webTime

webTime la newsletter di Casaleggio Associati Iscriviti a webTime, la nostra newsletter quindicinale



webTime
Segnalazione dei nuovi post
nota informativa sulla privacy


E-commerce in Italia

L'area riservata ai merchant dell'e-commerce "E-commerce in Italia".
Scopri le edizioni dei 7 convegni.

Vai all'area e-commerce in Italia



Libro: Tu sei Rete

Tu sei Rete La Rivoluzione del Business, del marketing e della politica attraverso le reti sociali.

ACQUISTA



Prometeus - The Media Revolution

Prometeus - The Media Revolution

La nostra visione del futuro dei media descritto attraverso un video.

Guarda il video

La mappa del potere

Mappa del potere Il social network dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa.

Crea la tua mappa


Aggiornamenti

Feed Rss Segui gli aggiornamenti del blog Casaleggio Associati iscrivendoti attraverso i feed RSS.


26 Aprile 2012

   

La fine dei giornali


Tutti i post di Gianroberto Casaleggio
 

La Newspaper Association of America ha rilasciato i dati dei ricavi pubblicitari dei giornali statunitensi del 2011 comparati con la serie storica a partire dal 1950. La curva cresce fino al 2000 con il picco di 63,5 miliardi di dollari e scende all'improvviso in verticale dal 2008, come se fosse colpita da un fulmine ritornando ai livelli degli anni '50, 22,6 miliardi di dollari nel 2011 contro 20 miliardi del 1950 (attualizzati con l'inflazione).
La raccolta pubblicitaria dei giornali si sta prosciugando. Solo negli ultimi tre anni ha perso negli Stati Uniti 35 miliardi di dollari. Le principali ragioni della scomparsa della pubblicità dai giornali americani sono lo sviluppo dell'informazione in Rete, il grande successo del sito Craigslist con lo spostamento on line degli annunci economici e l'avvento dei Social Media dove la pubblicità ha ritorni molto maggiori di un giornale sia per la versione cartacea che per quella on line. Nei mercati dove internet è diffuso la pubblicità per i giornali sta diventando insufficiente per mantenere gli attuali costi. In Italia avverrà lo stesso fenomeno nell'arco di pochi anni, due o tre. I giornali riusciranno a vivere senza pubblicità e senza il quotidiano di carta che vende sempre meno copie?
Negli Stati Uniti ci stanno provando con i paywalls, i giornali on line a pagamento in diverse modalità di abbonamento. I giornali che hanno riscosso il maggiore successo sono nazionali, come il Wall Street Journal, con più di mezzo milione di abbonati e il New York Times con 380.000, la metà delle circa 800.000 copie stampate, seguono edizioni locali, come il Boston Globe con 16.000 abbonati comparati a 200.000 copie cartacee giornaliere. La versione on line non è però ancora sufficiente a coprire le perdite del giornale cartaceo, dal 1999 si è avuta una contrazione di circa 10 milioni di copie stampate. Le previsioni sono di un processo di concentrazione dei giornali in pochi poli, e di diffusione internazionale di chi riuscirà a sopravvivere. In Italia il fenomeno è in atto, meno copie in edicola, una crescita inesorabile della Rete, insufficienti ricavi dall'on line e la prossima fine dei contributi pubblici di centinaia di milioni di euro che un Paese normale in crisi, ma anche non in crisi, non dovrebbe permettersi. Ne rimarranno pochi in vita, forse solo uno, come per Highlander.
L'Amministratore delegato di Google è della stessa opinione, per lui nell'arco di 5 anni la distribuzione di Internet mobile farà a pezzi il modello di business delle società editoriali.

articolo di Gianroberto Casaleggio pubblicato su Cado in piedi

17 Aprile 2012

   

Rapporto E-commerce in Italia 2012


Tutti i post di Davide Casaleggio
 

Casaleggio Associati, in partnership con Adobe Systems presenta la ricerca
E-commerce in Italia 2012, andamenti, trend di sviluppo e strategie di un mercato in crescita.

Dallo studio risulta che l'e-commerce in Italia ha un valore stimato di circa 19 miliardi di euro nel 2011. I settori principali sono il tempo libero (principalmente giochi d'azzardo) che rappresenta quasi metà del mercato (56,9%), il Turismo (24,8%) e le Assicurazioni (5,9%).

Le aziende italiane hanno ancora una presenza limitata sul mercato internazionale. Rispetto al passato si avverte una maggiore esigenza di ampliare il business verso l'estero, non solo per accrescere il proprio fatturato, ma anche per crearsi delle economie di scala sufficienti a contrastare la concorrenza internazionale.

"La Rete continua ad ottenere performance migliori rispetto alla distribuzione tradizionale" ha affermato Davide Casaleggio, Partner di Casaleggio Associati, "è il canale di vendita che offre ad oggi le maggiori potenzialità in termini di crescita, nonostante la congiuntura economica non favorevole".

