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16 Luglio 2012

   

Io e il mio smartphone


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Una ricerca pubblicata in questi giorni, e che non fa altro che confermare un flusso di ricerche analoghe che vengono presentate con continuità, "rivela" che l'80% dei lavoratori continua a produrre anche fuori dall'orario di lavoro, essenzialmente perché - oltre al pc - utilizza tablet e smartphone e dunque riceve e spedisce email o chatta nei social network o naviga in Internet, o fa altre attività del genere. La ricerca presenta queste nuove abitudini come un problema che incide sulla vita e la serenità delle persone, quasi come una forma di assuefazione alle droghe, con effetti deleteri anche sulla vita di coppia.
Uno strano modo di presentare le cose. Innanzitutto perché la definizione di "lavoratori" a questo proposito è abbastanza distorsiva. Utilizzare le email come strumento di comunicazione che dovrebbe riguardare solo la vita lavorativa è ormai un evidente controsenso, come se si dovesse limitare l'utilizzo del telefono esclusivamente all'attività di lavoro e non a quella personale. Ricevere e inviare email fa evidentemente parte della nostra vita di relazione, così come Facebook e Twitter.
Analogamente, l'utilizzo dei dispositivi portatili non va essere posto in relazione esclusivamente col lavoro. Anzi, al contrario, tablet e smartphone ci consentono di mantenerci in contatto con la nostra rete di rapporti, di cui quelli lavorativi costituiscono solo frazione, di informarci, di effettuare acquisti, di organizzare serate o vacanze e via dicendo.
È invece vero che questi strumenti sono così appealing da dare assuefazione. Molti consultano compulsivamente il proprio smartphone o tablet per sapere che tempo farà fra poche ore, per seguire l'andamento dei titoli in borsa, per verificare l'arrivo di una mail (non necessariamente di lavoro), per fare cioè quella lunga serie di cose che la nostra vita nella società richiede e consente. Farsene condizionare è un errore, così come stare al telefono per delle ore, bere troppo caffè o guardare la televisione da mane a sera. Il punto è allora come usare bene questi strumenti e l'intera gamma di servizi che si portano dietro.
Seguire l'apparentemente saggio consiglio di limitarsi ad aprire la posta elettronica un paio di volte al giorno per non farsi sommergere dai messaggi e non farsi scocciare dallo spam è una via possibile, ma non indispensabile. Occorre tenere in mano i propri strumenti così come la propria vita e imparare a gestire con intelligenza e buon senso gli uni e l'altra. Anche questa è una forma di educazione e di evoluzione della specie, che in questo caso è la nostra storia di esseri pensanti e tecnologici.

14 Giugno 2012

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Senza istruzione, lavorare è più difficile


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

La disoccupazione giovanile italiana supera ormai il 36%, e in altri paesi va anche oltre. Negli Stati Uniti, secondo una recente ricerca della Rutgers University, le cose vanno anche peggio, infatti si calcola che solo un giovane americano su sei abbia un posto di lavoro a tempo pieno. Tre su cinque vivono in famiglia o con parenti. Il 73% pensa di avere bisogno di maggiore istruzione, ma meno della metà di questi pensa di far qualcosa al riguardo. E la divaricazione fra chi ha una laurea e chi non ce l'ha è sempre più forte.
Qualche altra informazione rilevante: prima della recessione i giovani con lavoro a tempo pieno erano il 37%, ora il 16. I disoccupati alla ricerca di un lavoro erano il 23% prima e sono ora il 37%. Quelli che non lo cercavano arrivavano al 12% prima del 2008 e sono il 17% oggi.
Da un punto di vista qualitativo, i giovani che hanno partecipato alla ricerca hanno riferito di avere avuto grossi problemi (9 su 10) nel passaggio da scuola superiore a università perché la scuola li aveva preparati male. E oggi temono fortemente di essere lasciati indietro. Infatti, entrare nel mondo del lavoro, superando la fase dei lavoretti presso Domino's o Burger King, è diventato un miraggio. L'economia americana è in leggera ripresa, ma la creazione dei posti di lavoro va a rilento e solo i più qualificati accedono.
Sono informazioni importanti che per molti versi parlano di noi. La percentuale di laureati in Italia è inferiore a quella non solo degli Usa ma di quasi tutti i paesi europei, e trovare un primo lavoro diventa ogni giorno più difficile. Sale anche il numero di ragazzi che non lavorano e non studiano, né si cercano qualche tipo di occupazione. È una situazione inquietante che, nel fuoco della crisi in atto, non è certamente in grado di migliorare.

10 Maggio 2012

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Lavoro: il Gattopardo italiano colpisce ancora


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Di rilanciare il lavoro e l'occupazione in Italia c'è bisogno urgente. Consideriamo il contesto: oggi in Italia ci sono 2,5 milioni di disoccupati, il 9,8% della forza-lavoro, che però arrivano a 6 milioni se si considerano gli scoraggiati, gli inoccupati e chi riceve sostegno tramite ammortizzatori sociali. I giovani tra 15 e 24 anni arrivano al 36%, che è il vero dramma.
Non consola che nell'Eurozona i dati siano anche peggiori: quasi l'11% contro il 9,8% italiano. E nemmeno che, secondo l'International Labour Organization, l'Italia sia in compagnia di quasi tutti gli altri paesi avanzati: solo 6 dal 2007 a oggi sono in controtendenza e hanno creato occupazione, e sono Germania, Austria, Israele, Lussemburgo, Malta e Polonia. Perché hanno implementato politiche di sviluppo anziché solo di rigore.
Ma la riforma in Italia è indispensabile non solo perché la disoccupazione è ormai a livelli d'allarme, ma perché la situazione del mercato del lavoro scoraggia gli investimenti sia dall'Italia sia dall'estero. A pagarne le spese sono gli stessi lavoratori, con meno posti di lavoro e con salari reali più bassi che altrove. L'Italia infatti è scesa dal 22° al 23° posto nell'Ocse come salario netto medio. Ci gioca, come è noto, il peso dell'imposizione fiscale e retributiva, per cui alla fine è un gatto che si morde la coda. Alleggerire il cuneo nell'attuale quadro di risanamento della finanza pubblica non è ovviamente facile, e con ogni probabilità occorrerà aspettare ancora qualche anno, nella migliore delle ipotesi.
Su questa angosciosa situazione dovrà cercare di incidere la Riforma del lavoro predisposta dal ministro del Welfare Elsa Fornero e attualmente in discussione in Parlamento, senza che si sappia come ne uscirà dato che i vari partiti hanno presentato un totale di 1062 emendamenti. Che sarebbero tanti anche se il disegno di legge avesse dietro una maggioranza di appoggi. Ma che sono enormemente troppi visto che finora di appoggi ne ha pochi.
Infatti, i sindacati sono piuttosto critici, e la CGIL sembra che possa accettare solo perché il Governo ha accettato di lasciare la soluzione del reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici e disciplinari (caso praticamente unico al mondo). Per lo stesso motivo la Confindustria, e in genere le imprese, è scettica. Per il pubblico impiego poi, grazie a Patroni Griffi la riforma non si applica. Per i contratti a termine si irrigidiscono le condizioni. Per i giovani c'è il contratto di apprendistato, ma le imprese lo reputano troppo vincolante. Per le donne si cercheranno di eliminare le storture, ma non si ritiene che le misure previste possano essere realmente efficaci. Per gli over 58 c'è il contratto di inserimento, ma è poco chiaro. Eccetera.
Insomma, la situazione si aggrava e la riforma del lavoro sembra fatta apposta per modificare tutto per non cambiare niente. Il Gattopardo italiano colpisce ancora e c'è da temere che saranno proprio i lavoratori a doverne fare le spese.

29 Marzo 2012

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Spezzare l'immobilismo


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Come ha scritto di recente il Censis, la società italiana è bloccata, in senso economico ma soprattutto in senso sociale. D'altronde, è un fatto sotto gli occhi di tutti. Il blocco più dannoso e odioso riguarda i giovani. Non solo il 32% dei giovani è disoccupato, ma chi alla fine riesce ad approdare nel mondo del lavoro va a scontrarsi con organizzazioni arretrate e mentalità ingessate, dove le fedeltà o l'anzianità le amicizie, le parentele o le affiliazioni politiche e ideologiche) prevalgono sulla capacità di lavoro, sul merito e sul talento.
L'Italia oggi non investe sui giovani e dunque non investe sul proprio futuro, e così facendo danneggia anche il proprio presente. Il resto del mondo non capisce e non condivide le rigidità e gli immobilismi dell'Italia, e questo non solo danneggia la credibilità del Paese, ma è causa di maggiori costi. Prova ne sia la valutazione dei mercati finanziari che, seppur migliorata rispetto a fine 2011, sconta ancora le nostre esitazioni e incertezze nel cambiare (spread).
L'attuale vicenda della riforma del lavoro è un caso esemplare. Se il mercato del lavoro è rigido e bloccato occorre modificarlo introducendo maggiori gradi di flessibilità. Certo, con le opportune garanzie per evitare gli abusi, ma va modificato. In tutto il mondo maggiore libertà di licenziare coincide con maggiore disponibilità ad assumere perché è tutto il processo di occupazione che diventa più dinamico. Vale per imprese e organizzazioni di qualunque dimensione. Perché averne paura?
Opporsi a questo processo non solo ostacola un più che probabile incremento dell'occupazione, e dunque la creazione di nuove opportunità per tutti, ma finisce con il perpetuare le distorsioni cui assistiamo ogni giorno e col frenare una indispensabile accelerazione nei processi di mobilità sociale. Questo colpisce in primo luogo i giovani, che non a caso spesso vanno all'estero a cercarsi un contesto più premiante.
Le responsabilità delle classi dirigenti che si sono avvicendate sulle poltrone del potere negli ultimi anni sono evidenti. E dico classi dirigenti perché sul banco degli imputati non c'è solo la classe politica, ma anche quella imprenditoriale e quella sindacale. Ognuno per la sua parte, tutti uniti per non fare niente malgrado gli onori e ignorando gli oneri della responsabilità.
Una classe dirigente, economica, politica e sindacale che non esercita il proprio ruolo di guida puntando a dare il giusto riconoscimento alla capacità di lavoro e al talento condanna la società all'ingiustizia e all'immobilità. Occorre invece che chi ricopre ruoli direttivi in ambito pubblico e privato rompa l'immobilismo e si qualifichi in modo innovativo con un nuovo senso di etica e di responsabilità sociale, promuovendo la capacità di fare, le conoscenze, il merito e i talenti ovunque si trovino.

23 Febbraio 2012

   

La competitività dimenticata


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Un argomento di cui si parla poco in questo periodo è quello, di permanente interesse, della competitività dell'Italia. E' vero che il Governo Monti si sta dando da fare per garantire la solidità finanziaria del paese, varare le riforme e realizzare le liberalizzazioni, il che non è poco. Ma intanto, la competitività continua a calare e l'Italia si trova sempre ai gradini bassi delle classifiche internazionali, 43° in quella del World Competitiveness Report, giusto un po' peggio di quella ben nota potenza industriale mondiale che va sotto il nome di arcipelago delle Barbados. Perché se ne parli poco è un mistero. Non sembra essere negli schermi radar della Confindustria, certamente non è neanche l'ultima delle preoccupazioni dei sindacati, e ben pochi sono anche gli economisti che in questo periodo si affannano sulla questione.
Invece in America, che pure non è l'Italia e che sta al 5° posto della classifica mondiale (ai primi quattro ci sono Svizzera, Singapore, Svezia e Finlandia) se ne occupano eccome. Nello scorso novembre la Harvard Business School - prima università economica del mondo - ha indetto un simposio cui hanno preso parte un centinaio di super-esperti, economisti, banchieri e manager per discutere la questione, che lì considerano curiosamente un'emergenza nazionale, e per vedere il da farsi. C'è da chiedersi: ma se l'America che è al vertice della classifica la considera un'emergenza nazionale, l'Italia che è al 43° posto come la dovrebbe definire e considerare? Uno tsunami economico? Un annichilimento geologico planetario? Una catastrofe cosmica?
Basterebbe considerare quello della scarsa competitività un problema urgente e grave e cominciare a occuparsene. Dal simposio suddetto sono comunque emerse interessanti conseguenze. La principale è che molti dei presenti hanno elaborato articoli e saggi che vengono pubblicati in questi giorni dalla Harvard Business Review e che contengono profonde analisi, ma anche precise raccomandazioni alle imprese e al Governo degli Stati Uniti per evitare che l'emergenza diventi ancora più marcata.
Anche l'edizione italiana della rivista se ne sta occupando, pubblicando le opinioni di una dozzina di protagonisti della vita economica e delle imprese che hanno a loro volta indicato alcune priorità per rilanciare la competitività dell'Italia. Ai primissimi posti dei problemi da affrontare con rapidità, lucidità e decisione ci sono i giovani, il mondo del lavoro, i temi dell'istruzione, le liberalizzazioni, la sostenibilità, un vero e proprio patto sociale tra i gruppi e tra le generazioni. E poi un deciso colpo alla burocrazia, alla corruzione, all'ipertrofia normativa, ai disastri giudiziari, alle paralisi del mercato, alla finanza d'assalto e agli evasori di mestiere.
Non poco, come si vede. Problemi immensi che non stanno solo nei meccanismi economici e finanziari, ma nella società italiana stessa. Ma se non si prende il toro per le corna, il rischio molto concreto che abbiamo davanti è che dal 43° posto in classifica si scenda ancora, al livello del Benin e del Botswana, cui ci si sta avvicinando con pericolosa rapidità.

19 Gennaio 2012

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Visceri di animali e palle di cristallo


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Da che mondo e mondo l'uomo ha sempre cercato di indovinare il futuro per mettersi possibilmente al riparo da pericoli incombenti. Ne hanno fatto le spese popolazioni di animali innocenti nella convinzione che guardandone le viscere se ne potessero ricavare indicazioni, o si sono utilizzati strumenti di varia foggia come le pietre sacre, i tarocchi o le palle di cristallo. Il tutto con scarsa soddisfazione.
Ora stiamo facendo i conti con le previsioni Maya sulla fine del mondo e quelle di altri maghi e profeti sulla fine del papato con l'attuale 111° pontefice, ma anche con quelle della Nasa sulle tempeste solari che nei prossimi mesi potrebbero sconvolgere la Terra. E il timore, più o meno ammesso e più o meno celato, serpeggia. Ma al di là degli scenari apocalittici, è comunque possibile ragionare in modo un po' più razionale per capire quali rischi ci riserva il futuro. E le previsioni sul 2012, per quanto meno catastrofiche, non sono comunque particolarmente ottimistiche.
Il World Economic Forum, per esempio, vede grandi pericoli profilarsi all'orizzonte a causa dei "crescenti divari di reddito" e degli "squilibri fiscali cronici" che caratterizzano un crescente numero di paesi. Se non adeguatamente affrontati, questi rischi potrebbero portare a conseguenze distopiche in gran parte della terra. Segni premonitori: negli anni scorsi il movimento no global, più di recente gli indignados e Occupy Wall Street.
Altri mettono in luce i sempre più gravi e micidiali disastri climatici ed ecologici derivanti dal riscaldamento globale o dall'incuria umana: gli tsunami come quello che colpì l'Indonesia qualche anno fa e soprattutto Fukushima l'anno scorso, con le enormi conseguenze avvertite non solo in Giappone ma nel mondo intero; l'eruzione del vulcano islandese che ha paralizzato i voli di mezza Europa; il disastro della piattaforma petrolifera BP nel Golfo del Messico. Secondo il Royal Institute of International Affairs, non solo i grandi disastri stanno aumentando, ma il loro effetto è sempre più avvertito a causa della globalizzazione.
Un economista americano alquanto noto, Ed Yardeni, ha la sua personale selezione dei quattro cavalieri dell'Apocalisse per i prossimi mesi e anni: al primo posto le tensioni provocate dalle mire nucleari dell'Iran e le possibili contromisure della comunità internazionale; al secondo una stretta creditizia globale derivante dai problemi del debito della zona euro; al terzo probabili disordini sociali in Cina e India a causa del loro sviluppo accelerato e ineguale; al quarto una severa recessione globale. Inoltre, aggiungono altri, va tenuta presente la caotica evoluzione della cosiddetta primavera araba, che ha ormai toni e colori assai poco primaverili nonostante le speranze iniziali.
Insomma, motivi per preoccuparsi ce ne sono a iosa anche senza scomodare i Maya o Nostradamus.

