viagra" organico, che ti infuoca il corpo e la mente! Gli Mp3 rappresentano un modo meno prevenuto per distribuire buona musica che vuole raggiungere tutte le persone. L'Mp3 fa per me e io ne sono davvero grato, esso rappresenta la genuina risposta ai miei sogni creativi.

11 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Il futuro dei prodotti: diventare servizi on line


Tutti i post di Davide Casaleggio
 

Il futuro dei prodotti è diventare servizi. Il futuro dei servizi è on line. Il futuro dei servizi on line è inventare nuovi prodotti.

Il computer non è più il sinonimo di Internet perchè i dispositivi che utilizziamo evolvono on line le loro funzionalità.
I migliori servizi on line si trasformano in nuovi prodotti.
I prodotti in Internet utilizzano informazioni in tempo reale per migliorare il servizio.

Il navigatore TomTom visualizza dati del traffico e del meteo per stabilire il miglior percorso, o la posizione dei propri amici per raggiungerli.
La Apple TV integra i contenuti della rete come i filmati di YouTube.
Le macchine fotografiche consentono di inserire le proprie foto on line. In fase di lancio i servizi on line di frigoriferi, forni a microonde, e lavatrici.

I servizi on line si evolvono in prodotti per aumentare il loro bacino di utilizzatori e le occasioni d'uso.

Il lettore Kindle di Amazon permette di acquistare e leggere i libri in vendita nella libreria on line. I telefonini di Skype sono un'alternativa al cellulare per le chiamate internazionali dagli uffici.
Google ha annunciato per il 2008 il rilascio di Gphone che darà un nuovo punto di ingresso a tutti i servizi di Google.

Le iniziative più profittevoli inventano nuovi mercati, secondo la
"Blue ocean strategy" : creare mercati nuovi senza concorrenti.
L'esempio più famoso è Apple che con l'invenzione dell'Ipod ha creato un business on line "accessorio" di circa 15 miliardi di dollari previsti per il 2010.


9 Giugno 2008

   

Copyleft


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 
Il copyleft è esattamente l'opposto del copyright, quindi del diritto d'autore, anche a livello grafico è riportato una "C" rovesciata .
Un testo accompagnato con questa simbologia può essere usato,modficato e distribuito senza alcuna restrizione da chiunque.
Esistono delle varianti del copyleft che sono una via di mezzo rispetto al copyright e al copyleft, la più diffusa è chiamata Creative Commons, disponibile dalla fine del 2003 anche sui siti italiani.
Le licenze Creative Commons consentono di utilizzare il materiale disponibile nel sito con poche restrizioni che riguardano la citazione dell'autore, la non utilizzabilità per fini commerciali e la non modifica del contenuto.
In rete i simboli del copyleft e le Creative Commons garantiscono il navigatore, nel senso che se si incontrano questi simboli all'interno di un sito, si sa che è possibile utilizzare tutto il contenuto senza restrizioni.

Il copyright esiste dall'inizio del settecento, fu introdotto con un testo chiamato Statuto di Anna, l'allora reggente del Regno Unito. In realtà, il problema del copyright era nato quasi trecento anni prima, con l'introduzione del carattere della stampa mobile, in particolare con Gutenberg, che provocò la distribuzione del sapere, che fino ad allora non era disponibile quasi a nessuno, ed impose la regolamentazione del sapere stesso.
Lo Statuto di Anna introdusse un paio di concetti che ci hanno accompagnato fino ad oggi,  la proprietà dell'autore e  la validità temporale di questo diritto d'autore, in particolare lo Statuto di Anna portò questo tempo a 14 anni.

Internet ha messo in discussione queste leggi che grosso modo non sono variate nei trecento anni che ci separano dallo Statuto di Anna.

ll software libero inventato da Stallmann che creò il celebre GNU-manifesto, in cui propugnava le proprie tesi, era antesignano del copyleft e quindi della possibilità di utilizzare un software senza doverlo pagare scaricandolo dalla Rete.
Linux è sicuramente una delle evoluzioni più importanti di questa impostazione di Stallmann e a sua volta deriva da Unix, il primo sistema operativo costruito nelle Università americane.
Si può dire quindi che open source e copyleft sono figli della stessa filosofia.

Per quanto riguarda il mondo fisico il prodotto più celebre che fu inventato come provocazione da una società canadese di collaborative software si chiamava Open cola, una lattina color argento che riportava il sito. Chi si collegava al sito poteva rilevare la composizione di questa bevanda simile ad altre bevande che finiscono per cola e riprodurla liberamente senza chiedere nulla a nessuno, questa impostazione può essere applicata a qualunque cosa, anche ad un farmaco. Se infatti venisse scoperto un farmaco per una malattia incurabile e si volesse rendere disponibile a tutti in Rete, questo sarebbe un copyleft che potremmo definire sociale.

