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La nostra visione del futuro dei media descritto attraverso un video.
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Il social network dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa.
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Mario Bucchich ![]() | ||
Senza istruzione, lavorare è più difficile | ||
| La disoccupazione giovanile italiana supera ormai il 36%, e in altri paesi va anche oltre. Negli Stati Uniti, secondo una recente ricerca della Rutgers University, le cose vanno anche peggio, infatti si calcola che solo un giovane americano su sei abbia un posto di lavoro a tempo pieno. Tre su cinque vivono in famiglia o con parenti. Il 73% pensa di avere bisogno di maggiore istruzione, ma meno della metà di questi pensa di far qualcosa al riguardo. E la divaricazione fra chi ha una laurea e chi non ce l'ha è sempre più forte. | |
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Lavoro: il Gattopardo italiano colpisce ancora | ||
| Di rilanciare il lavoro e l'occupazione in Italia c'è bisogno urgente. Consideriamo il contesto: oggi in Italia ci sono 2,5 milioni di disoccupati, il 9,8% della forza-lavoro, che però arrivano a 6 milioni se si considerano gli scoraggiati, gli inoccupati e chi riceve sostegno tramite ammortizzatori sociali. I giovani tra 15 e 24 anni arrivano al 36%, che è il vero dramma. | |
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Spezzare l'immobilismo | ||
| Come ha scritto di recente il Censis, la società italiana è bloccata, in senso economico ma soprattutto in senso sociale. D'altronde, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Il blocco più dannoso e odioso riguarda i giovani. Non solo il 32% dei giovani è disoccupato, ma chi alla fine riesce ad approdare nel mondo del lavoro va a scontrarsi con organizzazioni arretrate e mentalità ingessate, dove le fedeltà o l'anzianità le amicizie, le parentele o le affiliazioni politiche e ideologiche) prevalgono sulla capacità di lavoro, sul merito e sul talento. | |
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La competitività dimenticata | ||
| Un argomento di cui si parla poco in questo periodo è quello, di permanente interesse, della competitività dell'Italia. E' vero che il Governo Monti si sta dando da fare per garantire la solidità finanziaria del paese, varare le riforme e realizzare le liberalizzazioni, il che non è poco. Ma intanto, la competitività continua a calare e l'Italia si trova sempre ai gradini bassi delle classifiche internazionali, 43° in quella del World Competitiveness Report, giusto un po' peggio di quella ben nota potenza industriale mondiale che va sotto il nome di arcipelago delle Barbados. Perché se ne parli poco è un mistero. Non sembra essere negli schermi radar della Confindustria, certamente non è neanche l'ultima delle preoccupazioni dei sindacati, e ben pochi sono anche gli economisti che in questo periodo si affannano sulla questione. | |
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Visceri di animali e palle di cristallo | ||
| Da che mondo e mondo l'uomo ha sempre cercato di indovinare il futuro per mettersi possibilmente al riparo da pericoli incombenti. Ne hanno fatto le spese popolazioni di animali innocenti nella convinzione che guardandone le viscere se ne potessero ricavare indicazioni, o si sono utilizzati strumenti di varia foggia come le pietre sacre, i tarocchi o le palle di cristallo. Il tutto con scarsa soddisfazione. | |
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Auguri, bimbo 7 miliardi | ||
| Auguri. Oggi nasce il bambino numero 7 miliardi (magari ieri, magari domani, comunque in questi giorni). Lo vogliamo festeggiare? Se perdiamo la ricorrenza, non importa. Il bambino 8 miliardi nascerà nel 2025, quando bimbo 7 miliardi avrà soli 14 anni, oppure basta aspettare che n. 8 abbia 18 anni per veder comparire n. 9 miliardi, mentre per il 10 miliardi occorrerà aspettare un po' di più, il 2083, che è comunque già nei nostri schermi radar. E pensare che per arrivare a bambino 1 miliardo nel 1880 c'erano voluti centinaia di milioni di anni dalle origini della specie, per il n. 2 però ne bastarono 120 (nacque nel 1900), e per n. 3 solo 59 (appunto, nel 1959), e per il 4 soltanto 25 (nel 1974). E poi in glorioso volo, a 5 miliardi nel 1987 (cioè 13 anni dopo) e 6 nel 1998 (12 anni). | |
Mario Bucchich ![]() | ||
In un mare di dati | ||
| Molti, dentro e fuori le aziende, sono spesso sorpresi dalla crescente potenza dei microprocessori e le sempre più vaste dimensioni delle memorie disponibili, che si avviano a diventare virtualmente infinite nelle nuvole. | |
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Emergenti o emersi? | ||
| Lo spostamento del baricentro degli equilibri economici e commerciali mondiali è iniziato da ormai molti decenni, muovendosi gradualmente dall'Atlantico al Pacifico. Negli ultimi anni, però, questa dinamica è divenuta sempre più forte, sia per la maggiore velocità di crescita dei Paesi emergenti, sia per la relativa stagnazione di quelli più sviluppati. E i dati di fatto sono indubbiamente impressionanti. Le economie dei Paesi emergenti pesavano all'inizio degli anni Novanta all'incirca un terzo dell'economia mondiale, contro i due terzi dei Paesi avanzati, a loro volta dominati dalla massiccia realtà nordamericana e da quella europea. | |
La presse ![]() | ||
Cina supertecnologica | ||
| Nella testa della maggior parte di noi, l'immagine della Cina è ancora legata a quella di un Paese di 1,3 miliardi di persone che lavorano con accanimento e per pochi soldi, sono consumatori frugali e si comportano da disciplinati soldatini del lavoro in aziende alquanto autoritarie. In questo quadro la competitività del Paese è data soprattutto dal low cost che consente alle aziende cinesi di inondare i mercati del mondo intero. | |
Mario Bucchich ![]() | ||
L'Italia l'è malada | ||
| L'economia italiana è malata, e non da oggi. Un tasso di crescita che, negli ultimi dieci anni, è stato sistematicamente inferiore a quello degli altri Paesi europei e che procederà con lentezza anche nel 2011. Un debito pubblico che rispetto al Prodotto interno lordo non solo è tra i più alti al mondo, ma che impone interessi tali da determinare un deficit primario (non accadeva più da vent'anni). Una crescita della produttività lenta e inferiore a quella dei principali concorrenti e, in stretta connessione, una capacità competitiva internazionale delle imprese a macchia di leopardo. | |
photo by claudiocaprara.it ![]() | ||
I vertici dei (non più) grandi | ||
| A Davos, nei giorni scorsi, la solita parata di stelle. Si è discusso di crisi, di debiti, di valute, di concorrenza, ma anche di guerra e pace, di problemi sociali, di timori ambientali e altro ancora. Non c'è dubbio, erano tutti argomenti di primaria importanza, così come lo erano speaker e partecipanti. Ma alla fine di giorni e giorni di confronti e dibattiti l'impressione è che del World Economic Forum in sostanza resti ben poco. Che più che un'arena di dibattito da cui poi emergano spunti per decidere e cambiare le cose, Davos sia ormai diventato un rito di partecipazione, in cui si va a vedere chi c'è e chi non c'è, a contarsi, ad annusarsi, a riconoscersi, a dire: beh c'erano persone importanti e dunque, visto che c'ero, sono importante anch'io. | |
