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    <title>Webtime</title>
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    <title>Social Semantic web</title>
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    <published>2010-07-29T09:40:21Z</published>
    <updated>2010-07-29T12:18:57Z</updated>

    <summary>La semantica studia il significato delle parole, delle frasi. Web semantico è un termine ideato da Tim Berners-Lee e ha come obiettivo l&apos;interpretazione delle informazioni presenti sul Web: quindi sia descrivere i contenuti di un documento sia di qualificarne le...</summary>
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        <![CDATA[La <b>semantica </b>studia il significato delle parole, delle frasi. <i>Web semantico</i> è un termine ideato da <i><b>Tim Berners-Lee</b></i> e ha come obiettivo l'<b>interpretazione delle informazioni presenti sul Web</b>: quindi sia descrivere i contenuti di un documento sia di qualificarne le relazioni con altri documenti presenti in Rete.<br /><br />Tim Berners-Lee diede la seguente <b>definizione</b>: "Web semantico non è separato dal Web, ma è una sua <b>estensione in cui l'informazione è definita in funzione del suo significato per consentire a computer e persone di lavorare in cooperazione</b>".<br /><br />Lo sviluppo del Web semantico ha come scopo la creazione di uno spazio virtuale, il Web, dove i computer possono interagire tra loro attraverso la comprensione univoca del significato dei dati. <b>I dati non sono quindi solo letti, ma anche interpretati</b>.<br />Un primo passo è avvenuto attraverso il linguaggio <b>Xml </b>e alle sue evoluzioni che attribuiscono a un preciso significato, un dato in un certo contesto.<br /><br />Dal Web semantico è derivato, in seguito il concetto di <b>Social Semantic Web </b>o Web Semantico Sociale (il cui acronimo è <b>S2W</b>), un termine coniato nel <b>2003 </b>da due informatici, <i><b>Manuel ZacKland</b></i> e <i><b>Jean-Pierre Cahier</b></i>. Questa definizione fu usata per indicare un'analisi del Web in cui è <b>dominante lo studio delle relazioni tra le persone e dei contenuti </b>che passano attraverso queste relazioni. <br /><br />Il <i>Social Semantic Web</i> è stato definito come un <b>ecosistema </b>di conversazioni tra persone con la possibilità di condividere la conoscenza.<br />Sempre Tim Berners-Lee l'ha così anticipato: "Il Web non è solo ciò che puoi fare attraverso una rete di computer, è fatto dalle persone connesse attraver un computer. L'informatica, come studio di ciò che avviene nei computer, non può spiegarti ciò che avviene nel Web."<br /><br />Per <b>interpretare le relazioni</b> e il loro <b>significato </b>e la conoscenza che ne può derivare, esistono <b>metodi</b>, <b>tecniche </b>e <b>progetti </b>in corso; tra questi l'analisi delle reti sociali, detta anche <b>SNA</b>, che permette di identificare flussi, messaggi e le relazioni all'interno di gruppi sociali. <br /><br />La <b>Folksonomy</b>, una <b>tassonomia </b>cosiddetta <b>del popolo</b>, attraverso la quale con il meccanismo dei tag, quindi con degli identificatori, qualunque contenuto in Rete è categorizzato in modo libero, da una persona, da chi vi accede. La categoria di una fotografia, di un filmato, di un contenuto di qualunque natura, è decisa dall'<b>intelligenza collettiva</b> della Rete; più persone attribuiscono un significato, un contenuto, più quel significato diventa dominante riferito al contenuto, al contrario della tassonomia classica. <br /><br />Ci sono poi altri progetti importanti come il progetto <b>SIOC </b>che ha l'obiettivo di <b>creare contesti che descrivono in modo compiuto la struttura delle comunità on line</b> come blog, social network, forum, mailing list e newsgroup attraverso metodi e strumenti d'interconnessione; sostanzialmente<b> fotografare le relazioni e l'intelligenza che ne deriva </b>da conversazioni in gruppi chiusi.<br /><br />Da citare in progetto anche <b>DBpedia </b>patrocinato dalle Università di Lipsia, di Berlino e dalla società OpenLink che ha come obiettivo quello di <b>fare domande in linguaggio naturale a&nbsp; Internet e usarla come un interlocutore per estrarre la conoscenza</b>.<br />Il progetto DBpedia è partito da Wikipedia e attualmente ha creato una base di conoscenza che definisce il significato di <b>1,5 milione di voci</b>. Consente già oggi di fare domande all'enciclopedia più grande del mondo Wikipedia di carattere generale, come per esempio quali sono i musicisti italiani del 1800 e avere una risposta puntuale. <br /><br />Il <b>Social Semantic Web</b> vuole <b>rendere disponibile</b> non solo la <b>memoria della Rete</b>, i suoi contenuti, ma anche <b>l'intelligenza collettiva di cui è composta</b> che aumenta in ogni istante attraverso ogni nuova interazione che ognuno di noi ha con Internet.<br /><br /><div align="right"><i>di Gianroberto Casaleggio&nbsp;</i></div> ]]>
        