Sull'evoluzione del copyleft ci sono numerosi pensatori, uno di questi è Lessig che ha scritto alcuni libri, in particolare uno intitolato "Free Culture" in cui delinea lo scontro tra le forze economiche e la diffusione della conoscenza libera

Le prospettive che si possono aprire con il copyleft sono una situazione sempre più di conflitto tra un'economia basata sul copyright e la possibilità che la Rete dà in realtà di applicare il copyleft, se un' informazione viene resa pubblica in Rete in qualche modo non è più controllabile.


6 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Enterprise 2.0


Tutti i post di Roberto Cobianchi
 
Nella primavera del 2006 in un articolo dal titolo:
"Enterprise 2.0: The Dawn of Emergent Collaboration",
Andrew McAfee professore alla Harvard Business School,
coniò il termine Enterprise 2.0 e ne diede questa definizione:
"... is the use of emergent social software platforms within companies, or between companies and their partners or customers."


Il prof. McAfee inventò la sigla SLATES per ricordarne in modo semplice le sei componenti tecnologiche:

S-earch rendere ricercabili le informazioni per parole chiave
L-inks dare forma alle connessioni tra i contenuti mediante i link
A-uthoring consentire la creazione diffusa dei contenuti
T-ags favorire una organizzazione dei contenuti che nasce dalle attività on-line degli individui
E-xtensions

ampliare la conoscenza estraendola dalle attività e dai comportamenti delle persone

S-ignals segnalare la pubblicazione di nuove informazioni


Da allora il dibattito si è acceso sulla Rete e non solo: negli ultimi 90 giorni Technorati ha indicizzato una media giornaliera di 200 post, da due anni si tiene a Boston la Enterprise 2.0 Conference, sono nate società di consulenza, ci sono blog che hanno cambiato nome adeguandosi al trend, sono nati Osservatori che producono rapporti sullo stato di adozione della Enterprise 2.0 nelle organizzazioni.

Uno degli ultimi rapporti e forse il più interessante è "Enterprise 2.0: Agile, Emergent, and Integrated" pubblicato a fine marzo di quest'anno dalla Association for Information and Image Management

Il documento indaga non solo lo stato di applicazione dei concetti e delle tecnologie della Enterprise 2.0, ma si spinge ad analizzare le motivazioni, gli impatti, le opportunità e gli ostacoli alla sua diffusione nelle organizzazioni. Molti gli spunti di riflessione presenti nel rapporto, ma tra tutti colpisce una contraddizione.

Alla domanda "How critical is Enterprise 2.0 to Your Organization's Overall Business Goals and Success?", ben il 44% del campione la indica tra "Imperative" e "Significant": quasi la meta' dei 441 intervistati vi ripone grandi attese per il successo dell'impresa nel raggiungere i propri obiettivi di business. Mentre alla domanda "How well is Enterprise 2.0 understood in your organization?" il 41% ammette di non sapere esattamente di cosa si tratti.

In breve, viene percepito come strategico qualcosa che non si comprende appieno.

In generale l'approccio alla adozione delle tecnologie Enterprise 2.0 è tattico piuttosto che strategico: alla domanda "Is implementation of Enterprise 2.0 in your organization driven more by ad hoc usage or strategic?", il 46% riconosce un approccio basato su iniziative puntuali non inserite in un contesto di diffusione strategico.
In sostanza, l'adozione di wiki, blog, RSS e' il risultato di iniziative localizzate in aree aziendali o in ambiti dai confini temporali ben definiti: il 34% delle applicazioni avviene, infatti, nell'ambito di team di progetto.

Emerge poi che i principali driver sono gli utenti finali e non gli IT manager: segno, questo, che - come accade su internet - anche nelle organizzazioni l'innovazione e il cambiamento nascono dal basso, o almeno, iniziano a nascere dal basso. Con maggior probabilita' di successo e di "permanenza" nel tempo.


4 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Innovare grazie alle idee dei clienti


Tutti i post di Maurizio Benzi
 

Un'azienda in Rete deve essere disposta a mettere in discussione le sue modalità di comunicazione e sopratutto i suoi prodotti o servizi.
In Rete i clienti hanno la possibilità di esprimere i loro giudizi ovunque vogliano, ed è impensabile ignorare questo fenomeno. Questa propensione alla partecipazione può rivelarsi un'opportunità per le imprese disponibili al confronto con i clienti, nella definizione delle proprie strategie e nell'innovazione dell'offerta.