Emilio Fede commenta la protesta studentesca ![]() | ||
Studenti delinquenti | ||
| La sintesi più pregnante di come la pensa una certa Italia delle manifestazioni di protesta studentesca contro la riforma Gelmini l'ha data il sempre ineffabile Emilio Fede, che ha seraficamente proposto: "Meniamoli". La risposta è semplice: perché in realtà il paese è bloccato, e a farne le spese sono i giovani che non trovano da lavorare, non riescono a frequentare un'università in progressivo smantellamento, non riescono a rendersi autonomi dalla famiglia, non riescono ad affittare una stanza a prezzi decenti, non riescono a trovare punti di aggregazione dove discutere di questioni concrete e reali. La protesta diventa incomprensibile se non contestualizzata nella situazione più generale del paese e della effettiva condizione di precarietà dei giovani oggi. | |
Immagine: Univercity.it ![]() | ||
I social network degli ex-alunni | ||
| I social network oggi sono ovunque e rappresentano la vera spina dorsale della rete. E tra i tanti social network, ce n'è un tipo di cui di solito non si parla: è quello costituito dalle reti di ex-alunni di uno stesso college o una stessa università. Bene, una recente ricerca di Barry Newstead, attuale responsabile sviluppo globale della Wikimedia Foundation, con Laura Lanzerotti ha scoperto che questi network di alumni hanno un potere così grande da muovere i mercati. | |
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Il nuovo potere del social customer | ||
| In che modo i social media stanno cambiando i comportamenti dei consumatori online e con quali riflessi per le aziende? Emanuele Quintarelli e Stefano Mizzella di Open Knowledge scrivono, in un saggio che uscirà prossimamente in un volume di Harvard Business Review Italia, che il recente annuncio del superamento della soglia dei 500 milioni di utenti da parte di Facebook conferma più di ogni altro un trend ormai inarrestabile in ogni Paese del mondo: i social media sono usciti dalla cerchia degli appassionati di web per conquistare una porzione sempre più significativa delle popolazione, influenzandone gusti, intenzioni di acquisto, aspettative. | |
Video di David Carroll ![]() | ||
Impariamo a usare bene i social media | ||
| Conoscete la storia di David Carroll e della sua chitarra? Se siete un frequentatore abituale di YouTube forse ne sapete qualcosa. David aveva viaggiato con la United Airlines e si era trovato la chitarra, imbarcata come bagaglio in stiva, danneggiata. Ma la United non gli aveva voluto riconoscere alcun indennizzo. Voi cosa avreste fatto? | |
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Limitiamo le auto | ||
| Qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati relativi al 2009 per l'industria dell'auto in Italia e si leggeva testualmente la notizia che segue: «Crolli record anche per l'industria automobilistica nel 2009. Come rileva sempre l'Istat nella media dell'intero 2009 gli ordinativi e il fatturato del settore auto hanno registrato il peggior calo, rispetto all'anno precedente, da quando i dati vengono registrati, ovvero almeno dal 1991. Il crollo è stato rispettivamente del 22,9% per il fatturato e del 18,1% per gli ordini». | |
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Cina dei primati | ||
| Mentre il mondo arranca alla disperata ricerca della ripresa, che continua a giocare a nascondino anche dopo i reiterati annunci che la volevano già avviata in almeno una parte dei paesi avanzati, la Cina cammina, corre e salta. Nell'ultimo trimestre del 2009 l'economia cinese è cresciuta del 10,7%, il che la riporta ai ritmi perduti del 2007. E si prevede un nuovo balzo nel primo trimestre del 2010. A quel punto la Cina sarà diventata la seconda economia mondiale perché avrà superato il Giappone, finora in seconda posizione immediatamente dietro gli Stati Uniti. | |
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Lotta alla povertà: il record del Brasile | ||
| Mentre la grande stampa mondiale dà grande risalto ai record negativi del Brasile (numero di omicidi, cartelli della droga, prostituzione di diverso tipo), ben pochi hanno notato un record assolutamente positivo. Ne ha parlato recentemente la Banca mondiale, rilevando che il Brasile ha fatto più di qualunque altro paese del mondo per ridurre la povertà. Anche se il paese non è nella lista di quelli peggio messi sotto il profilo della fame e della povertà (in quella lista ci sono, ad esempio, il Ghana, il Malawi e il Vietnam) ha compiuto però straordinari passi avanti, assai più dei due giganti asiatici, cioè Cina e India, che lo seguono da presso. Per inciso, i tre paesi presi assieme contano per la metà dei poveri del mondo. | |
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Clima di disaccordo | ||
| Il clima è sfavorevole. Inutile farsi illusioni. Chi sperava che, in occasione del tanto annunciato vertice sul cambiamento climatico di Copenhagen che inizierà il 7 dicembre, si potesse arrivare a degli impegni legislativi vincolanti su scala planetaria per l'adozione di misure serie ed efficaci per la riduzione della CO2 deve ormai rassegnarsi. L'accordo a Copenhagen non ci sarà perché al massimo si arriverà a un accordo di massima per concludere un accordo in un secondo tempo da stabilirsi. Insomma, aria fresca, per così dire. | |
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Il consumatore, questo sconosciuto | ||
| Il consumatore, chi è costui? Così direbbe un perplesso Don Abbondio nel guardare oggi ai consumatori, alle loro scelte, alle loro nuove abitudini e ai comportamenti prevedibili, con un misto di disorientamento e di preoccupazione. Il fatto è che nel pieno della crisi i consumi sono crollati, e questo ovviamente non sorprende perché in media il reddito si è contratto. Quel che è ancora poco chiaro, nonostante le indagini, è però se la caduta dei consumi, e le profonde modificazioni nel mix, siano tendenze legate solo alla minore disponibilità di soldi e a una sana cautela in attesa di tempi migliori, o se le nuove tendenze siano qui per durare. | |
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Economia sommersa, economia criminale | ||
| In Sicilia c'è una piccola associazione di gente onesta e coraggiosa che si chiama "Oltre il pizzo", ed è composta da negozianti che, come dice il nome, si rifiutano di pagare il pizzo alla mafia. Ci vuole coraggio, nulla garantisce che la criminalità organizzata non gliela faccia pagare con un attentato al negozio, se va bene, o alle persone, se va male. La criminalità organizzata è potente e sadica, lo si sapeva anche prima di Gomorra. E i dati diffusi nei giorni scorsi dal ministero dell'Economia mostrano come le regioni del Sud già perfettamente note per la massiccia presenza di mafia, camorra e 'ndrangheta (Sicilia, Campania, Calabria e Puglia) svettano anche per evasione fiscale ed economia sommersa. | |