9 Novembre 2011

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Auguri, bimbo 7 miliardi


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Auguri. Oggi nasce il bambino numero 7 miliardi (magari ieri, magari domani, comunque in questi giorni). Lo vogliamo festeggiare? Se perdiamo la ricorrenza, non importa. Il bambino 8 miliardi nascerà nel 2025, quando bimbo 7 miliardi avrà soli 14 anni, oppure basta aspettare che n. 8 abbia 18 anni per veder comparire n. 9 miliardi, mentre per il 10 miliardi occorrerà aspettare un po' di più, il 2083, che è comunque già nei nostri schermi radar. E pensare che per arrivare a bambino 1 miliardo nel 1880 c'erano voluti centinaia di milioni di anni dalle origini della specie, per il n. 2 però ne bastarono 120 (nacque nel 1900), e per n. 3 solo 59 (appunto, nel 1959), e per il 4 soltanto 25 (nel 1974). E poi in glorioso volo, a 5 miliardi nel 1987 (cioè 13 anni dopo) e 6 nel 1998 (12 anni).
Insomma, approssimando un po' possiamo dire che la popolazione mondiale è più che triplicata in circa un secolo e che aumenterà ancora di un terzo in tre quarti di un secondo secolo.
Domanda: ma il pianeta li regge 10 miliardi di abitanti? La domanda è legittima, perché già adesso è evidente lo stress sulle risorse alimentari e di altro genere (materie prime e fonti d'energia). Oggi circa un miliardo di persone non ha abbastanza da mangiare e circa altrettanto non dispone di acqua potabile; e poi, circa la metà degli attuali 7 miliardi vive con un reddito di 2 dollari al giorno, che fa poco più di un euro e mezzo, 800 milioni vive in catapecchie, circa lo stesso numero sono donne analfabete.
Dunque, aggiungere bambino 8 miliardi tra qualche anno non è uno scherzo anche se, dicono gli esperti, di risorse alimentari ce ne sarebbero abbastanza anche per bimbi n. 9 e n. 10 miliardi. Solo che queste risorse sono usate male. Al di là delle diseguaglianze, che provocano tensioni sociali di vario genere, c'è la questione della destinazione. Infatti, solo il 46% dei 2,3 miliardi di tonnellate metriche di cereali prodotti all'anno va agli umani; il 34% va agli animali da allevamento (che solo una piccola percentuale della popolazione mondiale si può permettere) e il resto a usi industriali (anche importanti: biocombustibili, plastiche e amidi vari).
Tutto questo richiede delle scelte, che però nessuno vuole fare. Far nascere bimbo 8 miliardi può essere considerato in vari modi a seconda degli orientamenti individuali, religiosi, filosofici e sociali. Da una benedizione di dio a una maledizione del diavolo. Di sicuro quasi nessuno vuole prendere decisioni del tipo limitazione delle nascite che comportano costi politici considerati insopportabili. Intanto, ogni cinque giorni la popolazione urbana nelle città del mondo aumenta di un milione, con gli effetti a tutti noti, e continuerà così almeno fino al 2030.
Beh, forse non è proprio il caso di dispiacersi se non riusciamo a fare le feste a bimbo n. 7 miliardi.

20 Giugno 2011

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

In un mare di dati


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Molti, dentro e fuori le aziende, sono spesso sorpresi dalla crescente potenza dei microprocessori e le sempre più vaste dimensioni delle memorie disponibili, che si avviano a diventare virtualmente infinite nelle nuvole.
A che serve, ci si chiede? Una domanda analoga se l'era posta molti anni fa anche Josè Luis Borges, che in una novella dal titolo "Dell'esattezza della scienza" si era immaginato un impero in cui i cartografi erano così ossessionati dalla precisione delle mappe da arrivare a produrne una grande quanto l'impero stesso (poi finita in briciole per la condanna del tempo).
La realtà, però, come sempre supera la fantasia. Un recente studio del McKinsey Global Institute ci dice infatti che lo scorso anno la gente a salvato abbastanza dati da riempire l'equivalente di 60.000 Librerie del Congresso Usa. Esistono 4 miliardi di telefoni mobili, di cui il 12% smartphone, che a loro volta conservano enormi quantità di dati in costante movimento. YouTube rivendica di ricevere 24 ore di nuovi video ogni minuto. Nei prodotti normalmente fabbricati sono ormai contenuti 30 milioni di sensori che trasformano oggetti inanimati in nodi dell'Internet delle cose. Il numero degli smartphone aumenta del 20% all'anno e quello dei sensori del 30%.
La sostanza di tutto ciò è che l'ossessione dei cartografi di Borges era ben fondata. Il nostro mondo si regge ormai sui dati e l'economia e le aziende ne sono sempre più dipendenti. Non a caso, o studio McKinsey si intitola "Big data: the next frontier for innovation, competition and productivity".
E non si parla in realtà di un futuro più o meno lontano, ma del presente. sono moltissime le aziende che lo hanno capito, ma ancora di più quelle che non l'hanno capito. Tra le prime, per esempio, c'è la catena di vendite al dettaglio Tesco, che raccoglie 1,5 miliardi di dati al mese e li usa per aggiustare prezzi e offerte promozionali. Oppure Amazon che utilizza sistematicamente i dati dei suoi 60 milioni di clienti per costruire offerte ad hoc, che generano il 30% delle sue successive vendite. E l'elenco potrebbe continuare, a conferma di quanto scriveva diversi anni fa Tom Davenport quando vaticinava che il futuro della capacità di competere sarebbe dipeso da un buon uso degli "analytics". Beh, quel futuro è palesemente già cominciato.

11 Maggio 2011

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Emergenti o emersi?


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Lo spostamento del baricentro degli equilibri economici e commerciali mondiali è iniziato da ormai molti decenni, muovendosi gradualmente dall'Atlantico al Pacifico. Negli ultimi anni, però, questa dinamica è divenuta sempre più forte, sia per la maggiore velocità di crescita dei Paesi emergenti, sia per la relativa stagnazione di quelli più sviluppati. E i dati di fatto sono indubbiamente impressionanti. Le economie dei Paesi emergenti pesavano all'inizio degli anni Novanta all'incirca un terzo dell'economia mondiale, contro i due terzi dei Paesi avanzati, a loro volta dominati dalla massiccia realtà nordamericana e da quella europea.
Oggi il peso economico degli emergenti supera la metà del totale mondiale e si avvia entro il 2030 a costituirne i due terzi. Dunque, in soli quarant'anni, un totale ribaltamento della situazione, con il mondo ricco che contava due terzi avviato a pesare attorno al 35% e, viceversa, il mondo emergente (ma ormai non dovremmo chiamarlo emerso?) pronto a passare al timone dell'economia mondiale dominandone i due terzi.
Lo sviluppo degli emergenti non è più fondato prevalentemente sulla sostituzione delle importazioni e sull'export; nei fatti, in molti Paesi emergenti come Brasile, Cina, India, Messico, Russia e Sud Corea e altri lo sviluppo è alimentato da una classe media di crescenti dimensioni e con un potere d'acquisto relativamente elevato. Le stime indicano che entro dieci anni in Cina questa popolazione, che già oggi conta per più di 100 milioni di individui, supererà i 300 milioni. E non si tratta solo di Cina, India o simili; una ricerca McKinsey calcola in 100 milioni gli africani che in 10-15 anni avranno un reddito pro-capite da classe media e, dunque, un potere di spesa corrispondente.
Questa classe media fortemente urbanizzata esercita una forte domanda di beni e servizi che alimenta il mercato locale e quello internazionale. Basti pensare che in Cina oltre 100 città "minori" hanno una popolazione superiore al milione di abitanti e che nel 2025, delle 30 "megalopoli" del mondo, 25 saranno situate nei Paesi oggi chiamati emergenti. La classe media di questi Paesi, ossia coloro che hanno un reddito pro-capite annuo di almeno 5.000 dollari, passerà da 2,6 miliardi del 2010 a 4 miliardi nel 2014. Dunque, la base per la crescita accelerata è ormai essenzialmente interna e nei prossimi anni tenderà solo a crescere ulteriormente.

7 Aprile 2011

La presse
La presse
   

Cina supertecnologica


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

Nella testa della maggior parte di noi, l'immagine della Cina è ancora legata a quella di un Paese di 1,3 miliardi di persone che lavorano con accanimento e per pochi soldi, sono consumatori frugali e si comportano da disciplinati soldatini del lavoro in aziende alquanto autoritarie. In questo quadro la competitività del Paese è data soprattutto dal low cost che consente alle aziende cinesi di inondare i mercati del mondo intero.
In realtà, non solo la situazione è già molto diversa, ma cambia a una velocità formidabile. E la novità forse più importante è che la Cina sta diventando non solo una potenza economica e commerciale ai primi posti del mondo, ma anche una potenza tecnologica. Anzi, in pochi anni potrebbe diventare la prima potenza tecnologica del mondo. Un esempio abbastanza ignoto è che qualche mese fa i ricercatori cinesi hanno realizzato il più veloce supercomputer del mondo, 1,4 volte più veloce di quello americano dei laboratori del Tennessee che era fino a quel momento il primo al mondo. Non solo, quel supercomputer difficilmente verrà superato nel prossimo futuro, perché gli stessi americani riconoscono di non essere in grado di tenere il passo dell'innovazione cinese.
In effetti, in termini aggregati la Cina sta balzando al primo posto mondiale nella ricerca e sviluppo. La Royal Society britannica ha pubblicato in questi giorni uno studio che vede la Cina già oggi al secondo posto nel mondo in termini di investimenti in R&S, subito dietro gli Usa e davanti a Giappone, Germania e tutti gli altri. E già nel 2013 la Cina potrebbe diventare il Paese numero uno nella produzione di articoli scientifici e tecnologici nelle riviste dedicate, un indicatore di enorme importanza per valutare la capacità di produrre conoscenze avanzate.
Insomma, l'immagine della Cina low cost e low tech è obsoleta ed è bene avere una chiara consapevolezza della futura Cina supertecnologica e supercompetitiva.

7 Marzo 2011

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

L'Italia l'è malada


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

L'economia italiana è malata, e non da oggi. Un tasso di crescita che, negli ultimi dieci anni, è stato sistematicamente inferiore a quello degli altri Paesi europei e che procederà con lentezza anche nel 2011. Un debito pubblico che rispetto al Prodotto interno lordo non solo è tra i più alti al mondo, ma che impone interessi tali da determinare un deficit primario (non accadeva più da vent'anni). Una crescita della produttività lenta e inferiore a quella dei principali concorrenti e, in stretta connessione, una capacità competitiva internazionale delle imprese a macchia di leopardo.
La nostra economia - come ha ricordato nei giorni scorsi anche il Governatore di Banca d'Italia, Mario Draghi - crescerà poco anche nei prossimi anni e si ritornerà ai livelli pre-crisi tra il 2015 e il 2018, molto dopo altri Paesi europei nostri diretti concorrenti, come Francia e Germania. La disoccupazione è ai massimi da molti anni ma, soprattutto, lo è quella giovanile, che interessa quasi un terzo della popolazione tra i 15 e i 24 anni. Il tasso di risparmio rimane per fortuna elevato, ma i consumi languono e la domanda resta debole, contribuendo a creare le condizioni per una marcata debolezza degli investimenti produttivi.
Questi e altri sono gli elementi che compongono il quadro di quella che si può ormai definire l'Italian Disease. Ma analizzare il problema ed esserne consapevoli è solo il primo passo: occorre infatti riflettere in modo positivo e propositivo alle possibili soluzioni al problema della lenta crescita. E questo è ovviamente molto più difficile. Lo sarebbe anche in condizioni normali, ma l'Italia non è in condizioni normali. Governo e Parlamento non riescono più a proporre una politica economica efficace, perché sono ormai concentrati in permanenza sullo scontro istituzionale e politico, e sulle beghe personali del primo ministro. Le imprese restano in attesa di qualche miracolo che possa sbloccare la situazione, ma la Confindustria, al di là di qualche lamentazione, non riesce a sua volta a esprimere richieste precise. I sindacati sembrano annichiliti, specie dopo la vicenda Fiat che sta rivoluzionando le relazioni industriali degli ultimi cinquant'anni. E la gente comune sta a guardare, troppo occupata a fare i conti di salari e stipendi che calano in termini reali, senza alcuna prospettiva che tornino a salire nel breve, o addirittura nel medio termine.
In questo quadro, a poco servono le litanie ottimistiche di Tremonti, che sembrano più una serie di messaggi pre-elettorali che serie analisi scientifiche. Insomma, l'Italia l'è malada, come diceva una canzone popolare degli anni Trenta, ma non si vede chi è il dutur.

28 Gennaio 2011

photo by claudiocaprara.it
photo by claudiocaprara.it
   

I vertici dei (non più) grandi


Tutti i post di Enrico Sassoon
 

A Davos, nei giorni scorsi, la solita parata di stelle. Si è discusso di crisi, di debiti, di valute, di concorrenza, ma anche di guerra e pace, di problemi sociali, di timori ambientali e altro ancora. Non c'è dubbio, erano tutti argomenti di primaria importanza, così come lo erano speaker e partecipanti. Ma alla fine di giorni e giorni di confronti e dibattiti l'impressione è che del World Economic Forum in sostanza resti ben poco. Che più che un'arena di dibattito da cui poi emergano spunti per decidere e cambiare le cose, Davos sia ormai diventato un rito di partecipazione, in cui si va a vedere chi c'è e chi non c'è, a contarsi, ad annusarsi, a riconoscersi, a dire: beh c'erano persone importanti e dunque, visto che c'ero, sono importante anch'io.
Su una scala ridotta è un po' quello che succede nel settembre di ogni anno al ben noto Seminario di autunno di Villa d'Este. Anche in quel bel posto sul lago di Como vanno molti personaggi di rilievo dell'economia e della politica, ma dopo due giorni di discorsi (chiacchere?) tutto resta lì e ci si dimentica persino che ha avuto luogo.
Su una scala più ampia è quello che accade con i vertici dei Sette, oggi vertici degli Otto (da quando è stata ammessa la Russia). Quando vennero avviati, da Valery Giscard d'Estaing a Rambouillet nel 1974, il mondo pendeva dalle labbra dei Sette grandi. Ora discorsi e conclusioni, cui lavorano per mesi gli sherpa dei primi ministri, lasciano un po' il tempo che trovano e nessuno ci fa nemmeno più caso.
Siamo chiaramente di fronte a un cambiamento e, probabilmente, a una crisi: una crisi di credibilità, ma anche di leadership. I massimi governanti del pianeta non godono di un grande momento di fama: questo vale per Obama come per Putin, per Sarkozy come per la Merkel, e lasciamo pure stare Berlusconi. Si può essere soddisfatti, perché in qualche modo significa che l'opinione pubblica in tutti i Paesi riesce a essere più attentamente critica e indipendente. E questo è certamente un bene. Ma occorre anche essere giustamente preoccupati, perché senza una leadership lucida, consapevole e apprezzata le cose si fanno più difficili. E questo, che è sotto gli occhi di tutti, è certamente un male.

26 Novembre 2010

Emilio Fede commenta la protesta studentesca
   

Studenti delinquenti


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La sintesi più pregnante di come la pensa una certa Italia delle manifestazioni di protesta studentesca contro la riforma Gelmini l'ha data il sempre ineffabile Emilio Fede, che ha seraficamente proposto: "Meniamoli".
E non è questa la cosa peggiore, ma il fatto di aver cercato di imbrogliare le carte sostenendo, come spesso il suo maestro e mentore, di aver voluto intendere un'altra cosa. Ma Fede a parte, quanti sono gli italiani a definire gli studenti dei piccoli delinquenti che vanno in giro a far casino e a rompere le vetrine? È ben chiaro che qualcuno lo fa, ma perché centinaia di migliaia di studenti protestano contro la riforma?

