La
globalizzazione è un termine relativamente nuovo, ma non è un fenomeno nuovo.
In passato si parlava più facilmente di internazionalizzazione, poi negli anni Ottanta sono state poste le premesse per parlare di una nuova realtà globale.
Le
premesse sono state le grandi
ondate di
liberalizzazione: degli scambi internazionali, delle telecomunicazioni, della finanza, dei trasporti. È aumentata così l'integrazione economica, commerciale, finanziaria e sociale tra i Paesi, non solo avanzati, ma anche in via di sviluppo (oggi chiamati emergenti).
Che il fenomeno in sé sia stato positivo è indubbio.
Il
problema è che c'è chi dalla globalizzazione ha guadagnato e
chi ci ha perso: alcuni Paesi più di altri, alcune aziende più di altre, alcuni cittadini più di altri.
Dunque, se i sostenitori della globalizzazione hanno molte ragioni, non si possono trascurare quelle di chi non ne ha beneficiato. Su questo tema da mesi in Italia si dibatte, in particolare dopo la pubblicazione del libro di
Giulio Tremonti. Ma in realtà è un tema caldo ovunque e, per esempio, è in questo momento argomento di confronto tra i candidati presidenziali americani, Barack Obama fra i Democratici e John McCain fra i Repubblicani.
Infatti, il problema di fondo di cui ci si deve preoccupare è che
i perdenti della globalizzazione non restano passivi a subire la situazione, ma
protestano vivacemente, e chiedono di essere compensati. Purtroppo, questa compensazione prende spesso la strada del protezionismo. All'interno di un singolo Paese il protezionismo prende la forma di richiesta di sovvenzioni, più o meno dentro ai meccanismi del welfare state; sul piano internazionale, prendono la forma di richieste di chiusura dei mercati nazionali rispetto alla concorrenza estera che, si dice, distrugge posti di lavoro.
Si viene così a creare una situazione paradossale:
chi perde dalla globalizzazione, le si oppone e
chiede il ritorno al protezionismo; in questo modo, però, provoca spesso conseguenze che sono peggiori del male che si cerca di curare.
Il
protezionismo, come lo si è vissuto negli anni Trenta del secolo scorso, provoca inevitabili reazioni a catena e maggiore povertà per tutti, ma soprattutto comporta una
grave minaccia alla
democrazia come sistema politico.
Questo significa accettare la globalizzazione senza protestare? No di certo, significa però che la protesta deve prendere la strada non di un ritorno all'indietro, ma di un migliore e maggiore governo della globalizzazione.
Vale a dire,
misure di riqualificazione dei lavoratori spiazzati dalla concorrenza internazionale,
supporto alle aziende per la riconversione,
accordi internazionali di tipo sia finanziario sia commerciale, maggiore e più qualificato ruolo degli organismi internazionali, come il
Fmi e la
Wto.
Un recente libro dell'economista Giorgio Ruffolo ha un curioso titolo:
"
Il capitalismo ha i secoli contati". In esso si sostiene che il capitalismo, che è la forza motrice della globalizzazione, costituisce oggi come cinquecento anni fa la forma storica più duttile e vitale che abbiamo a disposizione: dopo la fine del comunismo e delle sue utopie in politica ed economia, occorre gestire il capitalismo e la globalizzazione così come si gestisce in politica la democrazia: sfruttandone i punti di forza e cercando di attenuarne difetti e punti di debolezza. E ricordando ciò che già Churchill diceva della democrazia, e cioè che è la peggiore forma politica esistente, tranne che è migliore di qualunque altra.