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Consumatori che cambiano | ||
| Crisi o meno, era inevitabile che la crescita della spesa per i consumi rallentasse rispetto al tasso reale del 3-4% annuo che si registravano da molti anni. Gli Ottanta e Novanta sono stati gli anni del picco dei consumi per i figli del baby-boom, ora prossimi alla pensione, le cui spese spensierate sono state spesso finanziate da una montagna di debiti. Ora, a causa della recessione, quello che sarebbe stato un lento declino è diventato un brusco crollo. E ci si domanda se i consumatori cambieranno in modo permanente le proprie abitudini, anche quando la recessione sarà finita. • Prepararsi a un rallentamento della crescita dei consumi globali sul lungo periodo. Le aziende che facevano affidamento su una crescita sostanziale del mercato, specialmente per i prodotti maturi, si trovano ora a lottare per mantenere la quota di mercato oppure a competere in categorie nuove. | |
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Uno spettro in azienda | ||
| In America Obama vuole porre tetti ai bonus e stipendi dei manager. In Francia quelli che Bernard Henry-Levy ha chiamato i "nuovi sanculotti" hanno ripetutamente preso in ostaggio dei manager per protesta. Uno spettro si aggira per le aziende: quello di una contestazione del modo di gestire le imprese da parte di un management che, negli ultimi vent'anni, ha cambiato natura, assumendo un potere e una visibilità in precedenza sconosciute. Non si tratta certo di un'opposizione ideologica di stampo neomarxista, ma rappresenta quella che una volta si sarebbe definita come una "contraddizione in seno al capitalismo". La crisi finanziaria ha costituito solo un detonatore di tendenze già in atto, per le quali si è iniziato a mettere in discussione alcuni capisaldi realmente importanti e distintivi del modo di gestire le imprese e degli obiettivi connessi. Le domande che oggi molti si fanno si indirizzano sul che fare, una volta che si è verificato che la reputazione e l'immagine dei manager si è deteriorata a causa degli scandali del tipo Enron e Parmalat, e poi in modo più grave per la mala gestione delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali. Ci si chiede come garantire meglio la professionalità e la affidabilità di persone che assumono poteri che possono diventare immensi (molte multinazionali hanno fatturati superiori al Pil di Paesi anche non piccoli, come la Danimarca) e quali percorsi formativi eventualmente introdurre. È saltata fuori l'idea dei codici di condotta, perché richiama una possibile formazione alla business ethics o alla CSR, ma non rappresenta per nessuno una panacea. Alcuni punti del dibattito si intrecciano con alcune spinte già in atto per riconsiderare modalità di gestione, filosofie gestionali e obiettivi di gestione. In primo luogo, si mette sempre più in discussione l'obiettivo della creazione, e/o massimizzazione, del valore per gli azionisti, il mantra che ha prevalso negli anni passati, e che oggi dà origine alle critiche al capitalismo senza regole. Oggi è contestato a favore di una visione degli obiettivi d'impresa più consapevole di responsabilità allargate, che comprendono non solo gli azionisti (shareholder) ma anche altri portatori d'interesse (stakeholder), come le comunità di riferimento, i clienti, i fornitori, i dipendenti dell'azienda; ma anche l'ambiente fisico e gli equilibri economici complessivi. Anche altri importanti pensatori contemporanei di management, come Michael Porter e Clayton Christensen, hanno di recente scritto sull'esigenza di inquadrare il rapporto tra l'impresa e la società in termini nuovi: Porter indicando la via che definita della "integrazione sociale dell'impresa" come superamento di una visione troppo ristretta della CSR; Christensen mettendo in evidenza l'importanza dell'innovazione sociale ed economica per rendere compatibili al grado più avanzato gli obiettivi spesso contrastanti delle imprese e della società. | |
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Voglia di ripresa | ||
| La recessione economica picchia duro. Non siamo ancora fuori dalla crisi, né quella finanziaria innescata dalla questione dei subprime in America, né quella economica seguita alle turbolenze che hanno sconvolto il sistema finanziario e bancario mondiale. D'altra parte, la crisi attuale è stata non a caso definita come la peggiore del dopoguerra, se non addirittura la "più grave mai verificatasi nell'economia moderna" (così il vicepresidente del Fmi, John Lipsky). È dunque chiaro che le difficoltà ci accompagneranno ancora a lungo, anche se quanto nessuno lo sa. Sappiamo con certezza che Europa, Stati Uniti e Giappone sono in forte recessione nel 2009, cominceranno a reagire nel 2010 con una crescita solo di poco superiore allo zero, e beneficeranno di una discreta ripresa solo nel 2011. I Paesi emergenti, specie la Cina, l'India e pochi altri, continueranno a crescere anche quest'anno e progressivamente di più in seguito, ma comunque con tassi di sviluppo molto inferiori al recente passato. | |
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Capire la generazione Y | ||
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Innanzitutto, per chi non lo sapesse, la generazione Y è considerata, in senso stretto, quella dei giovani tra i 18 e i 25 anni, e in senso allargato quella che va dai 15 ai 27 anni. C'è chi definisce i 15-18 la generazione Y "bassa" e i 25-27 la generazione Y "alta", perché le caratteristiche sono diverse. E c'è chi distingue i giovani ancora a scuola e all'università da quelli nel mondo del lavoro. Resta che, secondo le sempre più numerose indagini in corso, gli Y presentano caratteristiche comuni che è bene capire, soprattutto perché stanno entrando in massa nel mondo del lavoro, non senza qualche problema dalle due parti del medesimo.
I datori di lavoro e, in generale, i manager che dirigono le imprese non capiscono tanto bene la Y Generation. C'è un indubbio gap generazionale e culturale, persino con la mitica X generation e ancor più con la super-mitica generazione del Baby Boom (quella che sta per andare in pensione). E quando c'è incomprensione si rischia sempre la tensione. Dunque, meglio capire.
Secondo varie ricerche recentissime (ad esempio, quella dell'Accenture Strategic Institute, quella della Randstad USA e quella del Conference Board), gli Y sono certamente very comfortable con le tecnologie ICT e usano i relativi dispositivi con estrema naturalezza, ma sono anche molto liberi in questo utilizzo. Per esempio, quando entrano in azienda vogliono scegliere gli apparecchi tecnologici che dovranno usare e selezionano a priori le aziende dove andare a lavorare anche su questa base.