La risposta è semplice: perché in realtà il paese è bloccato, e a farne le spese sono i giovani che non trovano da lavorare, non riescono a frequentare un'università in progressivo smantellamento, non riescono a rendersi autonomi dalla famiglia, non riescono ad affittare una stanza a prezzi decenti, non riescono a trovare punti di aggregazione dove discutere di questioni concrete e reali. La protesta diventa incomprensibile se non contestualizzata nella situazione più generale del paese e della effettiva condizione di precarietà dei giovani oggi.
Questo la Gelmini non lo sa o non lo vuole sapere, così come lo ignora la classe politica con il malaugurato accompagnamento di molti dei media ufficiali, dai giornali alla tv. Va però detto che la disinformazione ha le gambe corte. Oggi le informazioni, quelle vere, non passano più nei media tradizionali.
Il potere di far sapere le cose si è spostato in rete e le opinioni viaggiano nei social network e nei social media, che nessuno può controllare. Spaccare le vetrine non serve e non va bene, autorizza solo chi vuole proporre l'equazione studenti-delinquenti. Ma la protesta di una generazione è certamente legittima nelle sue forme più ampie e generalmente democratiche.
Certo fa rumore e confusione, ma in che altro modo, con quali altri canali i giovani possono far sentire a una classe dirigente sorda e arraffona la propria voce e le proprie sacrosante ragioni?

24 Settembre 2010

Immagine: Univercity.it
Immagine: Univercity.it
   

I social network degli ex-alunni


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I social network oggi sono ovunque e rappresentano la vera spina dorsale della rete. E tra i tanti social network, ce n'è un tipo di cui di solito non si parla: è quello costituito dalle reti di ex-alunni di uno stesso college o una stessa università. Bene, una recente ricerca di Barry Newstead, attuale responsabile sviluppo globale della Wikimedia Foundation, con Laura Lanzerotti ha scoperto che questi network di alumni hanno un potere così grande da muovere i mercati.
Gli autori hanno studiato oltre quindici anni dati relativi alle decisioni di investimento prese dai gestori dei portafogli di alcuni fondi comuni d'investimento (tra 1990 e il 2006). Hanno confrontato le performance degli investimenti in società in cui almeno un alto dirigente aveva frequentato lo stesso college di chi effettuava l'investimento, con quelle degli investimenti in società in cui non c'era un passato di studi universitari in comune tra i vertici aziendali e gli investitori. E hanno trovato che i gestori dei fondi d'investimento investono di più in aziende con i cui dirigenti sono legati da un percorso di istruzione comune. E che i rendimenti di questi investimenti sono significativamente superiori a quelli effettuati in società non connesse, circa il 7,8% l'anno. Inoltre, le dimensioni sia degli investimenti che dei rendimenti sono tanto maggiori quanto più stretto è il legame.
Questi risultati potrebbero essere interpretati come una manifestazione nel migliore dei casi del legame esistente tra ex alunni della stessa università o nel peggiore di insider trading. Ma un'altra spiegazione sta nella capacità dei network sociali (nel senso di rapporti umani, non di piattaforme online) di diffondere informazioni preziose. E tra questi le reti di ex-alunni si rivelano particolarmente efficaci. Naturalmente, la ricerca si è concentrata solo sugli Stati Uniti, ma nulla impedisce di pensare che meccanismi analoghi funzionino bene anche in Europa e in Italia. Non è altro, probabilmente, una versione aggiornata e potenziata (ma anche un po' democraticizzata) di quello che una volta si chiamava il "salotto buono della finanza".

20 Agosto 2010

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Il nuovo potere del social customer


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In che modo i social media stanno cambiando i comportamenti dei consumatori online e con quali riflessi per le aziende? Emanuele Quintarelli e Stefano Mizzella di Open Knowledge scrivono, in un saggio che uscirà prossimamente in un volume di Harvard Business Review Italia, che il recente annuncio del superamento della soglia dei 500 milioni di utenti da parte di Facebook conferma più di ogni altro un trend ormai inarrestabile in ogni Paese del mondo: i social media sono usciti dalla cerchia degli appassionati di web per conquistare una porzione sempre più significativa delle popolazione, influenzandone gusti, intenzioni di acquisto, aspettative.
Un recente studio Nielsen mostra come il cosiddetto web 2.0 sia ormai apprezzato dai tre quarti degli utenti, occupandone il 22% del tempo online. Molto di questo tempo viene speso svolgendo un ruolo attivo all'interno di gruppi accomunati da un interesse, un bisogno, una passione così forti da rendere le community il settore in maggiore crescita in tutta Internet (+ 5,4%) e in grado di raggiungere un numero di individui più ampio di quello della mail (66,8% contro 65,1%).
Questi network vengono tenuti d'occhio dalle aziende perché il 70% degli utenti ha più fiducia nelle opinioni postate dai propri pari di quanto avvenga con le forme tradizionali di pubblicità (ferme al 14%) e la percentuale si alza addirittura al 90% quando le opinioni e le raccomandazioni provengono da persone che si conoscono.
L'opportunità è ancora più evidente se si aggiunge che, ad esempio in America, ben il 93% degli intervistati vorrebbe che le aziende con cui intrattiene contatti fossero accessibili nei social media per fornire migliori servizi (56%), risolvere i loro problemi (43%) e raccogliere feedback su prodotti (41%) anche in mobilità.
A una rivoluzione nelle modalità di comunicazione ne è seguita una ancora più rilevante nei comportamenti. Quello che emerge dai dati è, in altri termini, un nuovo tipo di consumatore estremamente attivo nelle piattaforme di social networking come Facebook, Twitter, YouTube, Flickr e interessato a una relazione più duratura, profonda e paritetica con il brand.
Grazie alla quantità d'informazione e alla possibilità di connettersi con milioni di persone in rete, il social customer è un individuo costantemente aggiornato sulle ultime caratteristiche del prodotto, che crede poco ai messaggi pubblicitari dell'azienda e, prima di acquistare, preferisce formarsi un'opinione personale; che ama condividere feedback e commenti dopo ogni esperienza assumendo che il suo punto di vista venga ascoltato indipendentemente dal canale scelto per esprimersi; che utilizza lo smartphone per reperire in qualsiasi momento le indicazioni di cui ha bisogno e specialmente, tramite i network di cui fa parte, sa di avere una voce con cui parlare in maniera diretta con il brand non solo in qualità di cliente, ma anche come ambasciatore e influencer (nel bene e nel male) verso la sua rete di contatti.

11 Giugno 2010

Video di David Carroll
   

Impariamo a usare bene i social media


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Conoscete la storia di David Carroll e della sua chitarra? Se siete un frequentatore abituale di YouTube forse ne sapete qualcosa. David aveva viaggiato con la United Airlines e si era trovato la chitarra, imbarcata come bagaglio in stiva, danneggiata. Ma la United non gli aveva voluto riconoscere alcun indennizzo. Voi cosa avreste fatto?
Esatto, anche lui. Imbufalito per il pessimo comportamento della compagnia, ha messo insieme un breve video con annessa canzoncina satirica che ha messo alla berlina la United e l'ha caricato su YouTube. Il video, dal titolo "United rompe le chitarre", è stato immediatamente visto da ben 8 milioni di navigatori, con il danno d'immagine per United che vi potete immaginare.
Non è ovviamente un caso isolato. Anche Nestlè è stata recentemente presa di mira per i suoi prodotti ritenuti dannosi per l'ambiente, e così ovviamente BP. In generale, Internet e i social media stanno diventando luoghi dove lo scontento dei consumatori si può trasformare in tempo zero in attacchi al malcostume delle aziende (o delle istituzioni di qualsiasi genere) e girare il mondo senza potere essere in alcun modo limitati.
È materia di riflessione. Due sembrano i punti cruciali: il primo è che non sempre gli attacchi possono essere giustificati e che la rete può essere facilmente usata male, per diffamare persone o aziende del tutto innocenti; il secondo, però, è che chi è preso di mira può a sua volta usare la rete per contrastare gli attacchi. Il primo fenomeno è più facile, il secondo meno. Utilizzare i social media richiede, ad esempio, che in primo luogo aziende e istituzioni si attrezzino per questo ben prima che sorga un eventuale problema. Ed esige poi una completa trasparenza, perché ormai il popolo della rete non accetta più silenzi e ambiguità.
Le aziende dispongono però di uno strumento potenzialmente prezioso: i loro dipendenti. Occorre un certo coraggio per dare loro il potere di gestire senza filtri una interazione sul web. Ma chi l'ha fatto, come hanno fatto di recente aziende come Best Buy e Black & Decker, riesce a ottenere risultati insperati.

26 Febbraio 2010

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Limitiamo le auto


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Qualche giorno fa sono stati pubblicati i dati relativi al 2009 per l'industria dell'auto in Italia e si leggeva testualmente la notizia che segue: «Crolli record anche per l'industria automobilistica nel 2009. Come rileva sempre l'Istat nella media dell'intero 2009 gli ordinativi e il fatturato del settore auto hanno registrato il peggior calo, rispetto all'anno precedente, da quando i dati vengono registrati, ovvero almeno dal 1991. Il crollo è stato rispettivamente del 22,9% per il fatturato e del 18,1% per gli ordini».
Dispiace, naturalmente, che le cose siano andate così male, in primo luogo perché come conseguenza dei crolli un sacco di gente ci ha rimesso il posto di lavoro - nel settore dell'auto in senso stretto e nell'indotto collegato - e addirittura la Fiat si accinge a chiudere Termini Imerese. Ma qui non entrano solo le considerazioni di breve periodo e le valutazioni inerenti l'occupazione, bensì questioni di ampio respiro e di lungo termine che coinvolgono lo stesso concetto dell'auto come è stato proposto e interpretato nell'ultimo mezzo secolo, o anche di più.
Ciò che ormai va messo in questione è l'utilizzo di un oggetto fortemente invasivo e fortemente inquinante in dimensioni di massa illimitate. Certo, la macchina piace a tutti. Ha dato a ciascuno uno strumento di mobilità personale sostanzialmente senza limiti, permette di potenziare le capacità di ognuno sia nel lavoro sia nel tempo libero, conferisce status e autostima. Ma evidentemente ha anche effetti negativi dirompenti: le vittime dell'imperizia e imprudenza, la congestione di strade e autostrade, l'inquinamento elevatissimo e talvolta insopportabile, nei centri urbani e fuori.
Ormai è chiaro che occorre cambiare modello e il risultato minimo da raggiungere è l'auto che non inquini o inquini meno: ne va della nostra vita e di quella dei nostri discendenti. Ma è chiaro anche che questo richiede non solo un veicolo elettrico o a idrogeno o comunque meno inquinante, ma una limitazione dell'uso stesso dell'auto, volontario o meno.
È con questo che dovremo fare i conti: non con i fattori dell'innovazione tecnologica, ma prima di tutto con l'idea stessa della limitazione che sostanzialmente non piace a nessuno. È dunque un problema di educazione e cultura e questo significa avviare a livello di massa, e non di piccole élite disposte a qualche marginale sacrificio personale più per snobismo che per convinzione, una vastissima discussione sul tema. Accettare limiti alla nostra mobilità personale per vivere tutti molto meglio in un futuro certo più limitato, ma anche più sano e piacevole.

26 Gennaio 2010

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Cina dei primati


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Mentre il mondo arranca alla disperata ricerca della ripresa, che continua a giocare a nascondino anche dopo i reiterati annunci che la volevano già avviata in almeno una parte dei paesi avanzati, la Cina cammina, corre e salta. Nell'ultimo trimestre del 2009 l'economia cinese è cresciuta del 10,7%, il che la riporta ai ritmi perduti del 2007. E si prevede un nuovo balzo nel primo trimestre del 2010. A quel punto la Cina sarà diventata la seconda economia mondiale perché avrà superato il Giappone, finora in seconda posizione immediatamente dietro gli Stati Uniti.
La cosa ha dell'incredibile, non solo perché ormai la Cima macina crescita e sviluppo a tassi elevatissimi da parecchi anni, ma anche perché la crescita del 2009 è avvenuta in un periodo di forte contrazione delle esportazioni, che ne erano state il motore di espansione fino al 2008.
Questo vuol dire che il modello di sviluppo cinese - basato, come è noto, su una progressiva adozione di un'economia capitalistica di mercato da parte di un'oligarchia politica ancora legata agli schemi del comunismo - sta cambiando. I risultati che vengono ottenuti non si basano più solo sulla formidabile capacità di produrre a costi bassi e con qualità accettabile. Oggi la concorrenza cinese si evolve su nuove basi tecnologiche. E da un modello essenzialmente basato sull'export, sta diventando un modello in cui si sta affermando l'importanza crescente del mercato interno. Infatti, nei prossimi dieci anni la Cina avrà come minimo altri 300 milioni di consumatori con reddito almeno di medio livello.
L'evoluzione tecnologica è, infine, confermata da una recente ricerca del Financial Times, secondo cui la Cina è ormai il secondo produttore mondiale di ricerca scientifica, misurata con l'indicatore delle pubblicazioni di articoli scientifici. Queste pubblicazioni sono aumentate di ben 64 volte dal 1980 a oggi e, se continua così, nel 2020 la Cina balzerà al primo posto, detronizzando l'America che detiene lo scettro da decine d'anni.

10 Dicembre 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Lotta alla povertà: il record del Brasile


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Mentre la grande stampa mondiale dà grande risalto ai record negativi del Brasile (numero di omicidi, cartelli della droga, prostituzione di diverso tipo), ben pochi hanno notato un record assolutamente positivo. Ne ha parlato recentemente la Banca mondiale, rilevando che il Brasile ha fatto più di qualunque altro paese del mondo per ridurre la povertà. Anche se il paese non è nella lista di quelli peggio messi sotto il profilo della fame e della povertà (in quella lista ci sono, ad esempio, il Ghana, il Malawi e il Vietnam) ha compiuto però straordinari passi avanti, assai più dei due giganti asiatici, cioè Cina e India, che lo seguono da presso. Per inciso, i tre paesi presi assieme contano per la metà dei poveri del mondo.
Le percentuali dicono che dal 1981 al 2005 i brasiliani nella zona di povertà sono scesi dal 17% all'8% del totale della popolazione, cioè il tasso si è sostanzialmente dimezzato. Apparentemente la Cina ha fatto meglio, perché la percentuale è passata dall'84 al 16%. E l'India peggio, scendendo dal 60 al 42%. Ma la Banca mondiale fa presente che se si tiene in conto la crescita economica, le posizioni cambiano. Infatti, il Brasile ha ridotto il numero di poveri in presenza di una crescita molto più bassa che in Cina e in India. Cioè, la riduzione per unità di Pil è la più alta di qualsiasi altro paese. Come si spiega la performance del paese di Lula?
La conclusione della Banca mondiale è che la stabilità economica è stata importante per tutti i tre paesi, ma la Cina ha fatto meglio solo all'inizio del periodo, quando l'economia era in prevalenza agricola. Con l'espandersi dell'industria, le diseguaglianze sono aumentate. Invece il Brasile ha applicato politiche sociali efficaci, e lo ha fatto per tutto il periodo. L'India, invece, è cresciuta più del Brasile e meno della Cina, ma le sue politiche sociali sono lente e indecise, e ostacolate dalla tradizione delle caste.

