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25 Luglio 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Le banche centrali nella crisi finanziaria


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

La crisi finanziaria mondiale, innescata dal pasticcio dei subprime in America, continua a far tremare le Borse di tutto il mondo. L'America si aspetta la recessione, malgrado la Fed abbia compresso i tassi d'interesse al 2%; l'Europa pensa ancora di fare un po' meglio, ma senza grandi certezze; e l'Italia è ferma. La domanda che tutti si fanno è: abbiamo toccato il fondo, o dobbiamo aspettarci ancora nuovi inattesi, e magari catastrofici, sviluppi? Solo pochi giorni fa è scoppiata la bomba di Fannie Mae e Freddie Mac, due istituzioni quasi "religiose" nel mondo della finanza americana e, dunque, mondiale. La Fed alterna segnali di preoccupazione a segnali di rassicurazione. Ma evidentemente la situazione non è chiara e chissà cosa può ancora nascondersi sotto la superficie del mondo bancario e finanziario negli Usa e altrove.
Molti pensano ormai che, al di là di quanto occorrerà perché si risolva, questa crisi sia stata molto mal gestita, e in primo luogo proprio dalle autorità monetarie di tutto il mondo. I comportamenti delle grandi banche centrali sono sotto accusa: la Fed, la Banca centrale europea, Bank of England, la Banca centrale svizzera e altre ancora non hanno brillato per lucidità di comportamenti e, alla fine di questa vicenda, delle decisioni dovranno essere prese.
La tentazione di confrontare tra loro le mosse delle principali banche centrali è forte e, anche se forse oggi è ancora presto per avere un quadro chiaro, alcune considerazioni sono d'obbligo. Innanzitutto, salta all'occhio che Fed e Ecb si sono mosse in direzioni diametralmente opposte per quanto riguarda i tassi d'interesse. Gli americani hanno continuamente ridotto il costo del denaro, iniettando enormi masse di liquidità, per sostenere la congiuntura e finanziare il sistema bancario in pezzi. In buona sostanza, hanno privilegiato la crescita rispetto al controllo dell'inflazione, e in questo modo hanno aggravato la posizione del dollaro. Un comportamento che in Europa è generalmente considerato poco ortodosso per una banca centrale.
Tanto è vero che l'Ecb è andata dall'altra parte. Sia pure una sola volta, e per un solo quarto di punto, però ha aumentato i tassi già al 4%, avendo in mente l'obiettivo assoluto del contenimento dei prezzi. Il governatore Trichet potrà essere poco amato per questo, e qualcuno lo criticherà per avere condannato alla disoccupazione qualche migliaio di lavoratori in più. Gli stessi Sarkozy e Merkel lo hanno disapprovato, e a poco conta che al recente G8 Berlusconi lo abbia difeso. Ma, di certo, il capo della banca europea ha dato una bella dimostrazione di rigore monetario e di indipendenza dal potere politico nel mantenere la linea rigorista ereditata dalla Bundesbank che fu. E ha dato una sonora lezione a un Ben Bernanke che ha accomodato le esigenze del mercato, ma anche del potere politico, mostrandosi più preoccupato della crescita che della stabilità. Tra l'altro, effetto collaterale di queste due linee contrapposte è stato l'ulteriore indebolimento del dollaro rispetto all'euro, e questo a sua volta ha con ogni probabilità alimentato la febbre dei prezzi del petrolio di questi ultimi mesi.
Un'ultima considerazione riguarda gli interventi che un po' tutte le banche centrali hanno attuato, e continuano ad attuare, per scongiurare il peggio. In rapporto a questi interventi si parla ormai apertamente di un nuovo dirigismo ben lontano dalle pulsioni iperliberiste che hanno dominato negli ultimi due decenni. Qualche esempio: naturalmente le vicende di Bear Stearns, Fannie Mae e Freddie Mac negli Usa, quella di Northern Rock in Gran Bretagna, e quella di Ubs in Svizzera. I salvataggi di istituzioni carismatiche come queste hanno certo l'effetto di calmare i nervi più scoperti, ma agiscono in profondo sulla struttura dei mercati. E se i benefici a breve possono essere abbastanza evidenti, i costi sul lungo periodo potrebbero essere molto alti.

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