Una seconda caratteristica, che non fa felici i loro capi, è che non chiedono il permesso per utilizzare a loro modo le tecnologie: dunque, uso a tutto campo di telefoni cellulari, chat, face book, instant messaging, open source e comunità online in genere. In sé tutto ciò non sarebbe un problema, se non che gli Y hanno la tendenza a mettere online ciò che gli pare, anche notizie riservate sull'azienda o sui clienti, e non c'è modo di limitarli a un uso un po' più riservato.
Ancora: la loro consapevolezza delle politiche aziendali sull'uso delle tecnologie IT è molto limitata, cioè sembra che non gliene freghi niente. Non sanno, e in genere non vogliono sapere, se ci sono direttive sulla pubblicazione di certe informazioni sui siti web, se esistono questioni di proprietà intellettuale o se ci sono veri e propri segreti industriali.
Infine un dato curioso: contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, gli Y non usano granchè la posta elettronica, né amano alla follia i blog. Trionfano gli SMS, le applicazioni di Google e gli instant message, oltre, come si è detto, il social networking.
Il fenomeno sta diventando di massa per cui è bene che imprenditori e manager si informino per benino sulla Generazione Y e si scordino fin da subito eventuali maniere forti per averci a che fare. L'autoritarismo non è la strada giusta, se mai lo è stata, ma con la Y la parola d'ordine è "inclusione", e la seconda parola d'ordine è "coinvolgimento".
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Cinamerica ha paura | ||
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Crisi di fiducia | ||
| Il Fondo monetario internazionale ha annunciato qualche giorno fa che l'economia mondiale è in una "grande recessione" e che nel 2009 questo comporterà una riduzione del Prodotto interno lordo globale dello 0,5%, se tutto va bene. Il che significa che nei fatti la contrazione potrebbe rivelarsi più forte: ad esempio, l'Europa già prevede che il Pil cali del 2,5% nell'anno in corso. | |
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Obama, le aspettative e il tempo che passa | ||
| Eletto con entusiasmo e con netta maggioranza nel novembre scorso, il neopresidente americano Barack Obama ha avuto anche consensi debordanti in Europa e in molte altre parti del mondo. È giovane, è nero, è carismatico, un presidente in apparenza molto diverso dall'immagine tradizionale del numero uno dell'Esecutivo degli Stati Uniti cui siamo stati abituati per decenni. Le aspettative nei suoi confronti sono, conseguentemente molto elevate: da lui ci si attende che in tempi brevi avvii a soluzione la crisi finanziaria, che faccia ripartire l'economia, che stimoli l'ottimismo e gli investimenti in Borsa, che faccia uscire l'America dall'Irak, che salvi l'ambiente, che imposti una nuova politica estera, più multilaterale del passato e magari anche abbastanza pacifista. | |
Mario Bucchich ![]() | ||
Il mondo salvato dalle donne? | ||
| Se qualcuno chiede la mia opinione, dichiaro senza esitazioni che lo stupro di uno o più uomini contro una donna equivale al più grave ed efferato delitto possibile contro la persona, equivalente all'omicidio. È probabilmente peggio di un omicidio perché i danni che la donna si porta dietro la accompagneranno per tutta la vita, una vita sostanzialmente distrutta sotto il profilo psicologico ed emotivo. | |
Mario Bucchich ![]() | ||
Uniti si vince, divisi si fa l'Italia | ||
| Mezzo milione di americani di ogni ceto sociale, colore, appartenenza politica e credenza religiosa si è riunita a Washington il 18 gennaio per accogliere il neo-presidente Barack Obama. Lo slogan: We are one, ossia siamo una sola cosa, ovvero siamo tutti uniti in questo difficile momento della storia americana e mondiale. Conta poco che sul palco si siano alternati gli U2, Bruce Springsteen e James Taylor, la storia non la fanno mica loro, anche se fanno grancassa. La storia e le vicende umane le fanno gli uomini. Dunque, è più importante che tra i 500mila ci fossero anche moltissimi repubblicani, che avevano sperato in una vittoria del loro candidato, ma che una volta perse le elezioni vanno a sostenere il loro presidente. D'altronde, lo stesso sfidante repubblicano John McCain si è rivolto a Obama, nel giorno dei risultati, come al "mio presidente". | |
White House ![]() | ||
Arriva Obama | ||
| Mancano due settimane sole all'ingresso di Obama alla Casa Bianca, e intanto i dossier pieni di problemi si accumulano sulla scrivania di Bush, che ovviamente nemmeno li guarda più. Obama dovrà intervenire molto rapidamente per affrontare i capitoli più spinosi all'ordine del giorno, sia in campo politico che economico. Il primo è quello della guerra di Gaza, ed è delicato non solo perché è un problema in sé, ma anche perché tutto il mondo vuole vedere come si orienterà il nuovo presidente: manterrà l'appoggio a Israele dato dall'amministrazione Bush, o cercherà di forzare una pace con i palestinesi malgrado l'evidente indisponibilità di Hamas e la latitanza del mondo arabo? Il secondo nodo è quello dell'economia. In America la crisi avanza e l'intervento dello Stato è già molto sviluppato. Il salvataggio di banche, istituzioni finanziarie e imprese sta già costando e ormai si calcola che il deficit federale arrivi nel 2009 a 1000 miliardi di dollari. È una cifra colossale, che non potrà non condizionare le future decisioni di un neo-presidente che, nelle promesse elettorali, voleva aiutare i ceti più deboli, riformare il sistema previdenziale e quello sanitario. Ora i suoi margini di manovra sono ancora più ristretti e difficilmente potrà dare vita alle riforme, almeno finché l'economia non darà segni di ripresa, e ci vorrà del tempo. La questione è che Obama ha sollevato in casa e all'estero (soprattutto all'estero) delle aspettative almeno in parte irrealistiche. Il fatto di essere un presidente di colore, giovane e innovativo ha indotto molti a ritenere che sarà un presidente vicino alle classi più svantaggiate, alle minoranze, ai paesi in via di sviluppo, alle istanze ambientaliste, ai pacifisti di vario colore. Può essere che in qualche misura Obama possa essere tutto questo, ma va ricordato che è comunque il presidente degli Stati Uniti, la prima potenza mondiale, e che il suo primo e vero obiettivo rimane quello di tutti i suoi predecessori: l'interesse nazionale. Dal 20 gennaio in poi potremo verificare in concreto in quali direzioni si dirigerà l'uomo più potente del mondo. | |
Locandina del documentario " Una scomoda verità" di Albert Gore ![]() | ||
Al Gore e le auto inquinanti | ||