25 Novembre 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Clima di disaccordo


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Il clima è sfavorevole. Inutile farsi illusioni. Chi sperava che, in occasione del tanto annunciato vertice sul cambiamento climatico di Copenhagen che inizierà il 7 dicembre, si potesse arrivare a degli impegni legislativi vincolanti su scala planetaria per l'adozione di misure serie ed efficaci per la riduzione della CO2 deve ormai rassegnarsi. L'accordo a Copenhagen non ci sarà perché al massimo si arriverà a un accordo di massima per concludere un accordo in un secondo tempo da stabilirsi. Insomma, aria fresca, per così dire.
La delusione per tutti coloro che del cambiamento climatico si preoccupano è venuta il 15 novembre nel corso del meeting dei Paesi Apec (ossia i Paesi asiatici e del Pacifico). Con il beneplacito degli americani e della Cina, la bocciatura è giunta secca e inappellabile, nonostante i tentativi in extremis di alcuni Paesi europei e del rappresentante Onu per il clima, Yves de Boer.
Al di là delle deprecazioni, però, occorre capire se si tratta di un affondamento del progetto oppure solo di un rinvio. La figura centrale per capirlo è Barack Obama, che nella sua campagna elettorale ha fatto della lotta all'inquinamento e all'effetto serra uno dei suoi capisaldi. E oggi non è chiaro se Obama vuole, o semplicemente può, portare avanti le promesse.
In questo momento è la realpolitik a dominare il campo. Il presidente americano deve ottenere l'approvazione del Senato alla riforma sanitaria già appena approvata dalla Camera. Poiché i costi della riforma si presentano astronomici, c'è chi dubita che, dopo di essa, Obama possa chiedere al Congresso e ai suoi concittadini di impegnarsi anche in un costoso programma di riconversione energetica e industriale ai fini della lotta al cambiamento climatico.
Per cui Obama sembra avere adottato la tattica di Fabio Massimo "temporeggiatore", che è la tattica del rinvio. Prima o poi qualcosa di serio e di globalmente vincolante per ridurre le emissioni di carbonio la si dovrà fare. Ma, a parte che l'impostazione ufficiale americana è tuttora quella che privilegia l'innovazione tecnologica piuttosto che i grandi accordi internazionali (come il Protocollo di Kyoto), l'idea è che quanto più tardi si arriverà a un impegno sottoscritto tanto meglio sarà.
Questo approccio non dispiace certo alla Cina, che sta diventando il primo inquinatore del mondo, anche se gli americani inquinano di più - molto di più - su una base pro-capite. E, si sa, in termini di realpolitik i cinesi, ancora oggi, non li batte nessuno.

14 Ottobre 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Il consumatore, questo sconosciuto


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Il consumatore, chi è costui? Così direbbe un perplesso Don Abbondio nel guardare oggi ai consumatori, alle loro scelte, alle loro nuove abitudini e ai comportamenti prevedibili, con un misto di disorientamento e di preoccupazione. Il fatto è che nel pieno della crisi i consumi sono crollati, e questo ovviamente non sorprende perché in media il reddito si è contratto. Quel che è ancora poco chiaro, nonostante le indagini, è però se la caduta dei consumi, e le profonde modificazioni nel mix, siano tendenze legate solo alla minore disponibilità di soldi e a una sana cautela in attesa di tempi migliori, o se le nuove tendenze siano qui per durare.
In Italia il 2009 si chiuderà con un calo dei consumi del 2,9%. Potrebbe sembrare poco, ma negli ultimi cinquant'anni non era assolutamente mai accaduto. Il fatto un po' sorprendente è che il calo si verifica a fronte di una diminuzione del Pil che sarà di oltre il 5% nell'anno. Questo significa che i consumi diminuiscono meno del prodotto complessivo del paese. Inoltre, secondo tutte le ricerche, dopo un periodo di quasi un anno, da metà 2008 in poi, sembra che i consumi abbiano fermato la caduta già dal giugno scorso e che siano attualmente in modesta ripresa.
Negli ultimi dodici mesi, comunque, i tre quarti dei consumatori hanno ridotto le spese al consumo in misura più o meno rilevante: 3 milioni di italiani hanno dovuto stringere la cinghia in modo molto rilevante, 19 milioni lo hanno fatto "abbastanza" e 13 milioni "almeno un po'". Se a ciò si aggiunge che il 44% delle famiglie ha ridotto la spesa alimentare, il 32% quelle dei trasporti e il 57% quelle di abbigliamento si ha un quadro abbastanza chiaro della situazione.
Ora c'è un accenno di ripresa, ma la situazione è cambiata. Sta nascendo un consumatore di tipo almeno in parte nuovo, la cui attenzione si è spostata. Il suo nuovo baricentro si chiama rapporto prezzo/qualità, ovvero value for money. Gli italiani hanno fatto fronte alla minore disponibilità di reddito rinviando le spese importanti (auto, case, elettrodomestici...) e diminuendo le spese voluttuarie (ristoranti, tempo libero...), ma hanno anche cominciato a tagliare le spese inutili (i consumi non necessari) e a fare acquisti con intelligenza crescente. E qui il mix comprende la spesa negli outlet, il ricorso alle promozioni, l'uso del web per informarsi e per comprare, la scelta delle meno costose private labels, gli acquisti associati e altro ancora (addirittura il baratto).
Le ricerche rilevano poi che l'atteggiamento dei consumatori verso le marche e verso le imprese produttrici è cambiato. È lo sviluppo di un trend che probabilmente è nato prima della crisi, ma ora si è molto rafforzato, e include innanzitutto un sentimento meno favorevole e fiducioso verso i brand e ciò che sta dietro, una minore fedeltà che talvolta trascolora nell'ostilità, e una ricerca affannosa di migliore qualità a prezzi decisamente più bassi.
Al fondo non ci sarebbe solo una ricerca di convenienza legata alla crisi, ma una vera modifica strutturale di comportamenti, in cui la semplicità, la frugalità, l'essenzialità e l'eticità si compongono in un nuovo trend che potrebbe durare a lungo nel tempo. In base a una ricerca che ha messo a confronto i comportamenti dei consumatori dopo le principali crisi (compresa quella degli anni Trenta), le difficoltà economiche possono innescare comportamenti parsimoniosi che possono diventare permanenti e durare addirittura per tutta la vita. È quello che sta succedendo?
È probabilmente troppo presto per dirlo, ma la risposta della maggioranza degli osservatori non va realmente in questa direzione. È presumibilmente giusto parlare di una nuova tendenza dei consumatori, verso una maggiore sobrietà, frugalità e modestia. Ma occorre fare attenzione a non estremizzare, come fa chi ad esempio parla di "neo-pauperismo".
La riduzione delle spese e la maggiore cautela sono elementi di fondo, ma la reazione dei consumatori si concentra non solo sullo spendere meno, ma soprattutto sullo "spendere meglio". La preferenza va a un'offerta che si rende disponibile a capire le nuove tendenze, come ad esempio quella low cost/high value di catene come Ikea o Zara, vettori come Ryanair o Easyjet, dettaglianti come Carpisa o Decathlon. I consumatori, che in media si aspettano anni di redditi non più crescenti e nella migliore delle ipotesi uno status quo, premiano la qualità a un prezzo contenuto. E questo, ritiene il sociologo, è dove si sta andando in tutti i paesi sviluppati, America compresa.

9 Settembre 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Economia sommersa, economia criminale


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In Sicilia c'è una piccola associazione di gente onesta e coraggiosa che si chiama "Oltre il pizzo", ed è composta da negozianti che, come dice il nome, si rifiutano di pagare il pizzo alla mafia. Ci vuole coraggio, nulla garantisce che la criminalità organizzata non gliela faccia pagare con un attentato al negozio, se va bene, o alle persone, se va male. La criminalità organizzata è potente e sadica, lo si sapeva anche prima di Gomorra. E i dati diffusi nei giorni scorsi dal ministero dell'Economia mostrano come le regioni del Sud già perfettamente note per la massiccia presenza di mafia, camorra e 'ndrangheta (Sicilia, Campania, Calabria e Puglia) svettano anche per evasione fiscale ed economia sommersa.
A livello nazionale l'economia sommersa è stimata attorno al 30% del Pil nazionale, ma c'è chi ritiene che il dato sia sottodimensionato e si sia più vicini al 40%. Il che significherebbe che quasi un'attività economica su tre è inquinata o posseduta da criminali ed evasori. I nuovi dati resi noti indicano che i consumi superano, nelle regioni citate, di gran lunga il reddito che viene prodotto, e non di poco. In Calabria la distanza fra spese e redditi tocca addirittura il 50%, in Sicilia sfiora il 40% e Campania e Puglia sono oltre il 30%. A confronto il 6% della Lombardia e il 13% del Piemonte contrastano come un pinguino al Polo. È ovvio che il gap fra consumi e reddito si spiega in primo luogo con l'evasione e l'economia sommersa.
Ovviamente, evitando facili qualunquismi, tutto ciò significa che la maggior parte della gente fatica e lavora onestamente, magari opponendosi con pesanti rischi personali al pagamento del pizzo, all'economia dei falsi, ai soprusi dei gruppi organizzati. Ma significa anche che i fenomeni di criminalità diffusa condizionano pesantemente sia la gestione di Stato e regioni, sia l'economia del Paese e l'attività di milioni di persone, impoverendo tutti quanti tranne coloro che ne beneficiano direttamente.
Un ulteriore corollario è dato dalla massiccia presenza di lavoratori ipersfruttati, sottopagati e senza alcuna garanzia di salario e protezione sociale. In prevalenza si tratta, al Sud, di immigrati che vivono clandestinamente e vendono la propria forza-lavoro per pochi euro al giorno. Anche questo fa parte delle basi dell'economia sommersa, che troppo spesso ci fa comodo dimenticare.

14 Agosto 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Consumatori che cambiano


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Crisi o meno, era inevitabile che la crescita della spesa per i consumi rallentasse rispetto al tasso reale del 3-4% annuo che si registravano da molti anni. Gli Ottanta e Novanta sono stati gli anni del picco dei consumi per i figli del baby-boom, ora prossimi alla pensione, le cui spese spensierate sono state spesso finanziate da una montagna di debiti. Ora, a causa della recessione, quello che sarebbe stato un lento declino è diventato un brusco crollo. E ci si domanda se i consumatori cambieranno in modo permanente le proprie abitudini, anche quando la recessione sarà finita.
Secondo molti esperti, siamo di fronte a un vero e proprio cambiamento epocale di paradigma. Quattro i trend da tenere particolarmente presenti:

Prepararsi a un rallentamento della crescita dei consumi globali sul lungo periodo. Le aziende che facevano affidamento su una crescita sostanziale del mercato, specialmente per i prodotti maturi, si trovano ora a lottare per mantenere la quota di mercato oppure a competere in categorie nuove.
Prevedere un sostanziale incremento del consumerismo "verde". I consumatori sono sempre più attenti a due cose: il rapporto prezzo/qualità dei prodotti e dei servizi e l'impatto sull'ambiente dei processi produttivi e dei prodotti da usare. Le aziende che non capiscono questa nuova e sentita esigenza, si troveranno ben presto nei guai.
Una vivace domanda dei consumatori anziani. Entro cinque anni oltre la metà della spesa al consumo nei Paesi avanzati proverrà da ultracinquantenni e la percentuale di anziani è in crescita sia in Europa, sia in America, sia in Giappone.
Offrire proposte di qualità a prezzi contenuti. Se il bilancio di molte famiglie si è contratto questo non significa che si siano abbassate le aspirazioni. Gli studi dimostrano che nelle economie a crescita lenta i consumatori vogliono sempre fare la bella vita, anche se non se la possono più permettere.

10 Luglio 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Uno spettro in azienda


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In America Obama vuole porre tetti ai bonus e stipendi dei manager. In Francia quelli che Bernard Henry-Levy ha chiamato i "nuovi sanculotti" hanno ripetutamente preso in ostaggio dei manager per protesta. Uno spettro si aggira per le aziende: quello di una contestazione del modo di gestire le imprese da parte di un management che, negli ultimi vent'anni, ha cambiato natura, assumendo un potere e una visibilità in precedenza sconosciute. Non si tratta certo di un'opposizione ideologica di stampo neomarxista, ma rappresenta quella che una volta si sarebbe definita come una "contraddizione in seno al capitalismo".

La crisi finanziaria ha costituito solo un detonatore di tendenze già in atto, per le quali si è iniziato a mettere in discussione alcuni capisaldi realmente importanti e distintivi del modo di gestire le imprese e degli obiettivi connessi. Le domande che oggi molti si fanno si indirizzano sul che fare, una volta che si è verificato che la reputazione e l'immagine dei manager si è deteriorata a causa degli scandali del tipo Enron e Parmalat, e poi in modo più grave per la mala gestione delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali.

Ci si chiede come garantire meglio la professionalità e la affidabilità di persone che assumono poteri che possono diventare immensi (molte multinazionali hanno fatturati superiori al Pil di Paesi anche non piccoli, come la Danimarca) e quali percorsi formativi eventualmente introdurre. È saltata fuori l'idea dei codici di condotta, perché richiama una possibile formazione alla business ethics o alla CSR, ma non rappresenta per nessuno una panacea.

Alcuni punti del dibattito si intrecciano con alcune spinte già in atto per riconsiderare modalità di gestione, filosofie gestionali e obiettivi di gestione. In primo luogo, si mette sempre più in discussione l'obiettivo della creazione, e/o massimizzazione, del valore per gli azionisti, il mantra che ha prevalso negli anni passati, e che oggi dà origine alle critiche al capitalismo senza regole. Oggi è contestato a favore di una visione degli obiettivi d'impresa più consapevole di responsabilità allargate, che comprendono non solo gli azionisti (shareholder) ma anche altri portatori d'interesse (stakeholder), come le comunità di riferimento, i clienti, i fornitori, i dipendenti dell'azienda; ma anche l'ambiente fisico e gli equilibri economici complessivi.
Il secondo elemento è quello dello shortermism, che certo connota più le imprese americane di quelle europee ma che chiaramente costituisce un punto nevralgico: definizione dell'equilibrio tra obiettivi di breve, medio e lungo termine, sostenibilità economica, durata dell'impresa nel tempo.
Il terzo elemento riguarda la stessa collocazione e funzione dell'impresa nel contesto socioeconomico complessivo. Vi è una spinta crescente a considerare le aziende come soggetti di riferimento per lo sviluppo economico e sociale, luoghi di crescita individuale oltre che di creazione della ricchezza sociale. È quello che Gary Hamel chiama "favorire le comunità di interessi" e che, a suo parere, richiede una "ricostruzione delle fondamenta filosofiche del management", se non addirittura una "rieducazione della mentalità manageriale".

Anche altri importanti pensatori contemporanei di management, come Michael Porter e Clayton Christensen, hanno di recente scritto sull'esigenza di inquadrare il rapporto tra l'impresa e la società in termini nuovi: Porter indicando la via che definita della "integrazione sociale dell'impresa" come superamento di una visione troppo ristretta della CSR; Christensen mettendo in evidenza l'importanza dell'innovazione sociale ed economica per rendere compatibili al grado più avanzato gli obiettivi spesso contrastanti delle imprese e della società.
Sale, dunque, dalla società verso le imprese una domanda di cambiamento. La questione è se i manager, spesso super pagati, che stanno in cima alle aziende sapranno capirla. Ma, soprattutto, se saranno disposti a cambiare.

5 Giugno 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Voglia di ripresa


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La recessione economica picchia duro. Non siamo ancora fuori dalla crisi, né quella finanziaria innescata dalla questione dei subprime in America, né quella economica seguita alle turbolenze che hanno sconvolto il sistema finanziario e bancario mondiale. D'altra parte, la crisi attuale è stata non a caso definita come la peggiore del dopoguerra, se non addirittura la "più grave mai verificatasi nell'economia moderna" (così il vicepresidente del Fmi, John Lipsky).

È dunque chiaro che le difficoltà ci accompagneranno ancora a lungo, anche se quanto nessuno lo sa. Sappiamo con certezza che Europa, Stati Uniti e Giappone sono in forte recessione nel 2009, cominceranno a reagire nel 2010 con una crescita solo di poco superiore allo zero, e beneficeranno di una discreta ripresa solo nel 2011. I Paesi emergenti, specie la Cina, l'India e pochi altri, continueranno a crescere anche quest'anno e progressivamente di più in seguito, ma comunque con tassi di sviluppo molto inferiori al recente passato.
Se questo è il quadro inequivocabile, va comunque detto che la primavera 2009 ha portato degli spunti di inversione di tendenza. La voglia di ripresa c'è e si comincia a sentire un po' più di ottimismo. In alcuni settori la domanda ha mostrato qualche segno di rafforzamento, in qualche settore industriale la produzione ha smesso di crollare, e un po' ovunque si è fatto strada una nuova fiducia che le borse di tutto il mondo non hanno mancato di registrare. Si può ipotizzare che questo relativo miglioramento sia anche il prodotto dell'azione dei principali Governi, che stanno iniettando forte liquidità nel sistema, recuperando le situazioni più compromesse e operando tramite la leva fiscale e quella monetaria (ormai i tassi d'interesse sono al minimo storico). Un'azione probabilmente indispensabile, ma che in qualche caso fa sorgere il timore di un eccessivo ritorno dello Stato nel mercato.
Ciò che è certo è che, anche se una crisi così non l'avevamo mai vista, le imprese stanno combattendo per superare le difficoltà e presentarsi preparate al momento della ripresa. Non è uno slogan dire che persino questa profonda crisi può costituire un'opportunità se si opera in modo da coglierne, né che è in tempi come questi che occorre dare prova di coraggio e capacità di innovare per conquistare un migliore posizionamento competitivo per quando i mercati torneranno a muoversi.

