La FIMI prevede che nel 2009 il mercato legale di musica on line per l’Italia supererà i 340 milioni di euro, per una fetta pari al 25% del totale.
Una crescita che potrebbe però accentuare la crisi delle principali imprese del settore, già in difficoltà nel comprendere il comportamento da attuare nei confronti dei loro clienti on line, e che spesso le ha portate a concentrarsi quasi esclusivamente nella lotta ai sistemi di scambio P2P.
Ciò che sta succedendo nell'ambito della musica on line, può essere considerato un' anticipazione del futuro. La stesse difficoltà incontrate dall'industria musicale nella ricerca di modelli economici sostenibili si potranno presentare in tutti quei settori dove il processo digitalizzazione e Internet annulleranno i costi di replicazione e distribuzione dei prodotti.
Ad ora sono tre i principali modelli di business presenti nell’ambito della musica on line:
Un’alternativa al pagamento diretto della musica può essere rappresentata dai sistemi finanziati dalla pubblicità. Alcune case discografiche stanno valutando questa strada, data la crescita del numero di investitori che spostano i loro budget pubblicitari dai mezzi tradizionali per indirizzarli su internet. Questa strada riduce perciò il confine tra music download e Internet Radio.
Un'altra direzione che alcune major stanno percorrendo è quella di realizzare accordi commerciali per la cessione dei diritti musicali.
E’ quello che ad esempio è avvenuto tra Microsoft e Universal per la vendita del player MP3 Zune. La Universal Music si è assicurata un compenso fisso per ogni lettore venduto.
Nel mercato globale lo stesso brano o album digitalizzato, può essere acquistato in qualunque paese senza dover più considerare barriere geografiche e doganali. Sopratutto viste le garanzie sull'e-commerce che l'Unione Europea vuole mettere in atto. Sarà perciò il prezzo la varibile principale che spingerà gli acquisti in una certa direzione piuttosto che in un’altra.
Ad esempio la stessa canzone ha un prezzo differente in Germania, dove l’Iva è al 16%, e in Italia dove arriva al 20%.
Se non verranno apportati dei cambiamenti legislativi adeguati a sostenere la competizione internazionale, i retailer italiani vedranno perdere le loro quote di mercato a favore di concorrenti esteri.
La possibilità di creare le proprie playlist ha modificato il “prodotto musicale”, conseguentemente un elevato numero di consumatori si è dimostrato maggiormente interessato all’acquisto del singolo brano che dell’album completo. Contemporaneamente a questo il valore economico di un brano percepito dai consumatori si è ridotto.
Ed Felten, docente della Princeton University ha fatto giustamente notare come una variante della legge di Moore prevede che la quantità di spazio disponibile per una data dimensione raddoppi ogni due anni. Con un simile ritmo tra il 2011 e il 2019 chiunque potrà acquistare ad un costo limitato un dispositivo tascabile in grado di contenere qualunque registrazione musicale esistente e disponibile in formato digitale, abbassando ulteriormente il valore attribuito ad un singolo brano musicale.
Postato da Maurizio Benzi in E-commerce