| Ho avuto l'occasione di incontrare, il 10 dicembre a Milano, l'ex-vicepresidente americano, e quasi presidente nel 2000 se Bush non l'avesse fregato, Albert Gore, detto Al, vincitore di Premio Oscar nel 2006 per il documentario "Una scomoda verità" e vincitore nel 2007 del Premio Nobel per la Pace, per la sua battaglia per l'ambiente globale. Gore ha spiegato che la crisi finanziaria si sta intrecciando con quella ambientale e che non si potrà risolvere la prima se contestualmente non ci si preoccupa della seconda. La crisi finanziaria durerà qualche altro mese, o forse un anno, secondo Gore, ma poi il peggio sarà passato; ma, nel frattempo, non si deve lasciare che la questione del cambiamento climatico venga trascurata, poiché ogni anno i costi aumentano e non c'è da sperare che il problema si risolva da sé. Assai ragionevole, si direbbe, per cui gli ho chiesto, visto che il 9 dicembre aveva incontrato il neo-presidente Obama, se non pensa che si possa e debba cogliere l'occasione della crisi finanziaria per fare qualcosa per quella ambientale. In particolare: visto che l'industria dell'auto americana sta per ricevere decine di miliardi di dollari di aiuti solo per sopravvivere, e visto che le auto sono uno dei grandi inquinatori e produttori di gas serra, non sarebbe il caso di condizionare questi aiuti a una vera accelerazione della transizione dell'auto verso motori più puliti e meno divoratori di petrolio? Ossia, non è il caso che Obama chieda ai leader di General Motors, Ford e Chrysler di impegnarsi seriamente per l'ambiente, se vogliono ricevere dallo Stato (cioè dai cittadini) i quattrini che vanno domandando? E lui medesimo, si sentirebbe di suggerirlo a Obama? La risposta di Gore è stata incondizionatamente positiva. È il caso di condizionare l'aiuto statale a obiettivi avanzati di tipo ambientale, è il caso di farlo subito, è il caso di accelerare la transizione verso l'auto elettrica, o altri tipi di motori poco o non inquinanti. E non solo in America, ma anche in Europa e, non ha mancato di sottolineare, anche in Italia. | |
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Economisti sotto processo | ||
| La crisi finanziaria procede secondo copione. Dopo i crolli delle banche e i salvataggi dei governi e delle istituzioni, siamo alla fase dell'inevitabile impatto sull'economia reale. Ciò che colpisce, in questo frangente così drammatico, è l'assordante silenzio degli economisti, che sembrano scioccati dall'accaduto, che solo pochi "pazzi" avevano previsto, e osservano attoniti i governi adottare soluzioni sempre più dirigistiche che, di fatto, tolgono potere al mercato e lo riportano nelle mani dello Stato. Gli economisti tacciono ora come avevano taciuto negli anni scorsi i rischi che si stavano accumulando e che sono regolarmente esplosi, lasciando la presente scia di catastrofi economico-finanziarie. Ma ora c'è chi inizia a presentare il conto. Certo, nessuno chiederà alla categoria degli economisti, che sono seri professionisti cui individualmente nessuno può imputare nulla, di risarcire le perdite dei risparmiatori. Ma indubbiamente, di fronte alla totale incapacità della scienza economica di prevedere ed evitare la crisi, un po' di domande occorre farle e un po' di risposte occorre averle. La prima domanda che ci si pone riguarda i celebri premi Nobel dell'Economia, che si sono dimostrati molto bravi, negli ultimi anni, a concepire sofisticati sistemi di analisi e decisioni di portafoglio e di calcolo e ripartizione dei rischi finanziari, ma del tutto incapaci di vedere che intanto il sistema, in cui agivano i loro sofisticati teoremi, andava letteralmente in pezzi. In poche parole, sono stati bravissimi a vedere i fili d'erba, ma non hanno visto la foresta, ma nemmeno i cespugli o gli alberelli più stenti. Oggi si inizia a dire che gli errori di fondo hanno riguardato il comportamento dei risparmiatori, che sarebbero assai più irrazionali di quanto supposto; oppure il funzionamento della "mano invisibile", che va bene se tutto va bene, ma va male se tutto va male! Si accenna al fatto che i mercati non comunicano sempre le giuste informazioni, ma al contrario queste sono scarse o false o asimmetriche. Si constata che il meccanismo dei prezzi non agisce sempre nel modo atteso, rispecchiando domanda, offerta e scarsità/abbondanza di beni o servizi, ma componenti difficili da valutare, come nel caso della finanza strutturata. Insomma, si mettono in discussione tutti, ma proprio tutti, gli assunti di base che hanno dominato economia e finanza negli ultimi vent'anni. Chi, due secoli fa, aveva battezzato l'economia come "scienza triste" non si immaginava forse che si sarebbe arrivati alla situazione odierna. Forse non è vero che è una scienza triste, ma di sicuro gli economisti oggi tristi lo sono assai. | |
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Le due facce della sicurezza | ||
| La media è tre morti al giorno. Non si tratta né dell'Iraq né dell'Afghanistan, bensì del fronte interno. In Italia ci sono 1.200 incidenti mortali all'anno, vale a dire appunto circa tre al giorno, una cifra da brivido. È dietro a questa statistica che sta la logica della procura di Torino che ha deciso il rinvio a giudizio per omicidio volontario dell'amministratore delegato della Thyssen Krupp, l'azienda siderurgica dove in un rogo sono morti sette operai. Omicidio volontario. Il procuratore che ha proposto l'accusa, confermata dal Gup di Torino, è Raffaele Guariniello, un tempo definito "pretore d'assalto" perché aveva l'abitudine di mettere sotto accusa le imprese soprattutto per quei reati ambientali che, una volta, non erano neanche considerati tali. Grazie anche a Guariniello, ma pure a molti altri, oggi lo sono; e la stessa cosa si vuole arrivare a fare con gli incidenti sul lavoro, ossia fare diventare reato per il capo azienda quello che oggi non è considerato tale, in modo da indurre comportamenti più attenti alla salute e alla vita dei lavoratori. C'è chi esulta e chi è contrario e l'unica cosa certa è che i due fronti si daranno aspra battaglia. La prima considerazione che viene fatta è che, come nel caso della responsabilità dei medici, si rischia che l'imprenditore - di fronte al rischio di essere accusato di omicidio - rinunci a fare l'imprenditore. In contrapposizione, si pone chi sottolinea l'estrema debolezza della parte lavoratrice, spesso posta di fronte all'alternativa di lavorare in condizioni di estremo rischio o di non lavorare affatto. Guariniello e i suoi sostenitori ritengono che senza un'azione decisa le morti bianche non si ridurranno; gli esperti di diritto del lavoro sembrano divisi, ma c'è una forte tendenza a ritenere poco opportuna la posizione criminalizzante della procura torinese. E l'opinione pubblica? Le prime reazioni, in primo luogo dei famigliari delle vittime alla Thyssen, sono favorevoli alla messa sotto accusa dei vertici delle imprese ed è improbabile che, nella drammatica situazione attuale, si possano avere dissensi radicali. Casaleggio Associati ha pubblicato un libro sull'argomento: | |