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    <title>Il nuovo mondo del Community Management</title>
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    <published>2010-07-13T12:35:05Z</published>
    <updated>2010-07-15T12:52:21Z</updated>

    <summary>Una vera e propria guida al mondo delle comunità informali nel contesto della rete, in quell&apos;evoluzione che è ormai universalmente nota come Web 2.0. Si tratta del libro Community Management di Emanuele Scotti e Rosario Sica (Apogeo, 2010), all&apos;interno del...</summary>
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        <![CDATA[Una vera e propria <b>guida </b>al mondo delle<b> comunità informali</b> nel contesto della rete, in quell'evoluzione che è ormai universalmente nota come Web 2.0. Si tratta del libro <i><b>Community Management</b></i> di <i>Emanuele Scotti</i> e <i>Rosario Sica</i> (Apogeo, 2010), all'interno del quale le <b>comunità </b>-comunità di pratica, comunità di apprendimento, social networking- vengono <b>classificate</b>, ne vengono analizzati gli <b>obiettivi </b>e le <b>modalità </b>di lavoro, vengono presentate le <b>figure professionali</b> più significative e viene minuziosamente analizzato il <b>rapporto </b>di tali comunità <b>con </b>l'<b>azienda</b> e il <b>mercato</b>. <br /><br />Le community sono anche le <b>espressioni </b>di un <b>nuovo modo di interagire</b> all'interno delle realtà aziendali. Negli ultimi dieci anni l'apprendimento e la formazione in campo aziendale hanno cessato di essere inserite in una logica di tipo gerarchico, per lasciare spazio a <b>momenti di interazione</b> dei dipendenti slegati dalle logiche ferree dell'inquadramento aziendale. <br /><br />E così nascono, all'interno delle imprese, le <b>comunità informali </b>che, se ben strutturate e ben gestite nel rapporto col management, hanno un <b>impatto estremamente positivo</b> sulla <b>collaborazione </b>tra dipendenti, sui processi di <b>formazione </b>e sulla <b>performance </b>dell'azienda, come argomentato da <b><i>Fichman </i></b>e altri autori in un recente articolo pubblicato da"Harvard Business Review Italia", (Community Relations 2.0, novembre 2009).<br /><br />Il libro guida il lettore all'interno del mondo delle comunità di pratica e di apprendimento tramite l'utilizzo di <b>chiari schemi</b> e di numerosi <b>casi aziendali</b>, che permettono di afferrare rapidamente i concetti presentati in ogni sezione e l'effettiva applicazione di tali concetti alla realtà aziendale. Insomma, un <b>ottimo manuale per le community</b>. Il grande merito del libro è la capacità di analizzare in profondità il rapporto evolutivo di tali comunità col web e nel web. L'argomentazione centrale dei due autori è infatti che il <b>Web 2.0 «sta cambiando il funzionamento dei mercati e delle organizzazioni»</b>, una trasformazione capace di aprire grandi spazi di innovazione per tutti i processi strategici aziendali e, soprattutto, per la gestione della conoscenza e dei meccanismi di apprendimento. <br /><br />Le forti interazioni collettive che le tecnologie del Web 2.0 rendono possibili, e sempre più facili, aprono nuove possibilità di <b>sviluppo organizzativo</b> e mettono in campo <b>modalità </b>nuove di <b>intervento</b>: <b>informali</b>, <b>guidate dal basso</b>, <b>spontanee </b>e <b>contestuali</b>. In sostanza, in tutte le aree e funzioni aziendali le comunità di pratica, il social networking e le connessioni libere e generalizzate apportano contributi crescenti alle performance e ai risultati, imponendo al top management una profonda revisione delle logiche di gestione e dei meccanismi decisionali in azienda. <br /><br />Gli autori pongono l'accento sui termini del <b>cambiamento epocale del rapporto degli utenti col web.</b> Gli strumenti di social networking (professionali, come Linkedin, o meno, come Facebook) e quelli di diffusione della conoscenza online (come Wikipedia, o i dizionari online) che ormai dominano il web, portano per gli utenti un <b>nuovo paradigma</b>: quello dell'<b>assenza di una separazione tra produzione e consumo di contenuti</b>. Il <b>web </b>non è un più un luogo dove andare a "leggere" contenuti, bensì un <b>luogo </b>in cui <b>"modificare"</b> contenuti sulle proprie pagine personali o negli spazi comuni delle comunità. <br /><br />Per i mercati e le organizzazioni ciò comporta l'esigenza di un nuovo<b> modello di business</b>, in cui il <b>cliente </b>diviene <b>parte integrante </b>dei <b>processi </b>aziendali, e in cui il concetto di <b>rete</b> <b>sostituisce </b>quello di<b> piramide gerarchica</b>. Le comunità informali, per loro struttura e natura, sono le prime candidate a sfruttare questo nuovo modello per la propria crescita e quella dell'azienda. Dunque gli autori, presentando una "teoria delle comunità informali" e accostandola a un nuovo modello di business, pongono le basi per un radicale (e forse necessario) cambiamento nell'organizzazione aziendale<i>.</i><br /><br /><div align="right"><i>di Enrico Sassoon</i><br /></div><br /> ]]>
        