Starbucks, la grande catena americana, ha deciso di seguire questa strada, con My Starbucks Idea:

"Tu sai meglio di chiunque altro, cosa vuoi da Starbucks.
Qual è la tua Starbucks idea? Rivoluzionaria o semplice, noi vogliamo sentirla. Condividi le tue idee, invia il tuo parere sulle idee di altre persone e partecipa alla discussione.
Siamo qui, e siamo pronti a realizzare le tue idee."

My Starbucks Idea è uno spazio in cui chiunque può condividere la sua idea relativa a Starbucks, votare e commentare le idee degli altri e verificare come le migliori idee vengono messe in pratica.

My Starbucks Idea

La strategia attuata da Starbucks è innovativa ma rischiosa. Non tutte le aziende sono infatti in condizione di applicarla. Ad esempio, chi non è in grado di prestare ascolto alle idee all'interno della propria organizzazione, difficilmente potrà comportarsi in maniera diversa con i clienti.
Illudere senza dare un concreto seguito alle migliori proposte dei propri clienti, significa compromettere la relazione e perdere di credibilità. Nel 2007 Dell si cimentò in un'iniziativa simile a My Starbucks Idea, lanciando Idea Storm un progetto che ormai pare lasciato a sè stesso.

La trasparenza on line verso i clienti ha un prezzo. Per ora poche aziende sono disposte a pagarlo.

3 Giugno 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Protezionismo e globalizzazione


Tutti i post di
 
La globalizzazione è un termine relativamente nuovo, ma non è un fenomeno nuovo.
In passato si parlava più facilmente di internazionalizzazione, poi negli anni Ottanta sono state poste le premesse per parlare di una nuova realtà globale.
Le premesse sono state le grandi ondate di liberalizzazione: degli scambi internazionali, delle telecomunicazioni, della finanza, dei trasporti. È aumentata così l'integrazione economica, commerciale, finanziaria e sociale tra i Paesi, non solo avanzati, ma anche in via di sviluppo (oggi chiamati emergenti). Che il fenomeno in sé sia stato positivo è indubbio.

Il problema è che c'è chi dalla globalizzazione ha guadagnato e chi ci ha perso: alcuni Paesi più di altri, alcune aziende più di altre, alcuni cittadini più di altri.
Dunque, se i sostenitori della globalizzazione hanno molte ragioni, non si possono trascurare quelle di chi non ne ha beneficiato. Su questo tema da mesi in Italia si dibatte, in particolare dopo la pubblicazione del libro di Giulio Tremonti. Ma in realtà è un tema caldo ovunque e, per esempio, è in questo momento argomento di confronto tra i candidati presidenziali americani, Barack Obama fra i Democratici e John McCain fra i Repubblicani.
Infatti, il problema di fondo di cui ci si deve preoccupare è che i perdenti della globalizzazione non restano passivi a subire la situazione, ma protestano vivacemente, e chiedono di essere compensati. Purtroppo, questa compensazione prende spesso la strada del protezionismo. All'interno di un singolo Paese il protezionismo prende la forma di richiesta di sovvenzioni, più o meno dentro ai meccanismi del welfare state; sul piano internazionale, prendono la forma di richieste di chiusura dei mercati nazionali rispetto alla concorrenza estera che, si dice, distrugge posti di lavoro. Si viene così a creare una situazione paradossale: chi perde dalla globalizzazione, le si oppone e chiede il ritorno al protezionismo; in questo modo, però, provoca spesso conseguenze che sono peggiori del male che si cerca di curare.

Il protezionismo, come lo si è vissuto negli anni Trenta del secolo scorso, provoca inevitabili reazioni a catena e maggiore povertà per tutti, ma soprattutto comporta una grave minaccia alla democrazia come sistema politico. Questo significa accettare la globalizzazione senza protestare? No di certo, significa però che la protesta deve prendere la strada non di un ritorno all'indietro, ma di un migliore e maggiore governo della globalizzazione.
Vale a dire, misure di riqualificazione dei lavoratori spiazzati dalla concorrenza internazionale, supporto alle aziende per la riconversione, accordi internazionali di tipo sia finanziario sia commerciale, maggiore e più qualificato ruolo degli organismi internazionali, come il Fmi e la Wto.

Un recente libro dell'economista Giorgio Ruffolo ha un curioso titolo:
"Il capitalismo ha i secoli contati". In esso si sostiene che il capitalismo, che è la forza motrice della globalizzazione, costituisce oggi come cinquecento anni fa la forma storica più duttile e vitale che abbiamo a disposizione: dopo la fine del comunismo e delle sue utopie in politica ed economia, occorre gestire il capitalismo e la globalizzazione così come si gestisce in politica la democrazia: sfruttandone i punti di forza e cercando di attenuarne difetti e punti di debolezza. E ricordando ciò che già Churchill diceva della democrazia, e cioè che è la peggiore forma politica esistente, tranne che è migliore di qualunque altra.