webTime

webTime la newsletter di Casaleggio Associati Iscriviti a webTime, la nostra newsletter quindicinale



webTime
Segnalazione dei nuovi post
nota informativa sulla privacy


E-commerce in Italia

L'area riservata ai merchant dell'e-commerce "E-commerce in Italia".
Scopri le edizioni dei 7 convegni.

Vai all'area e-commerce in Italia



Libro: Tu sei Rete

Tu sei Rete La Rivoluzione del Business, del marketing e della politica attraverso le reti sociali.

ACQUISTA



Prometeus - The Media Revolution

Prometeus - The Media Revolution

La nostra visione del futuro dei media descritto attraverso un video.

Guarda il video

La mappa del potere

Mappa del potere Il social network dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa.

Crea la tua mappa


Aggiornamenti

Feed Rss Segui gli aggiornamenti del blog Casaleggio Associati iscrivendoti attraverso i feed RSS.


28 Aprile 2010

Trasmissione settimanale di Gianroberto Casaleggio, in onda su ClassLife
   

E-commerce 2010


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 

Nel 2009 l'e-commerce è cresciuta in Italia a due cifre come negli anni precedenti e ha superato i 10 miliardi di euro, una crescita del 58% sull'anno precedente, in assoluto di circa 3,5 miliardi di Euro è una crescita che è dovuta prevalentemente a due settori che sono quello del turismo che è cresciuto rispetto all'anno precedente di circa un miliardo di euro, ma soprattutto al settore delle scommesse, dei giochi online che più generalmente è riferito come tempo libero.
Casaleggio Associati ha fatto una ricerca sull'e-commerce che è stata presentata alla Camera di Commercio di Milano ed è disponibile gratuitamente sul sito www.casaleggio.it. Il settore di maggior crescita è stato quello delle scommesse on line ed è stata la prima area con il 42% del fatturato globale, il turismo, il secondo, ha avuto il 35% del fatturato, l'elettronica di consumo l'8,7%, le assicurazioni il 6,9%, tutti gli altri settori hanno avuto un valore soltanto pari o inferiore al 2%. In Europa lo scorso anno c'è stata una crescita molto forte, la crescita ha portato al valore complessivo di circa 307 miliardi di Euro di transato, una crescita del 20%, in molte nazioni europee ormai l'e-commerce rappresenta una quota irrinunciabile per il conto economico delle aziende, in Gran Bretagna vale quasi il 10% di tutte le vendite al dettaglio, in Germania il 6,9%, in Francia il 4,9%, in Italia la percentuale è soltanto dello 0,8%, quindi briciole.
Tra le cause della distanza tra l'Italia e il resto d'Europa il primo fattore è sicuramente la maggiore diffusione della banda larga negli altri Paesi europei. Gli aspetti più importanti secondo gli operatori dell'e-commerce italiani sono nell'ordine: la credibilità del marchio per il 45%, l'ampiezza della gamma per il 36%, la fidelizzazione dei clienti per il 31% e le politiche di prezzo sono soltanto al quarto posto con il 29%, quindi il prezzo è importante ma non è tutto nell'online.
Nel 2009 le aziende hanno, anche per causa della crisi, ridimensionato i progetti di espansione all'estero e si sono concentrate, viceversa, sulle acquisizioni di nuovi clienti attraverso marketing e promozione per il 46% delle aziende e nel miglioramento dell'usabilità e della user experience dei loro siti per il 24,7%.
Questo trend ha portato alla concentrazione di aziende, quindi a un minor numero di aziende rispetto all'anno precedente, ma di dimensioni maggiori attraverso fusioni o acquisizioni. Il tema della promozione online nella sua efficacia e della scelta degli strumenti, è comunque ancora del tutto irrisolto, infatti il 56% degli operatori dell'e-commerce, si è dichiarato insoddisfatto, i principali strumenti di promozione utilizzati sono ancora i tradizionali keyword advertising per il 73%, le mail marketing per il 57% e l'ottimizzazione dei motori di ricerca, detta SEO per aumentare il traffico verso il proprio sito con il 50,6%.
Nel 2009 si sono affacciati nell'e-commerce anche i social media che sono diventati uno strumento diffuso nel 42% delle aziende dell'e-commerce, il primo social media in assoluto utilizzato è stato Facebook per ben l'83% delle aziende che usano social media, seguito da YouTube con il 40% e da Twitter per 32%. L'e-commerce in Italia e quindi soltanto al suo inizio con grandi spazi di crescita per gli operatori, ma oggi è ancora frenato da una legislazione non adeguata e in alcuni casi anche punitiva, dalla scarsa diffusione della banda larga, la cui valenza strategica per lo sviluppo del Paese è molto sottovalutata e dai costi dei servizi come quello della logistica che sono spesso al di sopra o molto al di sopra della media europea.