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    <title>L&apos;informazione on line</title>
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    <published>2010-06-23T07:46:54Z</published>
    <updated>2010-07-01T10:59:35Z</updated>

    <summary>L&apos;informazione broadcasting, quella tradizionale dei giornali e delle televisioni, da uno a molti, in Rete sta cambiando forma.Un&apos;analisi dell&apos;informazione on line fatta dallo statunitense Poynter Institute, che studia le relazioni tra media e Internet, dimostra l&apos;emergere di nuove tendenze. In...</summary>
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        <![CDATA[L'<b>informazione broadcasting</b>, quella tradizionale dei giornali e delle televisioni, da uno a molti, in <b>Rete sta cambiando forma</b>.<br /><br />Un'analisi dell'informazione on line fatta dallo statunitense <a href="http://www.poynter.org/"><b>Poynter Institute</b></a>, che studia le relazioni tra media e Internet, dimostra l'<b>emergere di nuove tendenze</b>. <br /><br />In Rete è quasi <b>impossibile mantenere </b>un <b>segreto</b>.<br />Il sito di <a href="http://wikileaks.org/"><b>WikiLeaks </b></a>è attivo dal <b>2007 </b>e pubblica <b>documenti confidenziali di natura politica</b>; chiunque può inviarli e per questo WikiLeaks è soggetto da sempre sia ad <b>attacchi informatici</b>, sia ad <b>attacchi legali </b>da parte di molti Stati di tutto il mondo.<br /><br />WikiLeaks, che è basata in <b>Svezia</b>, ha sviluppato anche meccanismi sofisticati di protezione dei propri dati e duplicato il server in molte nazioni oltre a quella svedese.<br />WikiLeaks, com'è scritto nella sua homepage accetta soltanto <b>materiale originale</b>, <b>censurato </b>o <b>disponibile a un pubblico ristretto</b> che non sia stato pubblicato in precedenza. <br /><br />E' su questo sito che recentemente è stato pubblicato il video di un <b>inviato della Reuters </b>ucciso dall'aviazione statunitense; e in passato ha reso pubblici documenti riservati dell'associazione <i><b>Scientology</b></i>, le procedure usate per il trattamento dei prigionieri nella base di <i><b>Guantanamo</b></i>, i rapporti del <b><i>Bilderberg Group</i></b>.<br /><br />L'<b>informazione è creata</b> anche <b>dalla comunità</b> e la <b>comunità</b> è <b>creata dall'informazione</b>. Questo è uno <i>statement</i>, un'affermazione messa in pratica dal <a href="http://www.chicagonow.com/"><b>Chicago Now</b></a> un sito che è stato creato nel <b>2009 </b>dal <b>Chicago Tribune</b> e che si rivolge a una comunità cittadina e extracittadina di circa <b>10 milioni di persone</b>.