Mezzo milione di americani di ogni ceto sociale, colore, appartenenza politica e credenza religiosa si è riunita a Washington il 18 gennaio per accogliere il neo-presidente Barack Obama. Lo slogan: We are one, ossia siamo una sola cosa, ovvero siamo tutti uniti in questo difficile momento della storia americana e mondiale. Conta poco che sul palco si siano alternati gli U2, Bruce Springsteen e James Taylor, la storia non la fanno mica loro, anche se fanno grancassa. La storia e le vicende umane le fanno gli uomini. Dunque, è più importante che tra i 500mila ci fossero anche moltissimi repubblicani, che avevano sperato in una vittoria del loro candidato, ma che una volta perse le elezioni vanno a sostenere il loro presidente. D'altronde, lo stesso sfidante repubblicano John McCain si è rivolto a Obama, nel giorno dei risultati, come al "mio presidente".
L'America non è, sia ben chiaro, la terra di Babbo Natale e dei buoni sentimenti; è il Paese di grandi forze criminali organizzate, dei peggio pescecani di Wall Street, delle corporations che spesso usano la forza militare dell'America per dominare le repubbliche delle banane. Detto ciò, è anche il Paese dove si realizza al massimo grado la dialettica politica basata sul principio dei checks and balances, i pesi e i contrappesi, gli equilibri di poteri costituiti tra centro e periferia, Stati e governo federale, Congresso (legislatori) e Presidenza (esecutivo). E dove vige un sostanziale rispetto dei ruoli e delle istituzioni, compresi coloro che le rappresentano. Non deve stupire, allora, che una volta finita la tenzone elettorale e la sfida politica, il Paese si ponga dietro al suo presidente e ne appoggi le politiche; oppure, se non mantiene le promesse e si macchia di indegnità, lo mandi a casa con procedure di indictment a loro volta appoggiate dalla gran massa dei cittadini: ricordiamoci del Watergate e di Nixon.
È fin troppo facile e doloroso fare un confronto con l'Italia. Che a vincere le elezioni sia la destra o la sinistra, l'altro si pone subito in posizione non dialettica di scontro frontale fondato sulla contumelia, la calunnia e la diffamazione. L'idea di un obiettivo o di un bene comune non è pane per i nostri denti, e non si può dire che ciò riguardi solo i politici. Il settarismo è merce quotidiana tra il popolo e la concezione di bene comune o collettivo equivale di norma a ritenere che queste categorie siano beni di nessuno di cui ci si può, anzi ci si deve, appropriare senza remore. Il Paese è frammentato in gruppi d'interesse che badano solo ed esclusivamente al suddetto interesse di gruppo, senza possibili mediazioni per obiettivi diversi e più ampi. Il manager bada a massimizzare il profitto per gli azionisti; il sindacato l'interesse degli iscritti; gli occupati si disinteressano dei disoccupati; i giovani dei vecchi e viceversa; le forze politiche hanno un concetto di eternità poco filosofico o religioso e molto mirato alla permanenza sulla poltrona. Insomma, anche se le generalizzazioni non vanno mai bene, il sentimento di fondo nel Paese è dettato dall'individualismo o particolarismo, altro che we are one! Vogliamo cominciare a parlarne?
Postato da Enrico Sassoon in Organizzazione