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28 Gennaio 2011

photo by claudiocaprara.it
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I vertici dei (non più) grandi


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

A Davos, nei giorni scorsi, la solita parata di stelle. Si è discusso di crisi, di debiti, di valute, di concorrenza, ma anche di guerra e pace, di problemi sociali, di timori ambientali e altro ancora. Non c'è dubbio, erano tutti argomenti di primaria importanza, così come lo erano speaker e partecipanti. Ma alla fine di giorni e giorni di confronti e dibattiti l'impressione è che del World Economic Forum in sostanza resti ben poco. Che più che un'arena di dibattito da cui poi emergano spunti per decidere e cambiare le cose, Davos sia ormai diventato un rito di partecipazione, in cui si va a vedere chi c'è e chi non c'è, a contarsi, ad annusarsi, a riconoscersi, a dire: beh c'erano persone importanti e dunque, visto che c'ero, sono importante anch'io.
Su una scala ridotta è un po' quello che succede nel settembre di ogni anno al ben noto Seminario di autunno di Villa d'Este. Anche in quel bel posto sul lago di Como vanno molti personaggi di rilievo dell'economia e della politica, ma dopo due giorni di discorsi (chiacchere?) tutto resta lì e ci si dimentica persino che ha avuto luogo.
Su una scala più ampia è quello che accade con i vertici dei Sette, oggi vertici degli Otto (da quando è stata ammessa la Russia). Quando vennero avviati, da Valery Giscard d'Estaing a Rambouillet nel 1974, il mondo pendeva dalle labbra dei Sette grandi. Ora discorsi e conclusioni, cui lavorano per mesi gli sherpa dei primi ministri, lasciano un po' il tempo che trovano e nessuno ci fa nemmeno più caso.
Siamo chiaramente di fronte a un cambiamento e, probabilmente, a una crisi: una crisi di credibilità, ma anche di leadership. I massimi governanti del pianeta non godono di un grande momento di fama: questo vale per Obama come per Putin, per Sarkozy come per la Merkel, e lasciamo pure stare Berlusconi. Si può essere soddisfatti, perché in qualche modo significa che l'opinione pubblica in tutti i Paesi riesce a essere più attentamente critica e indipendente. E questo è certamente un bene. Ma occorre anche essere giustamente preoccupati, perché senza una leadership lucida, consapevole e apprezzata le cose si fanno più difficili. E questo, che è sotto gli occhi di tutti, è certamente un male.

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