<br /><br />Chicago Now pubblica ogni <b>giorno </b>circa <b>100 articoli</b> su diversi aspetti della città <b>scritti da</b> una rete di <b>blogger volontari </b>e tutti gli articoli vengono commentati da migliaia di cittadini. <br />Chicago Now è l'esempio dell'emergere dell'informazione a livello locale. <b>Informazione </b>che può essere ancora più puntuale, <i><b>hyperlocal</b></i>, riferita al punto in cui una persona si trova in quel momento.<br /><br />Il sito <a href="http://www.everyblock.com/"><b>Everyblock </b></a>fornisce <b>informazioni </b>su tutto <b>ciò che ci circonda nell'ambito di qualche centinaio di metri</b>: <b>negozi</b>, <b>cinema</b>, <b>teatri </b>o anche <b>interruzioni stradali</b>, <b>manifestazioni</b>, qualunque cosa che possa avvenire intorno a noi. E' un servizio disponibile nelle principali città americane che aggrega quindi informazioni di qualunque tipo dalla rete, riferite al punto preciso della nostra posizione. Può essere considerato come un <b>accompagnatore nella nostra vita quotidiana</b>. Le <b>informazioni </b>vengono costruite in modo <b>bi-direzionale</b>: alcuni siti infatti che vengono aggregati da Everyblock danno la possibilità di pubblicare <b>commenti</b>. Chi passa in un punto con un iPhone o qualunque altro strumento che consenta l'<b>accesso a Internet mobile</b>, può vedere, ad esempio, i commenti su un certo negozio, su un determinato prodotto, valutazioni su un certo film o su un certo spettacolo.<br /><br />L'ultima frontiera delle news on line è <a href="http://spot.us/"><b>Spot.us</b></a>, molto diffuso <b>California</b>. I suoi <b>lettori </b>possono <b>commissionare un'inchiesta a un giornalista</b> che ne decide il <b>prezzo</b>; se l'<b>inchiesta è d'interesse generale viene finanziata da microdonazioni fatte attraverso il sito</b>. In alcuni casi è possibile ottenere a <b>pagamento un copyright temporaneo</b> da parte dei media tradizionali che quindi acquisiscono questi servizi per un periodo di<b> 2 o 3 giorni</b>, prima che siano resi pubblici sul sito e resi disponibili gratuitamente a tutti in Rete.<br /><br /><i>Libera diffusione</i> delle informazioni, informazione <i>locale</i>, informazione <i>hyperlocal</i>, informazioni create della <i>comunità </i>o addirittura su ordinazione, sono alcune delle linee di <b>tendenza delle news on line</b>, che stanno emergendo e siamo soltanto all'inizio. <br /><br />Una cosa è certa, <b>l'informazione non sarà più quella che conosciamo! </b><br /><br />
<div align="right"><i>di Gianroberto Casaleggio<br /></i></div>]]>
        
