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10 Settembre 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Dollaro bye bye


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Già negli anni Sessanta il presidente Charles De Gaulle, che non amava tanto gli americani, criticava il dollaro per l'intollerabile privilegio che consentiva all'America di indebitarsi all'estero nella propria moneta.
Qualche anno fa gli stessi paesi arabi, stufi dell'altalena del dollaro che faceva un po' troppo spesso scendere il valore dei loro patrimoni, avevano meditato di quotare il petrolio in euro, anziché in dollari. Per ora l'idea è congelata, ma chissà se non verrà presto rispolverata.

La novità è infatti che ora Brasile e Argentina dicono addio al dollaro nei loro scambi commerciali (succederà entro un paio di settimane), ma progettano addirittura di creare una moneta unica per tutto il Sud America, imitando così l'Unione europea e creando una nuova zona monetaria. Potrebbe anche non succedere. In fondo i due presidenti, Lula e Kirchner, hanno sufficienti caratteristiche demagogiche, nella più pura tradizione latino-americana, per non riuscire poi ad arrivare a concretizzare un progetto colossale come quello dell'area monetaria, ma chissà.

Il dollaro, è chiaro, piace sempre meno e al momento fa tremare tutti.
In primo luogo i paesi asiatici, Cina in testa, che pompano da anni liquidità nelle casse americane acquistando i titoli di Stato Usa grazie agli enormi attivi commerciali accumulati. Non solo il deficit commerciale americano è speculare al surplus dei paesi asiatici, ma anche il debito estero Usa è in gran parte nei forzieri delle banche centrali dell'Asia. E il dollaro, letteralmente, impallidisce.
È vero che da qualche tempo sta recuperando terreno rispetto all'euro, ma è vero anche che in precedenza aveva perso la metà del suo valore rispetto alla moneta unica europea. Era già successo, per esempio negli anni Ottanta, e con gli accordi del Plaza e del Louvre si era recuperata la situazione. Ma oggi, causa la grande crisi finanziaria non ancora risolta, la situazione si presenta più difficile.

Viene in mente quella grande strategia che all'inizio del Novecento il presidente americano William Taft lanciò proprio allo scopo di stabilire una forte presenza statunitense in Sud America (considerato il "giardino di casa", in coerenza con la famosa Dottrina Monroe). Quella di Taft fu battezzata la "diplomazia del dollaro" e si direbbe che abbia funzionato piuttosto bene fino ai giorni nostri. Il conto alla rovescia del declino del dollaro, però, potrebbe essere già cominciato.

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