15 Aprile 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Capire la generazione Y


Tutti i post di Enrico Sassoon
 
Innanzitutto, per chi non lo sapesse, la generazione Y è considerata, in senso stretto, quella dei giovani tra i 18 e i 25 anni, e in senso allargato quella che va dai 15 ai 27 anni. C'è chi definisce i 15-18 la generazione Y "bassa" e i 25-27 la generazione Y "alta", perché le caratteristiche sono diverse. E c'è chi distingue i giovani ancora a scuola e all'università da quelli nel mondo del lavoro. Resta che, secondo le sempre più numerose indagini in corso, gli Y presentano caratteristiche comuni che è bene capire, soprattutto perché stanno entrando in massa nel mondo del lavoro, non senza qualche problema dalle due parti del medesimo. I datori di lavoro e, in generale, i manager che dirigono le imprese non capiscono tanto bene la Y Generation. C'è un indubbio gap generazionale e culturale, persino con la mitica X generation e ancor più con la super-mitica generazione del Baby Boom (quella che sta per andare in pensione). E quando c'è incomprensione si rischia sempre la tensione. Dunque, meglio capire. Secondo varie ricerche recentissime (ad esempio, quella dell'Accenture Strategic Institute, quella della Randstad USA e quella del Conference Board), gli Y sono certamente very comfortable con le tecnologie ICT e usano i relativi dispositivi con estrema naturalezza, ma sono anche molto liberi in questo utilizzo. Per esempio, quando entrano in azienda vogliono scegliere gli apparecchi tecnologici che dovranno usare e selezionano a priori le aziende dove andare a lavorare anche su questa base. Una seconda caratteristica, che non fa felici i loro capi, è che non chiedono il permesso per utilizzare a loro modo le tecnologie: dunque, uso a tutto campo di telefoni cellulari, chat, face book, instant messaging, open source e comunità online in genere. In sé tutto ciò non sarebbe un problema, se non che gli Y hanno la tendenza a mettere online ciò che gli pare, anche notizie riservate sull'azienda o sui clienti, e non c'è modo di limitarli a un uso un po' più riservato. Ancora: la loro consapevolezza delle politiche aziendali sull'uso delle tecnologie IT è molto limitata, cioè sembra che non gliene freghi niente. Non sanno, e in genere non vogliono sapere, se ci sono direttive sulla pubblicazione di certe informazioni sui siti web, se esistono questioni di proprietà intellettuale o se ci sono veri e propri segreti industriali. Infine un dato curioso: contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, gli Y non usano granchè la posta elettronica, né amano alla follia i blog. Trionfano gli SMS, le applicazioni di Google e gli instant message, oltre, come si è detto, il social networking. Il fenomeno sta diventando di massa per cui è bene che imprenditori e manager si informino per benino sulla Generazione Y e si scordino fin da subito eventuali maniere forti per averci a che fare. L'autoritarismo non è la strada giusta, se mai lo è stata, ma con la Y la parola d'ordine è "inclusione", e la seconda parola d'ordine è "coinvolgimento".

25 Marzo 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Cinamerica ha paura


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La Cina continua a crescere, anche se meno che negli anni scorsi. Mentre un po' tutti i Paesi del mondo nel 2009 entrano in recessione, e addirittura il Pil globale sarà negativo per la prima volta dal 1945, la Cina crescerà quest'anno almeno del 6%. Il che è meno dell'8-10% cui era stata abituata negli ultimi dieci anni, ma certamente non poco. Il dinamismo cinese è ben noto e non va ulteriormente sottolineato, ma vale la pena di ricordare che nel 2007 la Cina ha scalzato la Germania dal terzo posto mondiale in termini di prodotto interno lordo. Al primo posto gli Usa, con 13.800 miliardi di dollari (dati 2007), al secondo il Giappone (4.380) e al terzo la Cina (3.380), e poi appunto la Germania (3.320). L'Italia, per chi fosse interessato, è sesta con 2.100 miliardi.
Detto questo, la crisi finanziaria sta mordendo duro anche nel grande gigante asiatico. La produzione industriale negli ultimi mesi è andata a picco, seguendo il crollo delle esportazioni. Il mercato internazionale non tira più e da un terzo a metà delle fabbriche cinesi nelle principali zone industriali ha chiuso i battenti. I disoccupati sono milioni e i timori di disordini sociali sono in aumento.
Il governo cinese ha varato un piano da 600 miliardi di dollari per fare fronte alla crisi e una gran parte di questi soldi servirà a sostenere le piccole e medie imprese, ma se il mercato mondiale non riprende saranno guai. Ora, per la Cina il vero grande mercato sono gli Stati Uniti, anche grazie al fatto che sono numerosissime le multinazionali americane che hanno aperto grandi impianti in Cina e fanno riferimento ai consumi degli americani per avere successo. Ma la domanda americana è crollata e non si riprenderà tanto presto, anche se i piani di stimolo di Obama stanno producendo i primi effetti.
La Cina è giustamente preoccupata. Negli ultimi vent'anni ha accumulato enormi surplus commerciali negli scambi bilaterali con gli Usa e li ha prevalentemente reinvestiti proprio negli Stati Uniti, divenendo il primo detentore mondiale di ricchezza americana in termini di azioni, obbligazioni e proprietà immobiliari. Come il Giappone negli anni Ottanta, la Cina negli anni Novanta e Duemila è divenuta il partner globale dell'America e si potrebbe parlare oggi di Cinamerica come trent'anni fa si parlava di Nippon-Usa.
E Cinamerica ha paura perché le azioni sono crollate, così come i valori immobiliari, e i T-bonds non rendono più nulla. In più il dollaro minaccia di calare ulteriormente, per consentire un rilancio dell'export Usa, e questo ridurrà ulteriormente il valore degli investimenti cinesi in America.

12 Marzo 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Crisi di fiducia


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Il Fondo monetario internazionale ha annunciato qualche giorno fa che l'economia mondiale è in una "grande recessione" e che nel 2009 questo comporterà una riduzione del Prodotto interno lordo globale dello 0,5%, se tutto va bene. Il che significa che nei fatti la contrazione potrebbe rivelarsi più forte: ad esempio, l'Europa già prevede che il Pil cali del 2,5% nell'anno in corso.
La faccenda è grave. Dalla fine della seconda guerra mondiale, ossia dal 1945, a oggi l'economia mondiale era sempre cresciuta, non si era cioè mai verificata una recessione che colpisse il mondo intero. La causa di tutto ciò, ormai lo sappiamo bene, è la crisi sistemica della finanza, innanzitutto quella americana ma, per ovvi motivi di globalizzazione dei mercati, ormai di tutti i paesi, avanzati o meno. La saldatura tra crisi finanziaria e crisi dell'economia reale si è progressivamente prodotta nell'ultima parte del 2008, a mano a mano che il credito si estingueva e il pessimismo si allargava. Si sono congelati i consumi e, a fronte di una domanda in calo, sono andate in crisi le aziende che hanno preso ad accumulare scorte e a fermare produzione e investimenti.
Il dato più sconcertante è che, almeno per ora, gli immensi afflussi di capitale iniettati dai Governi di tutti i paesi non hanno determinato alcuna reazione, e questo nonostante i tassi d'interesse siano ormai scesi sotto zero in termini reali. Indebitarsi, cioè, non costa quasi niente, però il credito è scarso, e va a finire che nessuno investe perché ancora non si capisce quando si toccherà il punto di svolta e si tornerà a crescere. Le borse di tutti i paesi, che si muovono tradizionalmente ben prima dell'economia reale, sono la testimonianza di questo stato di cose.
Il punto da capire è che non sono andati in tilt solo il sistema della finanza e quello della produzione, ma anche l'insieme di quel capitale di fiducia delle persone senza il quale nessuna economia di nessun paese può prosperare. E questo è un aspetto difficile, su cui intervenire è arduo. Se manovrare la leva fiscale e quella monetaria per rilanciare l'economia produrrà certamente degli effetti nei prossimi mesi, risvegliare la fiducia di chi ha perso il posto di lavoro o i risparmi di una vita può rivelarsi molto più problematico. In sostanza, la crisi globale finirà non appena si risolverà quella di fiducia. Ma quando questo avverrà è impossibile da prevedere.

23 Febbraio 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Obama, le aspettative e il tempo che passa


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Eletto con entusiasmo e con netta maggioranza nel novembre scorso, il neopresidente americano Barack Obama ha avuto anche consensi debordanti in Europa e in molte altre parti del mondo. È giovane, è nero, è carismatico, un presidente in apparenza molto diverso dall'immagine tradizionale del numero uno dell'Esecutivo degli Stati Uniti cui siamo stati abituati per decenni. Le aspettative nei suoi confronti sono, conseguentemente molto elevate: da lui ci si attende che in tempi brevi avvii a soluzione la crisi finanziaria, che faccia ripartire l'economia, che stimoli l'ottimismo e gli investimenti in Borsa, che faccia uscire l'America dall'Irak, che salvi l'ambiente, che imposti una nuova politica estera, più multilaterale del passato e magari anche abbastanza pacifista.
Lasciatemi dire che credo che queste aspettative siano in parte illusorie e in parte irrealizzabili. L'immagine di Obama nel mondo non corrisponde spesso alla realtà. Specie fuori dagli Usa, ma anche all'interno, su di lui sono stati proiettati dei desideri che hanno poco a che fare con i veri programmi che Obama si è dato. E anche quei programmi sono difficilmente realizzabili, per il semplice fatto che in campo economico ha meno risorse di quelle che occorrono, e in campo di politica estera non ci sono le condizioni per modificare le politiche dei suoi predecessori.
Il dato di fondo è che Obama ha poco tempo. È in carica dal 20 gennaio, ma già si legge sulla stampa mondiale che la "luna di miele" con gli elettori sarebbe già finita. I pacifisti sono contrariati perché l'uscita dall'Irak è stata rinviata; i verdi perché i programmi ambientali devono attendere; i sindacati sono delusi perché Obama non sarà protezionista; i repubblicani perché non avranno i loro tagli alle tasse; i democratici perché non scorgono ancora i programmi sociali e sanitari; gli europei sono scocciati perché le prime telefonate e visite ufficiali del neopresidente e dei suoi principali collaboratori non sono giunte all'Europa ma all'Asia e al Medio Oriente; e così cantando.
Obama non solo non può accontentare tutti, ma probabilmente non riuscirà a dare veri segnali di cambiamento nei prossimi mesi, a causa della scarsità di risorse, e così rischia di scontentare tutti. Il tempo è cruciale perché si sa bene come l'opinione pubblica sia volatile. Spero di sbagliarmi, ma tempo che il 2009 per Obama sarà un anno molto più difficile del previsto.

9 Febbraio 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Il mondo salvato dalle donne?


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Se qualcuno chiede la mia opinione, dichiaro senza esitazioni che lo stupro di uno o più uomini contro una donna equivale al più grave ed efferato delitto possibile contro la persona, equivalente all'omicidio. È probabilmente peggio di un omicidio perché i danni che la donna si porta dietro la accompagneranno per tutta la vita, una vita sostanzialmente distrutta sotto il profilo psicologico ed emotivo.

Passiamo ad altro argomento, apparentemente sconnesso: la finanza. In una sessione del World Economic Forum di Davos a fine gennaio, una persona intelligente ha posto la domanda: il mondo sarebbe oggi in questo incubo di crisi finanziaria se invece di Lehman Brothers fosse esistita una Lehman Sisters? Le risposte sono variate da quella scherzosa: "no, le donne non avrebbero mai inventato strumenti finanziari così sofisticati", come quelli che ci stanno rovinando la vita; ad altre risposte più serie, come: "le donne non avrebbero mai preso rischi così colossali come quelli che hanno distrutto il sistema".

Il Nobel del microcredito Mohammed Yunus, che presta solo alle donne, approva e ribadisce che la crisi non sarebbe mai scoppiata se fossero state le donne a gestire la finanza. La ministra indonesiana Pangestu condivide: "le donne sono meno corrotte degli uomini". Il commissario europeo Nelly Kroes a sua volta si dice "assolutamente convinta che il testosterone ha messo ko il sistema" e che "in termini generali, le donne sono meno guidate dall'ego degli uomini".

Altra questione: le donne ai posti di comando in azienda. È il disastro, come è noto, si parla di pochi punti percentuali sul totale, e siamo arrivati al 2009. Si è parlato di "soffitto di vetro" per indicare il tappo invisibile che impedisce loro di salire nella scala gerarchica; poi si è parlato di "labirinto della leadership" dove le donne di perdono perché non riescono a superare i trabocchetti di un sistema pensato per gli uomini. La sostanza è la stessa, l'ingiustizia pure.

Non credo alle quote rosa, ma spero che i violentatori passino la vita in carcere. Non credo che Lehman Sisters risolverebbe il problema, perché il potere, politico o economico fa lo stesso, corrompe chiunque. Ma credo nella giustizia e nell'uguaglianza delle opportunità e, per ciò che riguarda le donne, nel nostro mondo postmoderno ne siamo ancora molto lontani.

26 Gennaio 2009

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Uniti si vince, divisi si fa l'Italia


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Mezzo milione di americani di ogni ceto sociale, colore, appartenenza politica e credenza religiosa si è riunita a Washington il 18 gennaio per accogliere il neo-presidente Barack Obama. Lo slogan: We are one, ossia siamo una sola cosa, ovvero siamo tutti uniti in questo difficile momento della storia americana e mondiale. Conta poco che sul palco si siano alternati gli U2, Bruce Springsteen e James Taylor, la storia non la fanno mica loro, anche se fanno grancassa. La storia e le vicende umane le fanno gli uomini. Dunque, è più importante che tra i 500mila ci fossero anche moltissimi repubblicani, che avevano sperato in una vittoria del loro candidato, ma che una volta perse le elezioni vanno a sostenere il loro presidente. D'altronde, lo stesso sfidante repubblicano John McCain si è rivolto a Obama, nel giorno dei risultati, come al "mio presidente".
L'America non è, sia ben chiaro, la terra di Babbo Natale e dei buoni sentimenti; è il Paese di grandi forze criminali organizzate, dei peggio pescecani di Wall Street, delle corporations che spesso usano la forza militare dell'America per dominare le repubbliche delle banane. Detto ciò, è anche il Paese dove si realizza al massimo grado la dialettica politica basata sul principio dei checks and balances, i pesi e i contrappesi, gli equilibri di poteri costituiti tra centro e periferia, Stati e governo federale, Congresso (legislatori) e Presidenza (esecutivo). E dove vige un sostanziale rispetto dei ruoli e delle istituzioni, compresi coloro che le rappresentano. Non deve stupire, allora, che una volta finita la tenzone elettorale e la sfida politica, il Paese si ponga dietro al suo presidente e ne appoggi le politiche; oppure, se non mantiene le promesse e si macchia di indegnità, lo mandi a casa con procedure di indictment a loro volta appoggiate dalla gran massa dei cittadini: ricordiamoci del Watergate e di Nixon.
È fin troppo facile e doloroso fare un confronto con l'Italia. Che a vincere le elezioni sia la destra o la sinistra, l'altro si pone subito in posizione non dialettica di scontro frontale fondato sulla contumelia, la calunnia e la diffamazione. L'idea di un obiettivo o di un bene comune non è pane per i nostri denti, e non si può dire che ciò riguardi solo i politici. Il settarismo è merce quotidiana tra il popolo e la concezione di bene comune o collettivo equivale di norma a ritenere che queste categorie siano beni di nessuno di cui ci si può, anzi ci si deve, appropriare senza remore. Il Paese è frammentato in gruppi d'interesse che badano solo ed esclusivamente al suddetto interesse di gruppo, senza possibili mediazioni per obiettivi diversi e più ampi. Il manager bada a massimizzare il profitto per gli azionisti; il sindacato l'interesse degli iscritti; gli occupati si disinteressano dei disoccupati; i giovani dei vecchi e viceversa; le forze politiche hanno un concetto di eternità poco filosofico o religioso e molto mirato alla permanenza sulla poltrona. Insomma, anche se le generalizzazioni non vanno mai bene, il sentimento di fondo nel Paese è dettato dall'individualismo o particolarismo, altro che we are one! Vogliamo cominciare a parlarne?