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Il papà della crisi | ||
| La crisi dei subprime, che ha decurtato i risparmi di milioni di persone nel mondo, ha un papà, di cui un po' tutti in questi mesi si sono dimenticati. Circa vent'anni fa - tra il 1986 e il 1995 - l'America ha sperimentato un altro terremoto finanziario, appunto il papà dell'attuale, e anche allora si disse che era la peggior crisi dal 1929. Fallirono, infatti, oltre 1.000 banche americane, appartenenti alla categoria delle Saving and Loans, nel corso di una crisi lunga e dolorosa che richiese un ampio salvataggio da parte del Congresso e del Governo degli Stati Uniti. Paragonato alle stime del costo della crisi attuale, che viaggiano attorno ai 3.000 miliardi di dollari, quello di allora, anche se sembrò enorme, fu una goccia nel mare: un Fondo appositamente istituito fornì l'equivalente di 50 miliardi di dollari di allora al sistema bancario e nell'insieme la crisi costò tra i 153 e i 160 miliardi di dollari ai contribuenti americani. La domanda, che resta per ora senza risposta, è perché quella crisi non ha insegnato niente e vent'anni dopo ci si è ricascati. Ricostruiamo la crisi. Le banche S&L sono istituti specializzati nel promuovere l'acquisto di case a condizioni favorevoli. Era stato lo stesso Governo Usa a promuoverle alla fine della seconda guerra mondiale, assicurando tramite la FSLIC (Federal S&L Insurance Corporation) i depositi sui conti di risparmio. Questo incoraggiava i cittadini a mettere i risparmi in banca nonostante i bassi tassi d'interesse offerti. Chi voleva comprare una casa otteneva un prestito con un tasso relativamente alto, ma abbordabile perché il mutuo aveva durata trentennale. La crisi venne innescata dal fatto che i rendimenti sul mercato monetario ormai spiazzavano le S&L, i cui tassi non erano più competitivi. Le banche cercarono di compensare la minore redditività sui depositi con rischiosi investimenti in fabbricati e terreni e concedendo crediti commerciali facili, che una opportuna legislazione del 1982 aveva consentito di offrire. Ovviamente quella delle S&L non è la crisi dei subprime, ma come si può vedere ci sono sia forti differenze, sia forti analogie. E resta il quesito in attesa di risposta: perché chi doveva regolare e vigilare non ha regolato e vigilato che speculatori, immobiliaristi, banchieri spregiudicati e finanziari d'assalto rispettassero le regole e, soprattutto, il denaro altrui? Restiamo poco fiduciosamente in attesa di una spiegazione. | |
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Energia e ambiente: un po' di serietà | ||
| È sulle prime pagine di tutti i giornali lo scontro in atto tra l'Italia e la Commissione europea sul pacchetto legislativo su clima ed energia (il famoso "20-20-20") le cui misure attuative la Commissione vorrebbe varare al più presto. Il governo Berlusconi, pienamente sostenuto dall'industria italiana, si oppone, considerandolo troppo costoso. La stima è che dovrebbe costare 181 miliardi di euro nei dieci anni dal 2011 al 2020, cioè 18 miliardi l'anno. La questione sembra però molto mal posta. Può anche darsi che l'Italia, peraltro non isolata in questo, abbia delle valide ragioni per opporsi all'orientamento europeo e al rinnovo del protocollo di Kyoto. Il problema è però un altro, ed è che oltre 35 anni dopo la prima crisi petrolifera del 1973 e con un inquinamento da energia fossile - in primo luogo il petrolio - a livelli ormai insopportabili, e con una più che evidente necessità di aumentare in misura determinante il contributo delle energie rinnovabili, si continua ad assistere a un balletto irresponsabile da parte di chi non vuole riconoscere la gravità della situazione e prendere le misure conseguenti. Il petrolio è facile da estrarre, trasportare e utilizzare e sembra essere la fonte energetica più economica, o comunque più economica rispetto a solare, eolico e biomasse. In realtà è un'illusione. Il petrolio sembra costare poco perché nel prezzo del barile non si includono i colossali costi che le economie e le società pagano per esso, in termini di inquinamento da combustione, di disastri ecologici marini, di condizionamento politico da parte dei paesi produttori. Se si includessero questi elementi, il confronto con le rinnovabili sarebbe ben diverso. È chiaro a tutti che il mondo deve spostarsi massicciamente sulle energie rinnovabili e oggi vi sono tutte le premesse economiche e tecnologiche per farlo. Va detto che l'industria italiana, a differenza ad esempio, di quella tedesca, non ne ha capito le potenzialità. E continua a combattere una battaglia di retroguardia. Al recente convegno dei Giovani Industriali di Capri, per esempio, le imprese hanno chiesto che a fronte dei maggiori costi che esse dovrebbero sopportare per rispettare le richieste della Commissione europea, il Governo vari a loro favore misure di defiscalizzazione e semplificazione normativa. Sembra serio e ragionevole, invece non lo è. L'energia è solo una delle voci di costo di un'impresa e, di norma, non una delle più rilevanti. Se aumenta, le aziende sono tenute a farvi fronte esattamente come quando sale il costo del lavoro o dei trasporti. Sono tenute a investire e a innovare per diventare più moderne ed efficienti. Invece, chiedendo le prebende dello Stato, nei fatti rallentano l'innovazione e compromettono la necessaria riconversione energetica che è una priorità per tutto il paese. | |
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La terza via, l'America e noi | ||
| Terza via. Così si chiamava, negli anni Ottanta, l'ipotetica alternativa tra sistemi capitalistici e sistemi pianificati. Una terza via che non doveva seguire l'estremismo mercatistico reaganiano, dominato dall'idea guida della deregulation e del liberismo in politica interna e internazionale, ma neppure il rigido statalismo centralistico e pianificato del socialismo reale. Questo ideale si situava, naturalmente, tra gli Usa e i suoi alleati da una parte e l'Urss e i suoi satelliti dall'altra. Da qualche parte in Europa questa terza via sembrava vivere e prosperare: la socialdemocrazia scandinava, essenzialmente. Ma si teorizzava anche una convergenza tra capitalismo e socialismo nel senso di un'economia sociale di mercato, ipotesi che piaceva molto soprattutto ai cattolici. E poi, in un'altra formulazione che ebbe notevole fortuna, si contrapponeva il modello anglosassone di Stato minimo e assenza di Welfare State con il modello europeo (battezzato "renano") con forte incidenza degli Stati nell'economia ed elevata protezione sociale. Oggi, che le Borse bruciano ogni giorno l'equivalente del prodotto lordo di un piccolo Paese, queste differenze non esistono più. Il modello iperliberista anglosassone ha