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23 Febbraio 2012

   

La competitività dimenticata


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Un argomento di cui si parla poco in questo periodo è quello, di permanente interesse, della competitività dell'Italia. E' vero che il Governo Monti si sta dando da fare per garantire la solidità finanziaria del paese, varare le riforme e realizzare le liberalizzazioni, il che non è poco. Ma intanto, la competitività continua a calare e l'Italia si trova sempre ai gradini bassi delle classifiche internazionali, 43° in quella del World Competitiveness Report, giusto un po' peggio di quella ben nota potenza industriale mondiale che va sotto il nome di arcipelago delle Barbados. Perché se ne parli poco è un mistero. Non sembra essere negli schermi radar della Confindustria, certamente non è neanche l'ultima delle preoccupazioni dei sindacati, e ben pochi sono anche gli economisti che in questo periodo si affannano sulla questione.
Invece in America, che pure non è l'Italia e che sta al 5° posto della classifica mondiale (ai primi quattro ci sono Svizzera, Singapore, Svezia e Finlandia) se ne occupano eccome. Nello scorso novembre la Harvard Business School - prima università economica del mondo - ha indetto un simposio cui hanno preso parte un centinaio di super-esperti, economisti, banchieri e manager per discutere la questione, che lì considerano curiosamente un'emergenza nazionale, e per vedere il da farsi. C'è da chiedersi: ma se l'America che è al vertice della classifica la considera un'emergenza nazionale, l'Italia che è al 43° posto come la dovrebbe definire e considerare? Uno tsunami economico? Un annichilimento geologico planetario? Una catastrofe cosmica?
Basterebbe considerare quello della scarsa competitività un problema urgente e grave e cominciare a occuparsene. Dal simposio suddetto sono comunque emerse interessanti conseguenze. La principale è che molti dei presenti hanno elaborato articoli e saggi che vengono pubblicati in questi giorni dalla Harvard Business Review e che contengono profonde analisi, ma anche precise raccomandazioni alle imprese e al Governo degli Stati Uniti per evitare che l'emergenza diventi ancora più marcata.
Anche l'edizione italiana della rivista se ne sta occupando, pubblicando le opinioni di una dozzina di protagonisti della vita economica e delle imprese che hanno a loro volta indicato alcune priorità per rilanciare la competitività dell'Italia. Ai primissimi posti dei problemi da affrontare con rapidità, lucidità e decisione ci sono i giovani, il mondo del lavoro, i temi dell'istruzione, le liberalizzazioni, la sostenibilità, un vero e proprio patto sociale tra i gruppi e tra le generazioni. E poi un deciso colpo alla burocrazia, alla corruzione, all'ipertrofia normativa, ai disastri giudiziari, alle paralisi del mercato, alla finanza d'assalto e agli evasori di mestiere.
Non poco, come si vede. Problemi immensi che non stanno solo nei meccanismi economici e finanziari, ma nella società italiana stessa. Ma se non si prende il toro per le corna, il rischio molto concreto che abbiamo davanti è che dal 43° posto in classifica si scenda ancora, al livello del Benin e del Botswana, cui ci si sta avvicinando con pericolosa rapidità.

Commenti

Gli Stati Uniti possono rilanciare la loro competitività visto che sono la maggior potenza economica e militare e usano entrambe le leve per controllare la politica e l'economia di un numero molto alto di paesi in modo più o meno diretto. Per loro ha senz'altro senso fare dei convegni e discutere di rilancio.

L'Italia è invece un paese controllato, un paese a pseudo-sovranità, e tra la soggezione economico-politica agli Stati Uniti e la cessione di sovranità effettuata verso l'Unione Europea non ha alcun margine di manovra.

Prendiamo un esempio per tutti: il tormentone sull'atomica iraniana. Premesso che non dovrebbe sorprendere che un paese a sovranità piena come l'Iran pensi a sviluppare l'energia atomica sia in quanto risorsa economica sia in quanto necessità di deterrenza rispetto a nazioni che aspirano con tutta evidenza a controllarne le ricchezze petrolifere, cosa fa l'Italia?

Invece di farsi i propri affari, segue ciecamente gli Stati Uniti e l'Unione Europea in un discorso di sanzioni che proprio per lei si può rivelare un autogol di proporzioni colossali se si dovessero attuare le minacce iraniane di blocco dello stretto di Hormuz in caso di attacco istraeliano o americano.

Un paese come il nostro che sta già sopportando una cura da cavallo può davvero permettersi un eventuale raddoppio del prezzo del barile?

Eppure il fatto di avere le mani legate ci obbliga a queste scelte suicide. L'idea che non riesce, non dico a filtrare, ma neppure ad affacciarsi è che se abbiamo le mani legate ce le potremmo pure slegare, no? Su questo tema mi piacerebbe che ci fosse un congresso. Per vedere se fosse per caso possibile restituire alla nostra povera patria un minimo di sovranità reale.

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