12 Gennaio 2009

White House
White House
   

Arriva Obama


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Mancano due settimane sole all'ingresso di Obama alla Casa Bianca, e intanto i dossier pieni di problemi si accumulano sulla scrivania di Bush, che ovviamente nemmeno li guarda più. Obama dovrà intervenire molto rapidamente per affrontare i capitoli più spinosi all'ordine del giorno, sia in campo politico che economico.

Il primo è quello della guerra di Gaza, ed è delicato non solo perché è un problema in sé, ma anche perché tutto il mondo vuole vedere come si orienterà il nuovo presidente: manterrà l'appoggio a Israele dato dall'amministrazione Bush, o cercherà di forzare una pace con i palestinesi malgrado l'evidente indisponibilità di Hamas e la latitanza del mondo arabo?

Il secondo nodo è quello dell'economia. In America la crisi avanza e l'intervento dello Stato è già molto sviluppato. Il salvataggio di banche, istituzioni finanziarie e imprese sta già costando e ormai si calcola che il deficit federale arrivi nel 2009 a 1000 miliardi di dollari. È una cifra colossale, che non potrà non condizionare le future decisioni di un neo-presidente che, nelle promesse elettorali, voleva aiutare i ceti più deboli, riformare il sistema previdenziale e quello sanitario. Ora i suoi margini di manovra sono ancora più ristretti e difficilmente potrà dare vita alle riforme, almeno finché l'economia non darà segni di ripresa, e ci vorrà del tempo.

La questione è che Obama ha sollevato in casa e all'estero (soprattutto all'estero) delle aspettative almeno in parte irrealistiche. Il fatto di essere un presidente di colore, giovane e innovativo ha indotto molti a ritenere che sarà un presidente vicino alle classi più svantaggiate, alle minoranze, ai paesi in via di sviluppo, alle istanze ambientaliste, ai pacifisti di vario colore.

Può essere che in qualche misura Obama possa essere tutto questo, ma va ricordato che è comunque il presidente degli Stati Uniti, la prima potenza mondiale, e che il suo primo e vero obiettivo rimane quello di tutti i suoi predecessori: l'interesse nazionale. Dal 20 gennaio in poi potremo verificare in concreto in quali direzioni si dirigerà l'uomo più potente del mondo.

17 Dicembre 2008

Locandina del documentario
Locandina del documentario " Una scomoda verità" di Albert Gore
   

Al Gore e le auto inquinanti


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Ho avuto l'occasione di incontrare, il 10 dicembre a Milano, l'ex-vicepresidente americano, e quasi presidente nel 2000 se Bush non l'avesse fregato, Albert Gore, detto Al, vincitore di Premio Oscar nel 2006 per il documentario "Una scomoda verità" e vincitore nel 2007 del Premio Nobel per la Pace, per la sua battaglia per l'ambiente globale.

Gore ha spiegato che la crisi finanziaria si sta intrecciando con quella ambientale e che non si potrà risolvere la prima se contestualmente non ci si preoccupa della seconda. La crisi finanziaria durerà qualche altro mese, o forse un anno, secondo Gore, ma poi il peggio sarà passato; ma, nel frattempo, non si deve lasciare che la questione del cambiamento climatico venga trascurata, poiché ogni anno i costi aumentano e non c'è da sperare che il problema si risolva da sé.

Assai ragionevole, si direbbe, per cui gli ho chiesto, visto che il 9 dicembre aveva incontrato il neo-presidente Obama, se non pensa che si possa e debba cogliere l'occasione della crisi finanziaria per fare qualcosa per quella ambientale. In particolare: visto che l'industria dell'auto americana sta per ricevere decine di miliardi di dollari di aiuti solo per sopravvivere, e visto che le auto sono uno dei grandi inquinatori e produttori di gas serra, non sarebbe il caso di condizionare questi aiuti a una vera accelerazione della transizione dell'auto verso motori più puliti e meno divoratori di petrolio? Ossia, non è il caso che Obama chieda ai leader di General Motors, Ford e Chrysler di impegnarsi seriamente per l'ambiente, se vogliono ricevere dallo Stato (cioè dai cittadini) i quattrini che vanno domandando? E lui medesimo, si sentirebbe di suggerirlo a Obama?

La risposta di Gore è stata incondizionatamente positiva. È il caso di condizionare l'aiuto statale a obiettivi avanzati di tipo ambientale, è il caso di farlo subito, è il caso di accelerare la transizione verso l'auto elettrica, o altri tipi di motori poco o non inquinanti. E non solo in America, ma anche in Europa e, non ha mancato di sottolineare, anche in Italia.
Ma lo farà Obama? Su questo punto l'ex VP non si è sbilanciato, anche se ha in qualche modo dichiarato che si sentirebbe di suggerirglielo. Ma lo farà Al Gore? L'uomo è un politico consumato che non combatterà certo una battaglia se pensa di perderla. Ha, però, preso una pubblica posizione su questi punti e, forse, già questo è un bon inizio.

3 Dicembre 2008

   

Economisti sotto processo


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La crisi finanziaria procede secondo copione. Dopo i crolli delle banche e i salvataggi dei governi e delle istituzioni, siamo alla fase dell'inevitabile impatto sull'economia reale.
In tutti i Paesi la gente stringe la cinghia, i consumi calano, le imprese riducono la produzione, la disoccupazione aumenta specie per chi ha contratti di breve termine, e la preoccupazione allarga la crisi in un circolo vizioso che per ora sembra impossibile spezzare.

Ciò che colpisce, in questo frangente così drammatico, è l'assordante silenzio degli economisti, che sembrano scioccati dall'accaduto, che solo pochi "pazzi" avevano previsto, e osservano attoniti i governi adottare soluzioni sempre più dirigistiche che, di fatto, tolgono potere al mercato e lo riportano nelle mani dello Stato.

Gli economisti tacciono ora come avevano taciuto negli anni scorsi i rischi che si stavano accumulando e che sono regolarmente esplosi, lasciando la presente scia di catastrofi economico-finanziarie. Ma ora c'è chi inizia a presentare il conto. Certo, nessuno chiederà alla categoria degli economisti, che sono seri professionisti cui individualmente nessuno può imputare nulla, di risarcire le perdite dei risparmiatori. Ma indubbiamente, di fronte alla totale incapacità della scienza economica di prevedere ed evitare la crisi, un po' di domande occorre farle e un po' di risposte occorre averle.

La prima domanda che ci si pone riguarda i celebri premi Nobel dell'Economia, che si sono dimostrati molto bravi, negli ultimi anni, a concepire sofisticati sistemi di analisi e decisioni di portafoglio e di calcolo e ripartizione dei rischi finanziari, ma del tutto incapaci di vedere che intanto il sistema, in cui agivano i loro sofisticati teoremi, andava letteralmente in pezzi. In poche parole, sono stati bravissimi a vedere i fili d'erba, ma non hanno visto la foresta, ma nemmeno i cespugli o gli alberelli più stenti.

Oggi si inizia a dire che gli errori di fondo hanno riguardato il comportamento dei risparmiatori, che sarebbero assai più irrazionali di quanto supposto; oppure il funzionamento della "mano invisibile", che va bene se tutto va bene, ma va male se tutto va male! Si accenna al fatto che i mercati non comunicano sempre le giuste informazioni, ma al contrario queste sono scarse o false o asimmetriche. Si constata che il meccanismo dei prezzi non agisce sempre nel modo atteso, rispecchiando domanda, offerta e scarsità/abbondanza di beni o servizi, ma componenti difficili da valutare, come nel caso della finanza strutturata. Insomma, si mettono in discussione tutti, ma proprio tutti, gli assunti di base che hanno dominato economia e finanza negli ultimi vent'anni.

Chi, due secoli fa, aveva battezzato l'economia come "scienza triste" non si immaginava forse che si sarebbe arrivati alla situazione odierna. Forse non è vero che è una scienza triste, ma di sicuro gli economisti oggi tristi lo sono assai.

19 Novembre 2008

   

Le due facce della sicurezza


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La media è tre morti al giorno. Non si tratta né dell'Iraq né dell'Afghanistan, bensì del fronte interno. In Italia ci sono 1.200 incidenti mortali all'anno, vale a dire appunto circa tre al giorno, una cifra da brivido. È dietro a questa statistica che sta la logica della procura di Torino che ha deciso il rinvio a giudizio per omicidio volontario dell'amministratore delegato della Thyssen Krupp, l'azienda siderurgica dove in un rogo sono morti sette operai.

Omicidio volontario.
E' un'accusa pesante e viene diretta al leader aziendale in quanto responsabile al più alto grado del modo in cui si lavora nell'azienda e sulla base della considerazione che non può e non deve permettersi di ignorare le condizioni di rischio in cui le persone lavorano.

Il procuratore che ha proposto l'accusa, confermata dal Gup di Torino, è Raffaele Guariniello, un tempo definito "pretore d'assalto" perché aveva l'abitudine di mettere sotto accusa le imprese soprattutto per quei reati ambientali che, una volta, non erano neanche considerati tali. Grazie anche a Guariniello, ma pure a molti altri, oggi lo sono; e la stessa cosa si vuole arrivare a fare con gli incidenti sul lavoro, ossia fare diventare reato per il capo azienda quello che oggi non è considerato tale, in modo da indurre comportamenti più attenti alla salute e alla vita dei lavoratori.

C'è chi esulta e chi è contrario e l'unica cosa certa è che i due fronti si daranno aspra battaglia. La prima considerazione che viene fatta è che, come nel caso della responsabilità dei medici, si rischia che l'imprenditore - di fronte al rischio di essere accusato di omicidio - rinunci a fare l'imprenditore. In contrapposizione, si pone chi sottolinea l'estrema debolezza della parte lavoratrice, spesso posta di fronte all'alternativa di lavorare in condizioni di estremo rischio o di non lavorare affatto.

Guariniello e i suoi sostenitori ritengono che senza un'azione decisa le morti bianche non si ridurranno; gli esperti di diritto del lavoro sembrano divisi, ma c'è una forte tendenza a ritenere poco opportuna la posizione criminalizzante della procura torinese.

E l'opinione pubblica? Le prime reazioni, in primo luogo dei famigliari delle vittime alla Thyssen, sono favorevoli alla messa sotto accusa dei vertici delle imprese ed è improbabile che, nella drammatica situazione attuale, si possano avere dissensi radicali.
Siamo solo all'inizio di un confronto che si potrà rivelare molto duro, ma che è certamente cruciale per il futuro della sicurezza del lavoro nel nostro Paese.



Casaleggio Associati ha pubblicato un libro sull'argomento:

" Morti bianche"

5 Novembre 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Il papà della crisi


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La crisi dei subprime, che ha decurtato i risparmi di milioni di persone nel mondo, ha un papà, di cui un po' tutti in questi mesi si sono dimenticati. Circa vent'anni fa - tra il 1986 e il 1995 - l'America ha sperimentato un altro terremoto finanziario, appunto il papà dell'attuale, e anche allora si disse che era la peggior crisi dal 1929. Fallirono, infatti, oltre 1.000 banche americane, appartenenti alla categoria delle Saving and Loans, nel corso di una crisi lunga e dolorosa che richiese un ampio salvataggio da parte del Congresso e del Governo degli Stati Uniti. 

Paragonato alle stime del costo della crisi attuale, che viaggiano attorno ai 3.000 miliardi di dollari, quello di allora, anche se sembrò enorme, fu una goccia nel mare: un Fondo appositamente istituito fornì l'equivalente di 50 miliardi di dollari di allora al sistema bancario e nell'insieme la crisi costò tra i 153 e i 160 miliardi di dollari ai contribuenti americani.

La domanda, che resta per ora senza risposta, è perché quella crisi non ha insegnato niente e vent'anni dopo ci si è ricascati.

Ricostruiamo la crisi.

Le banche S&L sono istituti specializzati nel promuovere l'acquisto di case a condizioni favorevoli. Era stato lo stesso Governo Usa a promuoverle alla fine della seconda guerra mondiale, assicurando tramite la FSLIC (Federal S&L Insurance Corporation) i depositi sui conti di risparmio. Questo incoraggiava i cittadini a mettere i risparmi in banca nonostante i bassi tassi d'interesse offerti. Chi voleva comprare una casa otteneva un prestito con un tasso relativamente alto, ma abbordabile perché il mutuo aveva durata trentennale.
Il meccanismo aveva funzionato e milioni di americani avevano così potuto comprarsi la casa. Ma a metà anni Ottanta, partendo dal Texas dove c'erano la metà delle S&L del paese, iniziò la catena di fallimenti bancari causata da comportamenti criminali di un certo numero di banchieri convenientemente appoggiati da cinque senatori, chiamati i Keating Five perché corrotti a suon di dollari dal capo di una S&L, il cui nome era appunto Charles Keating.

La crisi venne innescata dal fatto che i rendimenti sul mercato monetario ormai spiazzavano le S&L, i cui tassi non erano più competitivi. Le banche cercarono di compensare la minore redditività sui depositi con rischiosi investimenti in fabbricati e terreni e concedendo crediti commerciali facili, che una opportuna legislazione del 1982 aveva consentito di offrire.
Tra il 1982 e il 1985 il patrimonio delle S&L aumentò in media del 56% e 40 di queste banche in Texas addirittura lo triplicarono. Ma la bassa redditività si trasformò rapidamente per molte banche in forti perdite che ne portarono alcune alla bancarotta. L'effetto contagio fece il resto e la stessa FSLIC dovette arrendersi dichiarando fallimento. Un ulteriore costo di 20 miliardi di dollari che, alla fine, pesò a sua volta sulle tasche dei contribuenti.

Ovviamente quella delle S&L non è la crisi dei subprime, ma come si può vedere ci sono sia forti differenze, sia forti analogie. E resta il quesito in attesa di risposta: perché chi doveva regolare e vigilare non ha regolato e vigilato che speculatori, immobiliaristi, banchieri spregiudicati e finanziari d'assalto rispettassero le regole e, soprattutto, il denaro altrui? Restiamo poco fiduciosamente in attesa di una spiegazione.

20 Ottobre 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Energia e ambiente: un po' di serietà


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È sulle prime pagine di tutti i giornali lo scontro in atto tra l'Italia e la Commissione europea sul pacchetto legislativo su clima ed energia (il famoso "20-20-20") le cui misure attuative la Commissione vorrebbe varare al più presto.

Il governo Berlusconi, pienamente sostenuto dall'industria italiana, si oppone, considerandolo troppo costoso. La stima è che dovrebbe costare 181 miliardi di euro nei dieci anni dal 2011 al 2020, cioè 18 miliardi l'anno.

La questione sembra però molto mal posta. Può anche darsi che l'Italia, peraltro non isolata in questo, abbia delle valide ragioni per opporsi all'orientamento europeo e al rinnovo del protocollo di Kyoto. Il problema è però un altro, ed è che oltre 35 anni dopo la prima crisi petrolifera del 1973 e con un inquinamento da energia fossile - in primo luogo il petrolio - a livelli ormai insopportabili, e con una più che evidente necessità di aumentare in misura determinante il contributo delle energie rinnovabili, si continua ad assistere a un balletto irresponsabile da parte di chi non vuole riconoscere la gravità della situazione e prendere le misure conseguenti.

Il petrolio è facile da estrarre, trasportare e utilizzare e sembra essere la fonte energetica più economica, o comunque più economica rispetto a solare, eolico e biomasse. In realtà è un'illusione. Il petrolio sembra costare poco perché nel prezzo del barile non si includono i colossali costi che le economie e le società pagano per esso, in termini di inquinamento da combustione, di disastri ecologici marini, di condizionamento politico da parte dei paesi produttori. Se si includessero questi elementi, il confronto con le rinnovabili sarebbe ben diverso.

