L'economia italiana è malata, e non da oggi. Un tasso di crescita che, negli ultimi dieci anni, è stato sistematicamente inferiore a quello degli altri Paesi europei e che procederà con lentezza anche nel 2011. Un debito pubblico che rispetto al Prodotto interno lordo non solo è tra i più alti al mondo, ma che impone interessi tali da determinare un deficit primario (non accadeva più da vent'anni). Una crescita della produttività lenta e inferiore a quella dei principali concorrenti e, in stretta connessione, una capacità competitiva internazionale delle imprese a macchia di leopardo.
La nostra economia - come ha ricordato nei giorni scorsi anche il Governatore di Banca d'Italia, Mario Draghi - crescerà poco anche nei prossimi anni e si ritornerà ai livelli pre-crisi tra il 2015 e il 2018, molto dopo altri Paesi europei nostri diretti concorrenti, come Francia e Germania. La disoccupazione è ai massimi da molti anni ma, soprattutto, lo è quella giovanile, che interessa quasi un terzo della popolazione tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di risparmio rimane per fortuna elevato, ma i consumi languono e la domanda resta debole, contribuendo a creare le condizioni per una marcata debolezza degli investimenti produttivi.
Questi e altri sono gli elementi che compongono il quadro di quella che si può ormai definire l'Italian Disease. Ma analizzare il problema ed esserne consapevoli è solo il primo passo: occorre infatti riflettere in modo positivo e propositivo alle possibili soluzioni al problema della lenta crescita. E questo è ovviamente molto più difficile. Lo sarebbe anche in condizioni normali, ma l'Italia non è in condizioni normali. Governo e Parlamento non riescono più a proporre una politica economica efficace, perché sono ormai concentrati in permanenza sullo scontro istituzionale e politico, e sulle beghe personali del primo ministro. Le imprese restano in attesa di qualche miracolo che possa sbloccare la situazione, ma la Confindustria, al di là di qualche lamentazione, non riesce a sua volta a esprimere richieste precise. I sindacati sembrano annichiliti, specie dopo la vicenda Fiat che sta rivoluzionando le relazioni industriali degli ultimi cinquant'anni. E la gente comune sta a guardare, troppo occupata a fare i conti di salari e stipendi che calano in termini reali, senza alcuna prospettiva che tornino a salire nel breve, o addirittura nel medio termine.
In questo quadro, a poco servono le litanie ottimistiche di Tremonti, che sembrano più una serie di messaggi pre-elettorali che serie analisi scientifiche. Insomma, l'Italia l'è malada, come diceva una canzone popolare degli anni Trenta, ma non si vede chi è il dutur.