Il 33% delle aziende non vende i propri prodotti o servizi fuori dall'Italia, mentre il restante 67% è presente sul mercato internazionale con modalità differenti. L'attività di vendita all'estero è gestita direttamente dal 54% delle aziende unicamente attraverso il proprio sito in lingua italiana (24%), o attraverso siti in più lingue (25%). Il 5% possiede strutture o sedi all'estero. Il 13% opera a livello internazionale in quanto è parte di un gruppo multinazionale.

"L'e-commerce rappresenta un canale sempre più strategico per le aziende che desiderano essere competitive e raggiungere il proprio target in modo efficace e differenziato permettendo, attraverso esperienze digitali coinvolgenti e fruibili su più piattaforme, un alto tasso di conversone da utente a cliente. Per supportate questa esigenza di business, Adobe mette a disposizione tecnologie all'avanguardia in grado di gestire e ottimizzare l'intero processo di acquisto online dal coinvolgimento con il brand allo shopping immersivo fino alla condivisione dell'esperienza con il prodotto sui social media" ha dichiarato Annasara Bonandrini, Marketing Manager Digital Marketing, Adobe Systems Italia.

Attualmente le aziende distribuiscono il budget di marketing e comunicazione focalizzandosi prevalentemente nelle attività di keyword advertising, al quale viene assegnato mediamente il 23% delle risorse disponibili e di SEO (17%).
All'e-mail marketing viene destinato in media il 12% delle risorse, seguito da attività sui social media (11%) e presenza nelle aree di shopping o siti comparatori di prezzi, come Kelkoo o Virgilio Shopping (11%). I valori più bassi si riscontrano per le attività legate ai media tradizionali (stampa, televisione, radio) e per gli investimenti in banner e sponsorship.

I Paesi in cui le aziende italiane sono presenti in misura maggiore sono Germania, Francia e Svizzera, seguite da Spagna, Regno Unito e altri Paesi dell'area nord-europea. La presenza di operatori italiani è invece ancora molto limitata nel continente asiatico (Giappone, Cina e altri Paesi orientali), in Africa e in America Latina.


Scarica il rapporto e-commerce in Italia 2012


12 Aprile 2012

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Instabook o Facegram?


Tutti i post di Roberto Cobianchi
 

Instabook o Facegram?

Oppure solo Facebook, come sempre?

Notizia di pochi giorni fa, Facebook ha comprato Instagram!
Dopo le prime reazioni, in gran parte concentrate a immaginare il futuro di Instagram nella grande famiglia Facebook e corredate di paragoni con i destini di Friendfeed e Gowalla, gli articoli successivi hanno indagato maggiormente sul significato strategico di questa mossa.

Stando alle notizie ormai ufficiali, il valore economico in gioco è di un miliardo di dollari, ovvero poco più di 30 dollari a utente considerando che, in circa due anni, Instagram aveva raggiunto 30 milioni di utenti registrati.

Per chi non ancora non la conoscesse, Instagram è molto più di una semplice app per condividere foto: in questi due anni si è rivelata un vero e proprio social network mobile. L'estrema semplicità è l'elemento che ne ha determinato il grande successo.

Sia Google che Facebook negli ultimi 18 mesi avevano tentato degli avvicinamenti, ma senza successo: Kevin Systrom, CEO di Instagram, non sembrava intenzionato a vendere.

Poi è accaduto che a inizio Aprile Instagram ha rilasciato la versione Android; in 24 ore ha avuto un milione di nuove registrazioni e di lì a poco ha raggiunto i 30 milioni di utenti.

Foto e mobile, in aggiunta a una prospettiva di crescita vertiginosa degli utenti - alcuni dicono 50-60 milioni nel giro di pochi mesi - ha indotto Facebook a fare un'offerta di quelle che non si possono rifiutare: da tempo Facebook è il sito più importante per la condivisione di foto e il mobile è il terreno di gioco del futuro. Non era pensabile lasciare spazio ad altri attori... oppure lasciare che Google, Microsoft o Apple si muovessero per primi.

Sia Zuckenberg che Systrom si sono affrettati a tranquillizzare gli utenti: Instagram non chiuderà i battenti e resterà indipendente e libera di proseguire il suo sviluppo.

L'attenzione di Facebook per il mobile sembra essere una delle principali ragioni che hanno determinato l'acquisizione. Robert Scoble su Quora pone l'attenzione su un paio di questioni che fanno pensare a un'acquisizione promossa dagli investitori:

  1. Facebook non ha ricavi nel mobile, Instagram potrebbe diventare un canale di monetizzazione importante
  2. Instagram completa le informazioni sugli utenti che Facebook ha già a disposizione - cosa gli piace, dove sono, chi guarda le loro foto - aggiungendo le informazioni di contesto e di photo-graph che Facebook ha in maniera molto limitata. In uno scenario di mobile advertising, queste sono informazioni preziose.

Questa acquisizione mette in evidenza in maniera graffiante come il valore di un'applicazione come Instagram non risiede nella solidità del suo modello di business, ma nella qualità e quantità di dati che riesce ad ottenere sugli utenti.

E quando gli utenti ti concedono questi dati divertendosi... Sotto questo profilo Instagram è una miniera d'oro che vale ben più del miliardo di dollari costato a Facebook per farla propria e proteggere il proprio futuro.