22 Aprile 2010

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Microblogging tra marketing ed enterprise 2.0


Tutti i post di Roberto Cobianchi
 

Il microblogging è da tempo al centro dell'attenzione di molti osservatori, esperti di marketing on-line ed esperti di enterprise 2.0.
Da un lato viene analizzato come strumento di marketing utile per entrare nella conversazione con il network, stimolare l'attenzione e le vendite di prodotti e servizi, modificare la percezione che il mercato ha del brand.
D'altro canto il microblogging viene proposto come pratica utile all'interno delle imprese per favorire lo scambio di conoscenze, risolvere problemi in tempi rapidi e, come conseguenza di questo, incrementare la produttività, in pieno stile enterprise 2.0.
Un recente studio di Kate Ehrlich del Centro Ricerche IBM sul Software Sociale ha indagato su come i dipendenti IBM utilizzano due strumenti di microblogging, Twitter e BlueTwit. Il primo lo conosciamo tutti, mentre il secondo è in pratica un clone del primo con due differenze: è accessibile solo all'interno della rete IBM e ha un limite di 250 caratteri anziché 140.
L'analisi è stata condotta su base quantitativa e qualitativa.
Tra marzo e giugno del 2009 sono stati raccolti i contributi di dipendenti che utilizzavano entrambi gli strumenti: da un'iniziale base di dati su 1257 dipendenti, la ricerca si è ristretta ai 34 che mostravano un uso regolare di entrambi gli strumenti.
L'analisi qualitativa si è basata su interviste individuali a un ulteriore sottogruppo di 25 persone.
Successive pulizie e scremature hanno ristretto il campo d'indagine dagli iniziali 19.067 post a soli 4.961 micro-contenuti che sono stati classificati in sei categorie:

  • aggiornamenti di stato - post che rispondono alla classica domanda "Cosa stai facendo?"
  • informazioni - post che contengono news, commenti, link
  • retweet - post che rilanciano contributi altrui
  • domande - post di richiesta d'aiuto
  • messaggi diretti - post che forniscono informazioni ma diretti a utenti specifici (con l'uso del carattere speciale @)
  • domande dirette - post di richiesta d'aiuto ma diretti a utenti specifici (con l'uso del carattere speciale @).

Il grafico qui sotto riporta la distribuzione numerica dei messaggi.

cobianchi.jpg

In sostanza Twitter viene usato per aggiornamenti di stato e per condividere informazioni e commenti con un pubblico generico; quando però si tratta di porre domande, richiedere aiuto e rispondere a domande e richieste, ci si affida BlueTwit, uno strumento "riservato".
Segno questo che le persone sembrano comprendere molto bene qual è il confine tra le informazioni generiche, divulgabili all'esterno dell'impresa e quali invece devono restare in un ambito più riservato:
if all that went outside I would feel that you would be somewhat exposed because inside people are more willing to share more readily their direct experience whereas outside they are probably not likely to say here's something that went really wrong... although would not be seen as a bad thing...