prevalso nei fatti. La finanziarizzazione spinta, con poche regole e soprattutto poco rispettate, sta facendo piazza pulita dei risparmi sia di chi vive nei Paesi anglosassoni, sia in quelli renani, o socialdemocratici, o ex-satellitari. L'America, definita qualche anno fa, dopo la scomparsa dell'impero sovietico, dal ministro francese Hubert Vedrine come l'unica iper-potenza esistente, ha prevalso ovunque come modello economico, anche se non totalmente come modello sociale. Non ha fatto bene ne a sé né agli altri. Non era bene che un solo Paese avesse accumulato tanta potenza e che di fronte non abbia trovato più nessuno. E non è bene ora. Ieri l'America era criticata da mezzo mondo per la sua politica estera aggressiva e unilaterale, per gli interventi che non tutti hanno ritenuto indispensabili in Afghanistan e Iraq, per una lotta al terrorismo islamico che è certo giustificata, ma che sembra superare il segno. Oggi, però, a criticare il modello americano non è più solo mezzo mondo, ma il mondo intero, alle prese con quella che solo la nostra mancanza di fantasia definisce "un nuovo 1929". È ancora difficile capire come si evolverà la crisi: dopo il 1929 il mondo conobbe la Grande Depressione. Ciò che accadrà da domani nessuno lo sa, ne lo si può prevedere. L'unica cosa prevedibile è che ci sarà ben presto una reazione anti-americana che assumerà forme diverse, dall'economico al finanziario, dal diplomatico al politico. Se sarà bene o male dipenderà non solo dalla forma specifica della reazione, ma anche dalla reazione dell'America alla reazione anti-americana. Sarà probabilmente Obama a dover gestire questa situazione come nuovo presidente Usa, e non sarà facile. Il suo avversario McCain difficilmente potrà prevalere, perché questa catastrofe finanziaria è figlia dell'ideologia repubblicana, assai più che democratica. Francis Fukuyama, lo storico che alla caduta del muro ebbe a scrivere "è la fine della Storia" ha dichiarato che è la fine del reaganismo. Era ora. | |
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The City upon the Hill | ||
| Così nel 1630 John Winthrop, il capo dei puritani inglesi che condusse nel Nuovo Mondo i padre pellegrini, definì la nazione che stava per nascere: the City upon the Hill, ossia la città sulla collina. Citava il Vangelo di Matteo e voleva indicare la strada di una nuova società basata sulla carità cristiana, che avrebbe portato la luce nel mondo. Molti, dopo Winthrop, hanno evocato questo straordinario destino: il senatore McCarthy, che dava la caccia ai comunisti; il cardinale Spellmann, che benediceva le truppe in partenza per il Vietnam; ma anche il presidente Wilson, che all'inizio del Novecento già indicava all'America la via per condurre il mondo verso una sorte migliore e proponeva quella Società delle Nazioni che poi la stessa America rifiutò di sottoscrivere. E anche il Roosevelt del New Deal, l'Eisenhower della guerra in Corea, e Kennedy, e Reagan e, naturalmente, Bush sr. e jr. Infine, last but not least, c'è Sarah Palin, la nuova vice del candidato repubblicano McCain, che basa la sua lotta politica sulla religione e si propone come la "voce profonda dell'America", quella appunto sulla collina con il fardello sulle spalle. Nel settembre del 2001 si sono visti attaccati da un pugno di kamikaze che hanno infranto il già vacillante mito dell'invulnerabilità americana. E nel settembre di quest'anno stanno contemplando il meltdown del sistema finanziario, quello loro e, ahinoi, anche quello del resto del mondo. Se, come vorrebbe la tradizione, l'America è il paese eletto da Dio alla guida del resto del mondo, allora forse si tratta di un capo poco esperto di leadership e finanza. O, forse, potrebbe essere arrivato il momento di avere qualche dubbio sul destino manifesto e su tutti quei richiami al ruolo divino dell'America che qualche anno fa lo storico Sacvan Bercovitch aveva ha definito "le geremiadi" dei leader americani. | |
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Dollaro bye bye | ||
| Già negli anni Sessanta il presidente Charles De Gaulle, che non amava tanto gli americani, criticava il dollaro per l'intollerabile privilegio che consentiva all'America di indebitarsi all'estero nella propria moneta. La novità è infatti che ora Brasile e Argentina dicono addio al dollaro nei loro scambi commerciali (succederà entro un paio di settimane), ma progettano addirittura di creare una moneta unica per tutto il Sud America, imitando così l'Unione europea e creando una nuova zona monetaria. Potrebbe anche non succedere. In fondo i due presidenti, Lula e Kirchner, hanno sufficienti caratteristiche demagogiche, nella più pura tradizione latino-americana, per non riuscire poi ad arrivare a concretizzare un progetto colossale come quello dell'area monetaria, ma chissà. Il dollaro, è chiaro, piace sempre meno e al momento fa tremare tutti. Viene in mente quella grande strategia che all'inizio del Novecento il presidente americano William Taft lanciò proprio allo scopo di stabilire una forte presenza statunitense in Sud America (considerato il "giardino di casa", in coerenza con la famosa Dottrina Monroe). Quella di Taft fu battezzata la "diplomazia del dollaro" e si direbbe che abbia funzionato piuttosto bene fino ai giorni nostri. Il conto alla rovescia del declino del dollaro, però, potrebbe essere già cominciato. | |
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Disneyland chiama Italia | ||
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Contro le armi nucleari | ||
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Le banche centrali nella crisi finanziaria | ||
| La crisi finanziaria mondiale, innescata dal pasticcio dei subprime in America, continua a far tremare le Borse di tutto il mondo. L'America si aspetta la recessione, malgrado la Fed abbia compresso i tassi d'interesse al 2%; l'Europa pensa ancora di fare un po' meglio, ma senza grandi certezze; e l'Italia è ferma. La domanda che tutti si fanno è: abbiamo toccato il fondo, o dobbiamo aspettarci ancora nuovi inattesi, e magari catastrofici, sviluppi? Solo pochi giorni fa è scoppiata la bomba di Fannie Mae e Freddie Mac, due istituzioni quasi "religiose" nel mondo della finanza americana e, dunque, mondiale. La Fed alterna segnali di preoccupazione a segnali di rassicurazione. Ma evidentemente la situazione non è chiara e chissà cosa può ancora nascondersi sotto la superficie del mondo bancario e finanziario negli Usa e altrove. | |
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Rifiuti elettronici | ||
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Microcredito e profitto | ||