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    <title>Generazione di speranze</title>
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    <published>2010-06-16T07:51:09Z</published>
    <updated>2010-06-17T10:11:55Z</updated>

    <summary>La crisi che stiamo attraversando è qualcosa di più di una crisi finanziaria. È una perdita di significati, valori, direzione. Certo, per la crisi finanziaria hanno responsabilità molti banchieri, finanzieri, immobiliaristi e trader di varia foggia talvolta delinquenti, quasi sempre...</summary>
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        <![CDATA[La <b>crisi </b>che stiamo attraversando è qualcosa di più di una crisi finanziaria. <br />È una <b>perdita </b>di <b>significati</b>, <b>valori</b>, <b>direzione</b>. <br /><br />Certo, per la <b>crisi finanziaria</b> hanno <b>responsabilità </b>molti <b>banchieri</b>, <b>finanzieri</b>, <b>immobiliaristi </b>e <b>trader </b>di varia foggia talvolta delinquenti, quasi sempre <b>avidi</b>, sempre alquanto <b>cinici</b>. E altre responsabilità le hanno avute <b>agenzie di rating</b>, <b>enti regolatori</b>, <b>banche centrali </b>e persino <b>governi </b>che, come si è visto di recente, hanno raccontato un <b>sacco di bugie</b> sulle reali condizioni del loro paese.<br /><br />Il punto è che ad avere perso la bussola sono stati in tanti, o forse ormai bisognerebbe dire "siamo stati in troppi". Da molti anni assistiamo a una <b>deriva generalizzata in politica</b>, negli <b>affari</b>, nella <b>finanza</b>, persino nella gestione della <b>religione</b>.<br /><br />C'è chi ha detto che questo è il <b>capitalismo</b>, di che stupirsi? Ma in realtà lo stesso capitalismo è stato tradito. <i><b>Adam Smith</b></i> predicava a fine Seicento che <b>chi fa il proprio interesse fa anche quello della collettività</b>. Ma <b>non </b>ha mai detto che si possa fare il proprio interesse nonostante la collettività o, ancora peggio, <b>a danno della collettività</b>. <br /><br />In <b>America </b>gli <b>scandali </b>sono stati enormi in questi anni, e l'Italia non è da meno. La <b>mentalità reaganiana</b> dell'arricchimento individuale è sfociata nei casi <b>Enron</b>, <b>Lehmann</b>, <b>Madoff</b>. <br /><br />In <b>Italia la mentalità berlusconiana</b> dell'arricchimento individuale si sta tramutando nello <b>sfacelo istituzionale</b>, ma soprattutto morale. La ditta Arraffa&amp;Divora è l'unica che oggi va a gonfie vele, tutti gli altri stanno peggio.<br /><br />Come uscirne? Non si vedono all'orizzonte protagonisti di establishment. Ma si vede in divenire una <b>forza crescente formata dai giovani delle nuove generazioni</b>. Non scendono in piazza, non gridano, spesso non protestano neppure per le loro precarie dimensioni. Ma si <b>scambiano idee</b>, <b>si confrontano</b>. E <b>pensano</b>. Sono quelli che qualcuno chiama i<b><i> "radical millenials"</i></b>, i venti-trentenni che hanno creato la dimensione planetaria dei <b>network sociali</b> e dei<b> social media</b>, che hanno fortemente contribuito all'elezione di un outsider come Obama, che possono decidere delle sorti di un'azienda o di un prodotto a dispetto di campagne pubblicitarie milionarie.<br /><br />I giovani guardano allo<b> sfacelo dei valori</b> e, anche se oggi non riescono facilmente a proporre soluzioni alternative, <b>erodono da dentro il potere</b> dei dinosauri politici, economici e finanziari. Stanno <b>modificando </b>i parametri di <b>consumo</b>, di <b>acquisto</b>, di <b>utilizzo</b>, di <b>riciclo</b>, di <b>riuso</b>. <br /><br />Hanno visto passare l'<b>11 settembre</b>, il <b>terrorismo</b>, i grandi<b> inquinamenti planetari</b>, le minacce del <b>cambiamento climatico</b>, la <b>crisi dei subprime</b>, i <b>preti pedofili </b>e la <b>recessione globale</b>. <br /><br />Sono <b>centinaia di milioni e aspettano che arrivi il loro turno</b> per scaraventare fuori i cinici detentori del potere. Quando questo turno arriverà, aspettiamoci una <b>rivoluzione</b>.<br /><br /><div align="right">di <i>Enrico Sassoon</i><br /> </div>]]>
        
