Come ha scritto di recente il Censis, la società italiana è bloccata, in senso economico ma soprattutto in senso sociale. D'altronde, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Il blocco più dannoso e odioso riguarda i giovani. Non solo il 32% dei giovani è disoccupato, ma chi alla fine riesce ad approdare nel mondo del lavoro va a scontrarsi con organizzazioni arretrate e mentalità ingessate, dove le fedeltà o l'anzianità le amicizie, le parentele o le affiliazioni politiche e ideologiche) prevalgono sulla capacità di lavoro, sul merito e sul talento.
L'Italia oggi non investe sui giovani e dunque non investe sul proprio futuro, e così facendo danneggia anche il proprio presente. Il resto del mondo non capisce e non condivide le rigidità e gli immobilismi dell'Italia, e questo non solo danneggia la credibilità del Paese, ma è causa di maggiori costi. Prova ne sia la valutazione dei mercati finanziari che, seppur migliorata rispetto a fine 2011, sconta ancora le nostre esitazioni e incertezze nel cambiare (spread).
L'attuale vicenda della riforma del lavoro è un caso esemplare. Se il mercato del lavoro è rigido e bloccato occorre modificarlo introducendo maggiori gradi di flessibilità. Certo, con le opportune garanzie per evitare gli abusi, ma va modificato. In tutto il mondo maggiore libertà di licenziare coincide con maggiore disponibilità ad assumere perché è tutto il processo di occupazione che diventa più dinamico. Vale per imprese e organizzazioni di qualunque dimensione. Perché averne paura?
Opporsi a questo processo non solo ostacola un più che probabile incremento dell'occupazione, e dunque la creazione di nuove opportunità per tutti, ma finisce con il perpetuare le distorsioni cui assistiamo ogni giorno e col frenare una indispensabile accelerazione nei processi di mobilità sociale. Questo colpisce in primo luogo i giovani, che non a caso spesso vanno all'estero a cercarsi un contesto più premiante.
Le responsabilità delle classi dirigenti che si sono avvicendate sulle poltrone del potere negli ultimi anni sono evidenti. E dico classi dirigenti perché sul banco degli imputati non c'è solo la classe politica, ma anche quella imprenditoriale e quella sindacale. Ognuno per la sua parte, tutti uniti per non fare niente malgrado gli onori e ignorando gli oneri della responsabilità.
Una classe dirigente, economica, politica e sindacale che non esercita il proprio ruolo di guida puntando a dare il giusto riconoscimento alla capacità di lavoro e al talento condanna la società all'ingiustizia e all'immobilità. Occorre invece che chi ricopre ruoli direttivi in ambito pubblico e privato rompa l'immobilismo e si qualifichi in modo innovativo con un nuovo senso di etica e di responsabilità sociale, promuovendo la capacità di fare, le conoscenze, il merito e i talenti ovunque si trovino.
Commenti
Ottima disamina della situazione, peccato che è la stessa che oramai gira da trent'anni in questa Italia governata da persone disoneste incapaci e connesse con le peggio lobbie.!!!
Hai un'idea commerciale..? Vuoi metterti in proprio per sconfiggere il problema dell'occupazione..?
Sviluppoitalia ora Invitalia aiuta la nascita/crescita delle nuove idee imprenditoriale.!!
Fidati di loro e la disoccupazione sarà solo un ricordo..!!
PS: Che paese assurdo..!!
:-\
http://denunciasviluppoitalia.wordpress.com
Postato da: Corrado Di Puccio | 30.03.12 14:51