| Il microcredito è nato da un'intuizione di un indiano, Mohammed Yunus, nel 1976 e riguarda oggi oltre 150 milioni di persone che hanno potuto dare vita a nuove attività economiche grazie a piccoli prestiti da 100 o 200 dollari senza garanzia, cambiando e migliorando sensibilmente il proprio tenore di vita. Per questa semplice ma geniale intuizione e per l'attività che ha impiantato con la sua Grameen Bank, Yunus si è visto attribuire nel 2006 il Premio Nobel per la pace. Il modello Yunus, infatti, pur di enorme successo, riesce difficilmente a penetrare nei paesi e nelle località più disagiate. Il motivo è fondamentalmente che si tratta di un'attività concepita e portata avanti da organizzazioni no profit di piccole dimensioni; circa l'80% di esse serve meno di 10mila clienti. La questione è che nel mondo ci sono circa 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno e, anche se i 150 milioni sono un bel numero, molti altri dovrebbero poter beneficiare del microcredito, ma non ci arrivano. Le cose stanno cambiando, per merito di un altro indiano, assai meno noto di Yunus, di nome Vikram Akula. Quattro anni fa a Nizamabad, infatti, Akula ha fondato la sua banca SKS con l'obiettivo di allargare la portata del microcredito. Per fare questo Akula si è posto il problema di come reperire i capitali necessari per aiutare un numero di persone più alto di quello servito dal microcredito tradizionale, e in aree non facilmente raggiungibili. Ha così concepito un modello di microcredito "di seconda generazione". L'idea di Yunus si basa infatti sul concetto che le organizzazioni di microcredito devono essere un "business sociale" e che esse non debbano fare un profitto, ma chiudere i bilanci soltanto in pareggio. Ma attenzione, dice Akula, non commettiamo l'errore di pensare che, per il fatto di fare utili, il microcredito di seconda generazione non sia più un business sociale. Anzi, l'obiettivo è proprio quello di portare il credito ai poveri di tutto il mondo, ma con un modello economicamente sostenibile. | |
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Protezionismo e globalizzazione | ||
| La globalizzazione è un termine relativamente nuovo, ma non è un fenomeno nuovo.
In passato si parlava più facilmente di internazionalizzazione, poi negli anni Ottanta sono state poste le premesse per parlare di una nuova realtà globale. Le premesse sono state le grandi ondate di liberalizzazione: degli scambi internazionali, delle telecomunicazioni, della finanza, dei trasporti. È aumentata così l'integrazione economica, commerciale, finanziaria e sociale tra i Paesi, non solo avanzati, ma anche in via di sviluppo (oggi chiamati emergenti). Che il fenomeno in sé sia stato positivo è indubbio. Il problema è che c'è chi dalla globalizzazione ha guadagnato e chi ci ha perso: alcuni Paesi più di altri, alcune aziende più di altre, alcuni cittadini più di altri. Dunque, se i sostenitori della globalizzazione hanno molte ragioni, non si possono trascurare quelle di chi non ne ha beneficiato. Su questo tema da mesi in Italia si dibatte, in particolare dopo la pubblicazione del libro di Giulio Tremonti. Ma in realtà è un tema caldo ovunque e, per esempio, è in questo momento argomento di confronto tra i candidati presidenziali americani, Barack Obama fra i Democratici e John McCain fra i Repubblicani. Infatti, il problema di fondo di cui ci si deve preoccupare è che i perdenti della globalizzazione non restano passivi a subire la situazione, ma protestano vivacemente, e chiedono di essere compensati. Purtroppo, questa compensazione prende spesso la strada del protezionismo. All'interno di un singolo Paese il protezionismo prende la forma di richiesta di sovvenzioni, più o meno dentro ai meccanismi del welfare state; sul piano internazionale, prendono la forma di richieste di chiusura dei mercati nazionali rispetto alla concorrenza estera che, si dice, distrugge posti di lavoro. Si viene così a creare una situazione paradossale: chi perde dalla globalizzazione, le si oppone e chiede il ritorno al protezionismo; in questo modo, però, provoca spesso conseguenze che sono peggiori del male che si cerca di curare. Il protezionismo, come lo si è vissuto negli anni Trenta del secolo scorso, provoca inevitabili reazioni a catena e maggiore povertà per tutti, ma soprattutto comporta una grave minaccia alla democrazia come sistema politico. Questo significa accettare la globalizzazione senza protestare? No di certo, significa però che la protesta deve prendere la strada non di un ritorno all'indietro, ma di un migliore e maggiore governo della globalizzazione. Vale a dire, misure di riqualificazione dei lavoratori spiazzati dalla concorrenza internazionale, supporto alle aziende per la riconversione, accordi internazionali di tipo sia finanziario sia commerciale, maggiore e più qualificato ruolo degli organismi internazionali, come il Fmi e la Wto. Un recente libro dell'economista Giorgio Ruffolo ha un curioso titolo: "Il capitalismo ha i secoli contati". In esso si sostiene che il capitalismo, che è la forza motrice della globalizzazione, costituisce oggi come cinquecento anni fa la forma storica più duttile e vitale che abbiamo a disposizione: dopo la fine del comunismo e delle sue utopie in politica ed economia, occorre gestire il capitalismo e la globalizzazione così come si gestisce in politica la democrazia: sfruttandone i punti di forza e cercando di attenuarne difetti e punti di debolezza. E ricordando ciò che già Churchill diceva della democrazia, e cioè che è la peggiore forma politica esistente, tranne che è migliore di qualunque altra. | |
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Catastrofe sì, catastrofe no | ||
| Ma allora la catastrofe economica e finanziaria ci sarà o non ci sarà? D'improvviso, da qualche settimana, quasi più niente, anzi, una timida uscita del Fondo monetario internazionale secondo il quale forse "il peggio è passato". D'altronde, le borse in tutti i paesi stanno riprendendosi, gli investitori sono riapparsi e gli acquisti si stanno materializzando, probabilmente sulla scorta di quanto predicava tanti anni fa Rockefeller, che di investimenti ne sapeva: "Il momento di investire in borsa è quando il sangue scorre nelle strade". Ovviamente, quello dei risparmiatori rimasti col cerino in mano. E aggiungeva: "Anche se il sangue che scorre è il tuo". Perbacco, e noi che davamo credito alle Cassandre che vaticinavano un secondo 1929 (ad esempio, l'economista italo-americano Nuriel Roubini o il premio Nobel Joseph Stiglitz). Tutte bubbole?
La risposta la deve dare ognuno di noi. Ma la mesta conclusione è che le sorti dell'economia e della finanza mondiale non sembrano essere in mano a persone e a istituzioni particolarmente affidabili e credibili, bensì a giocolieri e finanzieri senza tanti scrupoli, e a organizzazioni internazionali che paiono a tutti gli effetti incapaci di contrastarli o, come minimo, di controllarli. | |