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    <title>iAd: Apple e la pubblicità</title>
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    <published>2010-06-03T09:23:01Z</published>
    <updated>2010-06-03T13:51:23Z</updated>

    <summary>Nelle scorse settimane Steve Jobs ha previsto di raggiungere una diffusione di 100 milioni di device Apple mobile entro l&apos;estate. Il successo del lancio internazionale dell&apos;iPad è un&apos;ulteriore conferma del fatto che il futuro sarà nei dispositivi mobile. Ed Apple...</summary>
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        <![CDATA[Nelle scorse settimane <b>Steve Job</b>s ha previsto di raggiungere una diffusione di <b>100 milioni di device Apple mobile entro l'estate</b>. Il successo del lancio internazionale dell'iPad è un'ulteriore conferma del fatto che il futuro sarà nei dispositivi mobile. Ed <b>Apple </b>si sta dimostrando essere il <b>player più dinamico</b>.<br /><br />Infatti ad aprile Jobs, presentando il nuovo sistema operativo di iPhone OS 4 (disponibile per l'estate), ha mostrato la "<i>mobile advertising platform di Apple "built in</i>": <b>iAd</b>.<br />Seppur completamente estranea al mondo della pubblicità, a gennaio Apple aveva acquisito uno dei più importanti network pubblicitari mobile<b> Quattro Wireless</b>.<br /><br />Ed ora ci si chiede se sarà l'iAd a portare quell'<b>evoluzione</b> di cui il <b>mondo</b> dell'<b>advertising</b> <b>on line</b> necessita da tempo. L'obiettivo di Apple è combinare l<b>'emozione della TV </b>all'<b>interattività del Web</b>, attraverso un nuovo modo di interagire con i contenuti e gli oggetti, eliminando cosi la distinzione tra <i><b>branding </b></i>e <b><i>direct response</i></b>. La pubblicità non sarà un elemento esterno alle applicazioni, ma si manterrà all'interno di esse.<br /><br />Il modello di business sarà perciò probabilmente simile ad iTunes, visto che <b>Apple gestirà l'hosting e la vendita degli spazi pubblicitari</b>, riconoscendo il<b> 60%</b> delle revenue agli sviluppatori delle App.&nbsp; <br />Inoltre è possibile che la qualità complessiva della pubblicità migliori se Apple deciderà di applicare delle forme di controllo agli applicativi pubblicitari, cosi come avviene per le iPhone e iPad Application.<br /><br />Restano comunque delle perplessità dovute principalmente al fatto che<b> il mondo iAd </b>pare essere al momento un <b>sistema chiuso su stesso</b>. A differenza dei modelli di advertising che verranno proposti con <b>Google Android</b>.<br /><br />A novembre infatti Google aveva annunciato l'acquisizione per <b>750 milioni di dollari di AdMob</b>, leader nel mercato della pubblicità per il mondo mobile. Acquisizione concretizzata solo in questi giorni dopo l'approvazione della <b>Federal Trade Commission</b> americana che ha richiesto <b>6 mesi</b>.<br /><br />E la seconda volta che un'azienda che si occupa esclusivamente di tecnologia decide di giocare un ruolo diretto nella pubblicità on line diventando una <b><i>"concessionaria"</i></b>. <br /><b>Per Google </b>questa è stata una<b> scelta vincente</b>. Vedremo se <b>Apple </b>sarà capace della stessa impresa.<br /><div><br /></div>]]>
        