20 Aprile 2010

Trasmissione settimanale di Gianroberto Casaleggio, in onda su ClassLife
   

Cultura libera


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 

La diffusione della Rete sta mettendo in discussione il Copyright, visto come protezione degli autori e anche come strumento economico di sviluppo.
Il Copyright in questi anni ha avuto da parte della Rete delle alternative, in particolare due: una è il Creative Commons, quindi la possibilità di mettere a disposizione propri contenuti digitali a terzi con alcune regole, tra queste per esempio l'impossibilità di usare gli stessi contenuti per fini commerciali o di lucro. Un altro e più potente strumento in contrasto al copyright è il Copyleft, riconoscibile per una "C" rovesciata che mette a disposizione contenuti digitali secondo la volontà dell'autore, ovviamente in modo totalmente libero, quindi di questi contenuti si può fare assolutamente ciò che si vuole, sia il Creative Commons che il Copyleft, oggi sono associati a milioni di contenuti on line.
La libera conoscenza e la diffusione della cultura senza i vincoli dettati delle proprietà vanno in effetti di pari passo con lo sviluppo di Internet, l'accesso alla Rete sta diventando un patrimonio di tutti sia per acquisire contenuti di terzi, sia per pubblicare i propri e la perpetuazione e l'inasprimento delle leggi sul Copyright in atto è una battaglia assolutamente di retroguardia. Il controllo sulla conoscenza in Rete non solo è inapplicabile, ma è anche contrario allo sviluppo della società e dell'economia. La competitività e l'innovazione infatti sono basati da sempre, ma in particolare con la Rete sulla diffusione della conoscenza, Lawrence Lessig ha affrontato in un suo libro di maggior successo "Free Culture", Cultura libera, il tema dell'anacronismo degli attuali strumenti legislativi riferiti ai diritti d'autore, Lessig professore di legge alla Stanford Law School negli Stati Uniti, ha scritto altri libri sullo stesso tema, tra cui "Code and other laws of cyberspace" e il "Futuro delle idee". Quali sono le tesi di Lessig in sintesi? Sono due: che la proprietà privata dei beni materiali non è equiparabile a quella sui beni digitali e che gli interessi economici delle lobby che traggono guadagno dal copyright oggi, in particolare sui prodotti materiali, frenano lo sviluppo degli Stati in cui la diffusione della Rete oggi è molto elevata. Lessig è stato ospite lo scorso marzo 2010 per un discorso sul tema alla nostra Camera dei Deputati e ha affermato che Internet e cultura sostanzialmente coincidono e che non si può discutere di cultura o di Internet in modo separato e ha sottolineato anche che sono le lobby che di fatto stanno cercando di privatizzare la cultura digitale per proteggere i loro interessi economici acquisiti.
La digitalizzazione dei contenuti abbassa enormemente i costi della loro produzione e della loro distribuzione e tende a eliminare i costi di intermediazione, in sostanza tra l'autore e chi fruisce del contenuto tendono a scomparire tutti quei livelli dati dagli editori, dagli Studios, dalle case discografiche, da distributori.
La creazione di nuovi contenuti utilizza spesso la rielaborazione di contenuti del passato e se questi fossero sempre coperti da Copyright o per un tempo molto elevato, non sarebbe più possibile creare nulla.
Lessing cita in questo Walt Disney che usò fiabe di grandi scrittori come Andersen per i suoi film, se avesse dovuto pagare i discendenti di Andersen per i diritti d'autore non avrebbe mai fatto un film. Per reazione comunque alla diffusione dei contenuti digitali sempre più liberi e sempre più svincolati dal Copyright, la durata di quest'ultimo si sta allungando e potrebbe raggiungere presto il secolo di vita negli Stati Uniti. Per 100 anni un libro potrebbe essere coperto da un Copyright e non pubblicabile in Rete se non sottostando a chi ne è proprietario, quasi mai l'autore, spesso i distributori o gli editori.
La legge sul Copyright negli Stati Uniti è sempre più restrittiva, nel 1790 era soggetta alla legge sul Copyright la sola pubblicazione dei testi per uso commerciale, il Copyright non era previsto per l'utilizzo non commerciale o per la rielaborazione del contenuto, cioè trasformare il contenuto in un altro partendo da un libro originale, oggi invece è tutto soggetto a Copyright: soggetto originale o rielaborato, utilizzo commerciale o non commerciale. Se la cultura e la Rete coincidono e la cultura è quasi sempre la rielaborazione del passato, la restrizione imposta dalle nuove leggi sul Copyright, blocca in definitiva lo sviluppo della conoscenza.