È chiaro a tutti che il mondo deve spostarsi massicciamente sulle energie rinnovabili e oggi vi sono tutte le premesse economiche e tecnologiche per farlo. Va detto che l'industria italiana, a differenza ad esempio, di quella tedesca, non ne ha capito le potenzialità. E continua a combattere una battaglia di retroguardia.

Al recente convegno dei Giovani Industriali di Capri, per esempio, le imprese hanno chiesto che a fronte dei maggiori costi che esse dovrebbero sopportare per rispettare le richieste della Commissione europea, il Governo vari a loro favore misure di defiscalizzazione e semplificazione normativa. Sembra serio e ragionevole, invece non lo è.

L'energia è solo una delle voci di costo di un'impresa e, di norma, non una delle più rilevanti. Se aumenta, le aziende sono tenute a farvi fronte esattamente come quando sale il costo del lavoro o dei trasporti. Sono tenute a investire e a innovare per diventare più moderne ed efficienti. Invece, chiedendo le prebende dello Stato, nei fatti rallentano l'innovazione e compromettono la necessaria riconversione energetica che è una priorità per tutto il paese.

8 Ottobre 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

La terza via, l'America e noi


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Terza via. Così si chiamava, negli anni Ottanta, l'ipotetica alternativa tra sistemi capitalistici e sistemi pianificati. Una terza via che non doveva seguire l'estremismo mercatistico reaganiano, dominato dall'idea guida della deregulation e del liberismo in politica interna e internazionale, ma neppure il rigido statalismo centralistico e pianificato del socialismo reale. Questo ideale si situava, naturalmente, tra gli Usa e i suoi alleati da una parte e l'Urss e i suoi satelliti dall'altra. Da qualche parte in Europa questa terza via sembrava vivere e prosperare: la socialdemocrazia scandinava, essenzialmente. Ma si teorizzava anche una convergenza tra capitalismo e socialismo nel senso di un'economia sociale di mercato, ipotesi che piaceva molto soprattutto ai cattolici. E poi, in un'altra formulazione che ebbe notevole fortuna, si contrapponeva il modello anglosassone di Stato minimo e assenza di Welfare State con il modello europeo (battezzato "renano") con forte incidenza degli Stati nell'economia ed elevata protezione sociale.

Oggi, che le Borse bruciano ogni giorno l'equivalente del prodotto lordo di un piccolo Paese, queste differenze non esistono più. Il modello iperliberista anglosassone ha prevalso nei fatti. La finanziarizzazione spinta, con poche regole e soprattutto poco rispettate, sta facendo piazza pulita dei risparmi sia di chi vive nei Paesi anglosassoni, sia in quelli renani, o socialdemocratici, o ex-satellitari.

L'America, definita qualche anno fa, dopo la scomparsa dell'impero sovietico, dal ministro francese Hubert Vedrine come l'unica iper-potenza esistente, ha prevalso ovunque come modello economico, anche se non totalmente come modello sociale. Non ha fatto bene ne a sé né agli altri. Non era bene che un solo Paese avesse accumulato tanta potenza e che di fronte non abbia trovato più nessuno. E non è bene ora. 

Ieri l'America era criticata da mezzo mondo per la sua politica estera aggressiva e unilaterale, per gli interventi che non tutti hanno ritenuto indispensabili in Afghanistan e Iraq, per una lotta al terrorismo islamico che è certo giustificata, ma che sembra superare il segno. Oggi, però, a criticare il modello americano non è più solo mezzo mondo, ma il mondo intero, alle prese con quella che solo la nostra mancanza di fantasia definisce "un nuovo 1929". È ancora difficile capire come si evolverà la crisi: dopo il 1929 il mondo conobbe la Grande Depressione. Ciò che accadrà da domani nessuno lo sa, ne lo si può prevedere. 

L'unica cosa prevedibile è che ci sarà ben presto una reazione anti-americana che assumerà forme diverse, dall'economico al finanziario, dal diplomatico al politico. Se sarà bene o male dipenderà non solo dalla forma specifica della reazione, ma anche dalla reazione dell'America alla reazione anti-americana. Sarà probabilmente Obama a dover gestire questa situazione come nuovo presidente Usa, e non sarà facile. Il suo avversario McCain difficilmente potrà prevalere, perché questa catastrofe finanziaria è figlia dell'ideologia repubblicana, assai più che democratica.

Francis Fukuyama, lo storico che alla caduta del muro ebbe a scrivere "è la fine della Storia" ha dichiarato che è la fine del reaganismo. Era ora.

22 Settembre 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

The City upon the Hill


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Così nel 1630 John Winthrop, il capo dei puritani inglesi che condusse nel Nuovo Mondo i padre pellegrini, definì la nazione che stava per nascere: the City upon the Hill, ossia la città sulla collina. Citava il Vangelo di Matteo e voleva indicare la strada di una nuova società basata sulla carità cristiana, che avrebbe portato la luce nel mondo.
E per tutta la sua storia, dall'indipendenza nel 1776 a oggi, l'America si è sentita il faro, la città di Dio, il paese con il "destino manifesto" di guidare il mondo, la civiltà destinata a portare il "fardello dell'uomo bianco", come scrisse Kipling.

Molti, dopo Winthrop, hanno evocato questo straordinario destino: il senatore McCarthy, che dava la caccia ai comunisti; il cardinale Spellmann, che benediceva le truppe in partenza per il Vietnam; ma anche il presidente Wilson, che all'inizio del Novecento già indicava all'America la via per condurre il mondo verso una sorte migliore e proponeva quella Società delle Nazioni che poi la stessa America rifiutò di sottoscrivere. E anche il Roosevelt del New Deal, l'Eisenhower della guerra in Corea, e Kennedy, e Reagan e, naturalmente, Bush sr. e jr. Infine, last but not least, c'è Sarah Palin, la nuova vice del candidato repubblicano McCain, che basa la sua lotta politica sulla religione e si propone come la "voce profonda dell'America", quella appunto sulla collina con il fardello sulle spalle.
Però gli americani sono oggi un po' perplessi.

Nel settembre del 2001 si sono visti attaccati da un pugno di kamikaze che hanno infranto il già vacillante mito dell'invulnerabilità americana. E nel settembre di quest'anno stanno contemplando il meltdown del sistema finanziario, quello loro e, ahinoi, anche quello del resto del mondo. Se, come vorrebbe la tradizione, l'America è il paese eletto da Dio alla guida del resto del mondo, allora forse si tratta di un capo poco esperto di leadership e finanza. O, forse, potrebbe essere arrivato il momento di avere qualche dubbio sul destino manifesto e su tutti quei richiami al ruolo divino dell'America che qualche anno fa lo storico Sacvan Bercovitch aveva ha definito "le geremiadi" dei leader americani.

10 Settembre 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Dollaro bye bye


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Già negli anni Sessanta il presidente Charles De Gaulle, che non amava tanto gli americani, criticava il dollaro per l'intollerabile privilegio che consentiva all'America di indebitarsi all'estero nella propria moneta.
Qualche anno fa gli stessi paesi arabi, stufi dell'altalena del dollaro che faceva un po' troppo spesso scendere il valore dei loro patrimoni, avevano meditato di quotare il petrolio in euro, anziché in dollari. Per ora l'idea è congelata, ma chissà se non verrà presto rispolverata.

La novità è infatti che ora Brasile e Argentina dicono addio al dollaro nei loro scambi commerciali (succederà entro un paio di settimane), ma progettano addirittura di creare una moneta unica per tutto il Sud America, imitando così l'Unione europea e creando una nuova zona monetaria. Potrebbe anche non succedere. In fondo i due presidenti, Lula e Kirchner, hanno sufficienti caratteristiche demagogiche, nella più pura tradizione latino-americana, per non riuscire poi ad arrivare a concretizzare un progetto colossale come quello dell'area monetaria, ma chissà.

Il dollaro, è chiaro, piace sempre meno e al momento fa tremare tutti.
In primo luogo i paesi asiatici, Cina in testa, che pompano da anni liquidità nelle casse americane acquistando i titoli di Stato Usa grazie agli enormi attivi commerciali accumulati. Non solo il deficit commerciale americano è speculare al surplus dei paesi asiatici, ma anche il debito estero Usa è in gran parte nei forzieri delle banche centrali dell'Asia. E il dollaro, letteralmente, impallidisce.
È vero che da qualche tempo sta recuperando terreno rispetto all'euro, ma è vero anche che in precedenza aveva perso la metà del suo valore rispetto alla moneta unica europea. Era già successo, per esempio negli anni Ottanta, e con gli accordi del Plaza e del Louvre si era recuperata la situazione. Ma oggi, causa la grande crisi finanziaria non ancora risolta, la situazione si presenta più difficile.

Viene in mente quella grande strategia che all'inizio del Novecento il presidente americano William Taft lanciò proprio allo scopo di stabilire una forte presenza statunitense in Sud America (considerato il "giardino di casa", in coerenza con la famosa Dottrina Monroe). Quella di Taft fu battezzata la "diplomazia del dollaro" e si direbbe che abbia funzionato piuttosto bene fino ai giorni nostri. Il conto alla rovescia del declino del dollaro, però, potrebbe essere già cominciato.

26 Agosto 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Disneyland chiama Italia


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Disneyland chiama Italia? Non nel senso proprio dell'espressione, quasi che la grande azienda americana pensi di aprire un nuovo megaparco dei divertimenti nel nostro paese. Le aziende americane, anzi, come quelle degli altri paesi se pensano all'Italia lo fanno per disinvestire.
Il riferimento è stato fatto da Fareed Zakaria, direttore dell'edizione internazionale di «Newsweek», che ha recentemente scritto esplicitamente che l'Italia rischia di trasformarsi in una Disneyland culturale, «con begli alberghi e splendidi monumenti che potrebbero diventare l'effimera verniciatura per nascondere una società corrotta e immobilista». Per Zakaria, la colpa va attribuita storicamente a una «unificazione nazionale troppo recente, che ha prodotto un Paese diviso e frammentato, e a un sistema politico completamente disfunzionale, creato dagli americani dopo la seconda guerra mondiale per evitare l'ascesa di un altro Mussolini», ma che di fatto ha portato a una paralisi politica e sociale.
Se queste sono, secondo Zakaria, le ragioni storiche, altre sono più politiche e contingenti: il primo ministro ha troppo poco potere e ha le mani legate; il Parlamento è demograficamente troppo vecchio e non riesce ad attrarre giovani brillanti; il sistema partitico non funziona; quello politico è collassato. Però il giornalista americano ha anche delle soluzioni: dare più potere al premier, come in Gran Bretagna; riformare il sistema elettorale ispirandosi al bipartitismo americano per eliminare la follia dei piccoli partitini che rendono il paese ingovernabile e dare vita a maggioranze coese e chiare. E soprattutto fare piazza pulita dell'attuale leadership, in cui nessuno ha fiducia, né in Italia né all'estero.
Certo, Zakaria la fa facile, perché cambiare il sistema politico, quello elettorale e la leadership sono obiettivi che si perseguono da anni con ben scarsi risultati. Ma ha ragione su un punto: nessuno ha più fiducia. Un indicatore è particolarmente significativo, quello degli investimenti esteri. Dall'estero sono sempre meno quelli che vogliono investire in Italia e il primo motivo è e resta l'instabilità politica, seguita dalla scarsa trasparenza (un bel modo per dire che c'è corruzione). Una recente indagine della Ernst & Young rivela che nel 2007 l'Italia è passata, come investimenti dall'estero, dalla 14° alla 15° posizione mondiale. In Gran Bretagna sono state fatte 713 operazioni, in Francia 541 e il Germania 305. In Italia solo 69. È un segnale preoccupante e indica che davvero gli stranieri ormai tendono veramente a considerare l'Italia una Disneyland un po' arruffona e un po' ammaccata, dove si fanno le vacanze e si mangia bene, ma dalla quale è meglio tenersi alla larga.

12 Agosto 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Contro le armi nucleari


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Il mondo senza più armi nucleari. Un'illusione? L'era delle armi atomiche s è aperta nel 1945, con Hiroshima e Nagasaki. Avrebbe potuto iniziare due o tre anni prima. Gli scienziati nazisti erano sul punto di realizzarla e vennero ritardati dal loro odio per gli scienziati ebrei, fondamentali in quel campo, e dalle azioni di commando degli alleati. Immaginiamo, comunque, cosa avrebbe potuto succedere se Hitler avesse potuto contare sulla Bomba.
Tornando alla domanda, è possibile pensare realisticamente di chiudere l'era del terrore nucleare? La gente comune, di certo assolutamente contraria alle armi atomiche, può essere convinta che è un obiettivo realistico, che prima o poi si può raggiungere? Se non ce ne convinceremo, è ovvio che non faremo nulla, perché ci si mobilita solo su obiettivi che si pensa di poter realizzare.
Ora, da qualche tempo c'è un'iniziativa che punta alla totale eliminazione delle armi nucleari nel mondo. Non solo per ridurne il numero, poiché questo è già stato realizzato dagli accordi Usa-Urss del passato. Proprio per distruggerle e per impedire che possano essere fabbricate. La premessa è che, a parte Usa e Russia, ci sono già altri 6 paesi che le possiedono - Gran Bretagna, Francia, Cina, India, Pakistan e Israele - e uno, l'Iran, che sta per acquisirla.
Il problema è che l'iniziativa è stata presa da persone che difficilmente possono persuadere le "masse popolari". Si tratta di Henry Kissinger e George Shultz, due ex-segretari di Stato americani, rispettivamente dei presidenti Reagan e Nixon, e da due politici americani meno conosciuti (Bill Perry e Sam Nunn). Lo hanno fatto con un articolo sul «Wall Street Journal» nel gennaio 2007, cui ne è seguito un secondo nel gennaio 2008. La cosa è seria, i quattro propongono l'eliminazione di tutte le armi nucleari e l'adozione dei trattati che ne impediscano la proliferazione. Un obiettivo che dovrebbe interessare tutti. Però le reazioni sono state scarse. Non si è innescato un dibattito, non ci sono state manifestazioni d'appoggio, non si sono scaldati i cuori.
Intendiamoci, non sorprende. L'estrazione dei promotori non favorisce la mobilitazione e la condivisione dell'iniziativa a livello popolare. Infatti, le poche prese di posizione favorevoli sono venute a livello di personalità singole (ad esempio, Gorbaciov), o di istituzioni (il premier britannico Gordon Brown, il ministero della Difesa inglese). E chi mai si comprometterebbe ad appoggiare queste istituzioni? Vedo male, ad esempio, le nostre forze politiche compromettersi in questo senso.
Eppure. A sorpresa il 24 luglio scorso il «Corriere della Sera» ha pubblicato un appello in appoggio all'iniziativa di Kissinger e soci con firme sorprendenti. Si tratta di Massimo D'Alema, Gianfranco Fini, Giorgio La Malfa, Arturo Parisi e Francesco Calogero. I cinque propongono che l'Italia, ma anche l'Europa, appoggino l'iniziativa. Ovviamente, l'articolo non ha per ora prodotto nulla, il dibattito non si è acceso, i cuori nemmeno. Resta la questione: l'obiettivo è sacrosanto, i compagni di strada, almeno per ora, piuttosto improbabili. Ma non varrebbe la pena che le forze pacifiste, troppo spesso schierate in passato solo per combattere i nemici di sempre, Usa e Israele, si mobilitassero per fare proprio questo obiettivo e aprire un fronte mondiale per la totale eliminazione delle armi nucleari? Proviamo a pensarci.