16 Aprile 2010

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

E-Commerce in Italia 2010: il commercio elettronico non è solo una scommessa


Tutti i post di Maurizio Benzi
 

Casaleggio Associati e Barclays hanno presentato martedì 13 aprile alla Camera di Commercio di Milano la ricerca "E-commerce in Italia 2010: l'e-commerce non è solo una scommessa". Realizzato da Casaleggio Associati, lo studio analizza il mercato dell'e-commerce in Italia confrontandolo con quello europeo.
Il fatturato stimato per l'e-commerce nel 2009 in Europa è pari a 307 miliardi di euro, nello stesso periodo in Italia sono stati fatturati 10 miliardi di euro pari al 3,2% del mercato europeo. I settori principali sono il tempo libero (principalmente giochi d'azzardo) che rappresenta quasi metà del mercato (42,2%), il turismo (35%) e l'elettronica di consumo (8,7%).
La crisi non sembra toccare l'e-commerce che anzi ha accelerato la sua crescita ad un tasso del 58% rispetto alla crescita del 30,7% dello scorso anno. Secondo gli esercenti i clienti acquistano on line per avere un servizio superiore. Come la comodità dell'acquisto da casa (31%), l'ampiezza di gamma (21%) e l'esclusività dell'offerta (9%). Circa un quarto (24%) individua invece il motivo nella questione del prezzo.
L'e-commerce è comunque frenato nella sua crescita da una legislazione italiana non adeguata e in alcuni casi punitiva, dalla ancora scarsa diffusione della banda larga la cui valenza strategica per lo sviluppo del Paese è sottovalutata e dai costi dei servizi spesso superiori alla media europea.
Un fenomeno interessante è l'aumento dell'offerta dei servizi in white label: gli esercenti e-commerce che hanno acquisito esperienza negli ultimi anni hanno iniziato ad offrire il servizio di vendita a società operanti nel mondo fisico che non hanno ancora un sistema di vendita on line.


Rapporto completo in formato pdf.

14 Aprile 2010

Trasmissione settimanale di Gianroberto Casaleggio, in onda su ClassLife
   

Il Grande Fratello


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 

In rete si sta diffondendo un nuovo tipo di ricerca, il "social search" o anche "people search", una ricerca che aggrega diverse informazioni da diverse aree della Rete e fornisce un'identità, un profilo molto preciso di ogni persona.
Si possono avere informazioni sui nostri acquisti attraverso i siti di e-commerce, informazioni pubbliche, quindi per esempio dove abitiamo oppure il nostro reddito o anche informazioni legate alla nostra professione, i social search rispetto ai motori tradizionali come Google aggregano informazioni ed estendono la ricerca in ogni possibile area della Rete che contenga dati personali, il cosiddetto "Deep Blue" o rete profonda. L'aggregazione avviene incrociando i dati nei diversi siti attraverso degli identificatori comuni presenti quindi più volte in diverse aree, il più usato è l'e-mail, infatti noi inseriamo l'e-mail per registrarci in diversi siti sia per comprare sia all'interno di social network come può avvenire per esempio con Amazon quando si fa un acquisto o su Facebook quando si accede.
L'aggregazione di dati fornisce un profilo spesso così preciso che è sconosciuto alla stessa persona, un identikit che però è disponibile, oltre che alla persona a tutti gli altri, a tutti coloro che accedono ai siti di social search. Tra i siti di social search i più popolari sono CVGadget.com, Wink.com, RapLeaf.com, ma soprattutto Spokeo.com che è il più diffuso negli Stati Uniti. Spokeo consente di ottenere informazioni a pagamento su una persona con un abbonamento trimestrale di 3,95 dollari, la ricerca su una certa persona può essere effettuata con l'e-mail, con il nome della persona o con il telefono. Spokeo effettua questa ricerca in tempo reale su ben 44 social media, social network o aree di relazione on line, si può così sapere non solo il profilo della persona, ma anche il suo comportamento in tempo reale, ad esempio si possono rilevare in tempo reale delle foto pubblicate sulla persona, dei commenti, dei video, il livello di ricerca include dati anche molto puntuali, possibili in alcuni Stati che non considerano questi dati come soggetti alla privacy, come per esempio la fotografia del palazzo dove abita una persona o il valore dell'immobile in cui la persona abita, da quanti anni abita questa persona in questo immobile, per esempio anche la sua macchina con la targa.
Spokeo può fornire anche informazioni sui cosiddetti amici di una persona su coloro che in vario modo si relazionano con lei o comunque che pubblicano informazioni che la riguardano, è come quindi un Grande Fratello che dà un altro ritratto molto allargato che talvolta può essere imbarazzante, come per esempio una fotografia pubblicata su di noi a nostra insaputa in un luogo pubblico con una persona che non vogliamo rendere nota, oppure dati anche completamente falsi.
I social search sono oggetto di dibattito, se violino o meno la privacy di una persona, alcuni ne chiedono la chiusura, altri chiedono che quando viene effettuata una ricerca la persona oggetto della ricerca riceva essa stessa una mail di avvertimento, queste modalità non sono possibili in Rete come se ogni volta che viene cercata una persona su Google, quest'ultimo mandasse alla persona cercata una notifica della ricerca.
In realtà i social search sono soltanto degli aggregatori molto potenti che aggregano tutto ciò che in rete è difficilmente consultabile se non andando di volta in volta nei social media o in ogni area legata a una possibile acquisizione di dati su una persona. Il modo migliore per sfuggire, per non lasciare tracce sulla Rete, è quindi quello di essere sempre sicuri del sito in cui si lasciano le proprie informazioni, lasciarne il meno possibile non incrociare le mail, quindi usare sempre mail diverse per diversi social media e soprattutto fare regolarmente un check-up della propria identità di Rete utilizzando gli stessi siti che notificano questa identità a tutti gli altri.

9 Aprile 2010

Trasmissione settimanale di Gianroberto Casaleggio, in onda su ClassLife
   

La bolla di Internet dieci anni dopo


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 

Nel 2001 fallì la società Webvan, un nome che oggi dice molto poco, però fu una delle più importanti società del tempo nel mondo di Internet, Webvan aveva come obiettivo quello di vendere qualunque cosa a chiunque in qualunque posto, una società che nacque da un modello di business abbastanza inconsistente, ma che riuscì a raccogliere 400 milioni di dollari da capital venture e in seguito il suo fondatore Borders riuscì a collocarla in borsa, al Nasdaq, quindi la borsa tecnologica americana. Ci fu una raccolta di 405 milioni di dollari, una delle raccolte più importanti dell'epoca e successivamente la società Webvan venne chiusa, venne chiusa quasi improvvisamente quando scoppiò la bolla di Internet nel 2001. 3 mila dipendenti vennero licenziati e il titolo crollò da 34 dollari a 2 centesimi di dollaro.
Webvan è il simbolo della cosiddetta Internet Bubble, la bolla di Internet di 10 anni fa, che ha condizionato in seguito lo sviluppo della rete nel suo complesso, è stato come il meteorite per i dinosauri, soltanto che a differenza dei dinosauri molte società sono poi sopravvissute a questa catastrofe economica.
Lo scoppio della bolla fu causato da finanziamenti folli, finanziamenti a idee senza un reale modello di business, finanziamenti basati sul numero di accessi, sul numero di mail disponibili, su previsioni di crescita a breve termine, con ritorni previsti a tre o quattro cifre, rispetto all'investimento. Dopo 10 anni dal crollo del Nasdaq, alla borsa tecnologica americana, come si è evoluta e cosa è successo in questi 10 anni dal punto di vista economico? Le fasi dal 2001 sono state sostanzialmente 4: la prima è legata al collocamento in borsa di Google nel 2004, uno dei più grandi successi di collocamento in borsa della storia; c'è stata la nascita di Web 2.0 e la creazione di molte nuove società, alcune di queste sono tra le più importanti ad oggi come Flickr o Youtube e quindi l'accesso di massa ha trasformato i modelli di business; c'è stata poi la recessione mondiale del 2008 che ha colpito anche i titoli tecnologici e infine, oggi, una lenta ripresa a partire dal 2010, non si è comunque più tornati al periodo degli eccessi pre bolla, infatti il picco del Nasdaq del 10 marzo 2000 di 5.084 punti è considerato irraggiungibile e oggi, marzo 2010, il valore ha superato da poco quota 2 mila punti, collocandosi all'incirca intorno a 2.400 punti.
La corsa all'oro dei venture capital, quindi dei capitali di investimento è finita, è finita in questi anni e non tornerà probabilmente mai più ai livelli di allora, nel 2001, ben 264 venture capital hanno investito in collocamenti di borsa, di società Internet negli Stati Uniti, nel 2009 queste società sono state soltanto 12, nel 2001 furono investiti dai venture capital 100 miliardi di dollari, nel 2009 18 miliardi, quasi un ordine di grandezza in meno in 10 anni.
Il mercato azionario legato a Internet è profondamente cambiato in 10 anni, è più difficile reperire capitali e collocarsi in borsa, ma le società sopravvissute e quelle nate dopo la bolla, rappresentano quasi sempre dei buoni investimenti. I numeri di Internet non sono più quelli legati alla speculazione selvaggia del 2001, non sono più di carattere prevalentemente finanziario, ma sono i suoi numeri della sua presenza nella nostra vita quotidiana e della sua diffusione che ormai è planetaria.
In un decennio il numero giornaliero di ricerche fatte da Google è passato da 7 milioni a 3 miliardi, il mercato della pubblicità on line nei soli Stati Uniti, da 5 miliardi di dollari a 120 miliardi di dollari, si può dire che Internet è passata da Wall Street a Main Street, dall'economia di carta all'economia reale!