25 Luglio 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Le banche centrali nella crisi finanziaria


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La crisi finanziaria mondiale, innescata dal pasticcio dei subprime in America, continua a far tremare le Borse di tutto il mondo. L'America si aspetta la recessione, malgrado la Fed abbia compresso i tassi d'interesse al 2%; l'Europa pensa ancora di fare un po' meglio, ma senza grandi certezze; e l'Italia è ferma. La domanda che tutti si fanno è: abbiamo toccato il fondo, o dobbiamo aspettarci ancora nuovi inattesi, e magari catastrofici, sviluppi? Solo pochi giorni fa è scoppiata la bomba di Fannie Mae e Freddie Mac, due istituzioni quasi "religiose" nel mondo della finanza americana e, dunque, mondiale. La Fed alterna segnali di preoccupazione a segnali di rassicurazione. Ma evidentemente la situazione non è chiara e chissà cosa può ancora nascondersi sotto la superficie del mondo bancario e finanziario negli Usa e altrove.
Molti pensano ormai che, al di là di quanto occorrerà perché si risolva, questa crisi sia stata molto mal gestita, e in primo luogo proprio dalle autorità monetarie di tutto il mondo. I comportamenti delle grandi banche centrali sono sotto accusa: la Fed, la Banca centrale europea, Bank of England, la Banca centrale svizzera e altre ancora non hanno brillato per lucidità di comportamenti e, alla fine di questa vicenda, delle decisioni dovranno essere prese.
La tentazione di confrontare tra loro le mosse delle principali banche centrali è forte e, anche se forse oggi è ancora presto per avere un quadro chiaro, alcune considerazioni sono d'obbligo. Innanzitutto, salta all'occhio che Fed e Ecb si sono mosse in direzioni diametralmente opposte per quanto riguarda i tassi d'interesse. Gli americani hanno continuamente ridotto il costo del denaro, iniettando enormi masse di liquidità, per sostenere la congiuntura e finanziare il sistema bancario in pezzi. In buona sostanza, hanno privilegiato la crescita rispetto al controllo dell'inflazione, e in questo modo hanno aggravato la posizione del dollaro. Un comportamento che in Europa è generalmente considerato poco ortodosso per una banca centrale.
Tanto è vero che l'Ecb è andata dall'altra parte. Sia pure una sola volta, e per un solo quarto di punto, però ha aumentato i tassi già al 4%, avendo in mente l'obiettivo assoluto del contenimento dei prezzi. Il governatore Trichet potrà essere poco amato per questo, e qualcuno lo criticherà per avere condannato alla disoccupazione qualche migliaio di lavoratori in più. Gli stessi Sarkozy e Merkel lo hanno disapprovato, e a poco conta che al recente G8 Berlusconi lo abbia difeso. Ma, di certo, il capo della banca europea ha dato una bella dimostrazione di rigore monetario e di indipendenza dal potere politico nel mantenere la linea rigorista ereditata dalla Bundesbank che fu. E ha dato una sonora lezione a un Ben Bernanke che ha accomodato le esigenze del mercato, ma anche del potere politico, mostrandosi più preoccupato della crescita che della stabilità. Tra l'altro, effetto collaterale di queste due linee contrapposte è stato l'ulteriore indebolimento del dollaro rispetto all'euro, e questo a sua volta ha con ogni probabilità alimentato la febbre dei prezzi del petrolio di questi ultimi mesi.
Un'ultima considerazione riguarda gli interventi che un po' tutte le banche centrali hanno attuato, e continuano ad attuare, per scongiurare il peggio. In rapporto a questi interventi si parla ormai apertamente di un nuovo dirigismo ben lontano dalle pulsioni iperliberiste che hanno dominato negli ultimi due decenni. Qualche esempio: naturalmente le vicende di Bear Stearns, Fannie Mae e Freddie Mac negli Usa, quella di Northern Rock in Gran Bretagna, e quella di Ubs in Svizzera. I salvataggi di istituzioni carismatiche come queste hanno certo l'effetto di calmare i nervi più scoperti, ma agiscono in profondo sulla struttura dei mercati. E se i benefici a breve possono essere abbastanza evidenti, i costi sul lungo periodo potrebbero essere molto alti.

11 Luglio 2008

Mario Bucchich
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Rifiuti elettronici


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Il mondo digitale potrà anche essere paperless (e non lo è), ma di certo non comporta neppure una diminuzione del monte di prodotti hard che vanno a finire nelle discariche. Sono milioni e milioni i computer e gli schermi che finiscono ogni anno in discarica, e il numero è in costante crescita. A questa massa di rifiuti solidi, che hanno un alto grado di tossicità a causa dei materiali utilizzati nella fabbricazione, si stanno aggiungendo milioni di televisori che le famiglie stanno cambiando, o cambieranno nei prossimi due-tre anni, per acquistare nuovi apparecchi digitali per sostituire gli analogici, e per passare a schermi più avanzati, tipo LCD.
Nell'insieme, si tratta non di una montagna, ma di parecchie montagne di rifiuti solidi e potenzialmente nocivi: secondo le stime delle Nazioni Unite, comunque altamente incerte, si parla di un ammontare compreso tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate all'anno, e la stessa ampiezza della gamma rivela il grado di indeterminazione del problema.
Il problema più rilevante di questa massa di rifiuti elettronici non è, però, la quantità fisica in sé, ma la tossicità. Smontare le apparecchiature e riciclarne le componenti è un'operazione complessa, perché non sempre i prodotti sono stati costruiti avendone in mente la fine vita. Ma soprattutto, può essere un'operazione pericolosa, se non condotta con i criteri appropriati.
Molti paesi risolvono il problema inviando i rifiuti elettronici nei paesi del Terzo mondo o nei paesi emergenti, come Nigeria, India, Cina e altri ancora. Di norma, l'iniziativa è presa da riciclatori che operano, spesso senza troppi scrupoli, nei paesi avanzati, ossia prevalentemente in Usa, Europa e Giappone. Questi riciclatori non si preoccupano di ciò che verrà fatto dei rifiuti una volta a destinazione, anche se sanno benissimo che si tratta di rifiuti ad alta tossicità potenziale. Che cosa se ne fanno di questa massa elettronica i paesi importatori?
Cercano, ovviamente, di trarne il massimo valore economico residuo. Smontano, appunto, recuperano e rivendono ciò che possono. A fare questo lavoro sono persone di tutte le età, bambini, donne, anziani, che operano senza alcuna protezione. I materiali tossici sono i più diversi e comprendono piombo, mercurio, bromo e cadmio, tutte sostanze che possono causare danni al cervello, al sistema nervoso e agli organi interni. Intere famiglie nel bisogno, però, se ne curano poco e maneggiano questi prodotti senza neppure conoscerne i rischi. Quanto ne ricavano? Secondo le stime della ONG Basel Action Network, si arriva a mettere insieme circa un dollaro e mezzo al giorno a persona. Se in famiglia ci lavorano in tre, significa quasi 5 dollari al giorno, molto in relazione ai livelli di povertà di molti paesi, poco per rischiare la vita.
Si può fermare il traffico di questi prodotti? Teoricamente sì, ma le difficoltà sono due. La prima è che esisterebbe un accordo internazionale che mette al bando il traffico: si tratta del Ban Amendment 1995 della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri dei rifiuti pericolosi e dei relativi rifiuti. Il problema è che pochi paesi l'hanno sottoscritta (per esempio, non gli Usa). La seconda difficoltà è più seria: nei paesi importatori sono molti a contare su questo lavoro per vivere, per cui non vi è una richiesta di protezione che provenga da queste aree. Così i danni aumentano.


16 Giugno 2008

Mario Bucchich
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Microcredito e profitto


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Il microcredito è nato da un'intuizione di un indiano, Mohammed Yunus, nel 1976 e riguarda oggi oltre 150 milioni di persone che hanno potuto dare vita a nuove attività economiche grazie a piccoli prestiti da 100 o 200 dollari senza garanzia, cambiando e migliorando sensibilmente il proprio tenore di vita. Per questa semplice ma geniale intuizione e per l'attività che ha impiantato con la sua Grameen Bank, Yunus si è visto attribuire nel 2006 il Premio Nobel per la pace.
Eppure, ancora oggi molti non conoscono Yunus, e moltissimi non sanno cosa sia il microcredito. Ma, soprattutto, moltissime persone che ne avrebbero bisogno non possono ancora accedere al microcredito.

Il modello Yunus, infatti, pur di enorme successo, riesce difficilmente a penetrare nei paesi e nelle località più disagiate. Il motivo è fondamentalmente che si tratta di un'attività concepita e portata avanti da organizzazioni no profit di piccole dimensioni; circa l'80% di esse serve meno di 10mila clienti. La questione è che nel mondo ci sono circa 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno e, anche se i 150 milioni sono un bel numero, molti altri dovrebbero poter beneficiare del microcredito, ma non ci arrivano.

Le cose stanno cambiando, per merito di un altro indiano, assai meno noto di Yunus, di nome Vikram Akula. Quattro anni fa a Nizamabad, infatti, Akula ha fondato la sua banca SKS con l'obiettivo di allargare la portata del microcredito. Per fare questo Akula si è posto il problema di come reperire i capitali necessari per aiutare un numero di persone più alto di quello servito dal microcredito tradizionale, e in aree non facilmente raggiungibili. Ha così concepito un modello di microcredito "di seconda generazione".

L'idea di Yunus si basa infatti sul concetto che le organizzazioni di microcredito devono essere un "business sociale" e che esse non debbano fare un profitto, ma chiudere i bilanci soltanto in pareggio.
Questa è parsa ad Akula una limitazione da superare. Se si vuole aumentare il numero di persone che accedono al prestito, ha pensato Akula, occorre trovare i capitali presso degli investitori e le banche commerciali. E per ottenere questi capitali occorre remunerarli, come farebbe qualunque altra attività. Dunque, da qui il nuovo modello: la SKS non si limita al pareggio ma punta, in modo trasparente, a fare utili in modo da remunerare il capitale che prende a prestito e che poi trasferisce a chi ne ha bisogno, senza interessi.
L'idea ha preso piede e oggi SKS è un modello da seguire. È una banca con sedi ovunque, specie nelle aree più povere, ha un uso avanzato dell'informatica, ha migliaia di dipendenti e ne assume oltre 500 ogni mese. Ma soprattutto ha già 2 milioni di clienti in 30mila villaggi poveri dell'India, e un tasso di crescita del 200% all'anno.

Ma attenzione, dice Akula, non commettiamo l'errore di pensare che, per il fatto di fare utili, il microcredito di seconda generazione non sia più un business sociale. Anzi, l'obiettivo è proprio quello di portare il credito ai poveri di tutto il mondo, ma con un modello economicamente sostenibile.

3 Giugno 2008

Mario Bucchich
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Protezionismo e globalizzazione


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La globalizzazione è un termine relativamente nuovo, ma non è un fenomeno nuovo.
In passato si parlava più facilmente di internazionalizzazione, poi negli anni Ottanta sono state poste le premesse per parlare di una nuova realtà globale.
Le premesse sono state le grandi ondate di liberalizzazione: degli scambi internazionali, delle telecomunicazioni, della finanza, dei trasporti. È aumentata così l'integrazione economica, commerciale, finanziaria e sociale tra i Paesi, non solo avanzati, ma anche in via di sviluppo (oggi chiamati emergenti). Che il fenomeno in sé sia stato positivo è indubbio.

Il problema è che c'è chi dalla globalizzazione ha guadagnato e chi ci ha perso: alcuni Paesi più di altri, alcune aziende più di altre, alcuni cittadini più di altri.
Dunque, se i sostenitori della globalizzazione hanno molte ragioni, non si possono trascurare quelle di chi non ne ha beneficiato. Su questo tema da mesi in Italia si dibatte, in particolare dopo la pubblicazione del libro di Giulio Tremonti. Ma in realtà è un tema caldo ovunque e, per esempio, è in questo momento argomento di confronto tra i candidati presidenziali americani, Barack Obama fra i Democratici e John McCain fra i Repubblicani.
Infatti, il problema di fondo di cui ci si deve preoccupare è che i perdenti della globalizzazione non restano passivi a subire la situazione, ma protestano vivacemente, e chiedono di essere compensati. Purtroppo, questa compensazione prende spesso la strada del protezionismo. All'interno di un singolo Paese il protezionismo prende la forma di richiesta di sovvenzioni, più o meno dentro ai meccanismi del welfare state; sul piano internazionale, prendono la forma di richieste di chiusura dei mercati nazionali rispetto alla concorrenza estera che, si dice, distrugge posti di lavoro. Si viene così a creare una situazione paradossale: chi perde dalla globalizzazione, le si oppone e chiede il ritorno al protezionismo; in questo modo, però, provoca spesso conseguenze che sono peggiori del male che si cerca di curare.

Il protezionismo, come lo si è vissuto negli anni Trenta del secolo scorso, provoca inevitabili reazioni a catena e maggiore povertà per tutti, ma soprattutto comporta una grave minaccia alla democrazia come sistema politico. Questo significa accettare la globalizzazione senza protestare? No di certo, significa però che la protesta deve prendere la strada non di un ritorno all'indietro, ma di un migliore e maggiore governo della globalizzazione.
Vale a dire, misure di riqualificazione dei lavoratori spiazzati dalla concorrenza internazionale, supporto alle aziende per la riconversione, accordi internazionali di tipo sia finanziario sia commerciale, maggiore e più qualificato ruolo degli organismi internazionali, come il Fmi e la Wto.

Un recente libro dell'economista Giorgio Ruffolo ha un curioso titolo:
"Il capitalismo ha i secoli contati". In esso si sostiene che il capitalismo, che è la forza motrice della globalizzazione, costituisce oggi come cinquecento anni fa la forma storica più duttile e vitale che abbiamo a disposizione: dopo la fine del comunismo e delle sue utopie in politica ed economia, occorre gestire il capitalismo e la globalizzazione così come si gestisce in politica la democrazia: sfruttandone i punti di forza e cercando di attenuarne difetti e punti di debolezza. E ricordando ciò che già Churchill diceva della democrazia, e cioè che è la peggiore forma politica esistente, tranne che è migliore di qualunque altra.


19 Maggio 2008

Mario Bucchich
Mario Bucchich
   

Catastrofe sì, catastrofe no


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Ma allora la catastrofe economica e finanziaria ci sarà o non ci sarà?
Solo un mese fa il panico sembrava ancora inarrestabile. Il sistema finanziario internazionale appariva sull'orlo del collasso, con il quasi fallimento della banca americana Bear Stearns, mentre del settore immobiliare si diceva come minimo che fossero altrettanti delinquenti che avevano, specie negli Usa, sfruttato in ogni modo il meccanismo dei mutui sub-prime, cioè quelli veramente di pessima qualità. E poi le perdite di altre banche in America, ma anche in Europa (ad esempio la svizzera Ubs, ma anche l'italiana Unicredit).
Segno evidente della gravità della situazione: la serie ininterrotta dei tagli del tasso di sconto da parte della banca centrale americana, con la coincidente immensa iniezione di liquidità, mentre dall'altra parte cresceva il coro delle richieste alla banca centrale europea di tagliare i tassi per scongiurare la crisi e alimentare la crescita.

D'improvviso, da qualche settimana, quasi più niente, anzi, una timida uscita del Fondo monetario internazionale secondo il quale forse "il peggio è passato". D'altronde, le borse in tutti i paesi stanno riprendendosi, gli investitori sono riapparsi e gli acquisti si stanno materializzando, probabilmente sulla scorta di quanto predicava tanti anni fa Rockefeller, che di investimenti ne sapeva: "Il momento di investire in borsa è quando il sangue scorre nelle strade". Ovviamente, quello dei risparmiatori rimasti col cerino in mano. E aggiungeva: "Anche se il sangue che scorre è il tuo".

Perbacco, e noi che davamo credito alle Cassandre che vaticinavano un secondo 1929 (ad esempio, l'economista italo-americano Nuriel Roubini o il premio Nobel Joseph Stiglitz). Tutte bubbole?
O sono forzature iper-ottimistiche quelle che riducono le probabilità dello scenario catastrofico a meno del 5%, contro il 50% di qualche mese fa? Ma è credibile che nel giro di un mese le probabilità di un precipitare della crisi mondiale passino da un estremo all'altro?

La risposta la deve dare ognuno di noi. Ma la mesta conclusione è che le sorti dell'economia e della finanza mondiale non sembrano essere in mano a persone e a istituzioni particolarmente affidabili e credibili, bensì a giocolieri e finanzieri senza tanti scrupoli, e a organizzazioni internazionali che paiono a tutti gli effetti incapaci di contrastarli o, come minimo, di controllarli.