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    <title>Coazione a ripetere</title>
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    <published>2010-05-20T07:11:56Z</published>
    <updated>2010-05-20T09:50:23Z</updated>

    <summary>&quot;Perché dobbiamo prenderci dei rischi di questo genere?&quot;, ha chiesto Arnold Schwartzenegger, ben noto per i rischi che si è grattato nei suoi film d&apos;azione e per quelli, ben più gravi, della sua carriera politica come governatore della California. La...</summary>
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        <![CDATA["Perché dobbiamo prenderci dei rischi di questo genere?", ha chiesto <b>Arnold Schwartzenegger</b>, ben noto per i rischi che si è grattato nei suoi film d'azione e per quelli, ben più gravi, della sua carriera politica come governatore della California. <br /><br />La domanda si riferisce all'ennesimo<b> disastro petrolifero</b> della storia, quello della <b>Deepwater</b> <b>Horizon</b>, che continua a buttare petrolio sulla costa della <b>Louisiana </b>e, presumibilmente, continuerà a farlo ancora a lungo. Di sicuro <b>tra un po'&nbsp; toccherà la Florida</b> ma il timore è che, se non verrà fermata in tempo la fuoruscita, la <b>Corrente del Golfo</b> trasporti il greggio in giro per l'Atlantico: una prospettiva quasi troppo preoccupante per essere presa in considerazione.<br /><br />Comunque, la <b>risposta </b>alla domanda di Schwartzy la danno i <b>petrolieri</b>: <b><i>"</i><i>Perché è lì che sta il petrolio"</i></b>. Sottinteso: se volete continuare a guidare la vostra macchina, non rompete le scatole: noi facciamo il nostro lavoro, voi fatevi il vostro. <br /><br />A ogni buon conto, <b>Obama ha sospeso le operazioni in alto mare</b> in attesa di capire come si potrà ovviare al disastro: le aveva appena autorizzate, e questo potrebbe rivelarsi un <b>boomerang </b>anche peggiore di quelli dell'Irak e dell'Iran. In ogni caso, <b>la soluzione non sarà facile</b>, come dimostra il <b>crollo della capitalizzazione di mercato di BP</b>, che dovrà pagare i danni di questo casino, almeno <b>10 miliardi di dollari</b>, forse di più.<br /><br />La domanda è però: <b>vent'anni dopo il disastro della Exxon Valdez siamo ancora al punto di partenza</b> <b>o</b> possiamo sperare che i <b>Governi </b>e le <b>opinioni pubbliche</b> di tutto il mondo<b> abbiano capito la lezione </b>e siano più disponibili a <b>investire massicciamente in energie alternative </b>per disinnescare la boma a tempo del petrolio? <br /><br /><b>La dipendenza dal greggio è universale</b>, ma <b>non è inevitabile</b>. Passare ad altro è possibile, anche se non si desidera ricorrere all'atomo. C'è da augurarsi che questa ennesima sciagura petrolifera porti consiglio, o episodi come Exxon Valdez e Deepwater saranno destinati a ripetersi ancora a lungo. <br /><br /><b>In termini psichiatrici questo si chiama: coazione a ripetere.</b><br /><br /><div align="right"><i>di Enrico Sassoon&nbsp; </i></div>]]>
        
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    <title>Zeus, il re dei virus</title>
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    <published>2010-05-05T10:14:17Z</published>
    <updated>2010-05-06T10:38:38Z</updated>

    <summary>Zeta Bot, conosciuto con il nome di Zeus, è uno dei virus più pericolosi attualmente in circolazione. Zeus è un virus detto trojan horse, il cavallo di Troia che si inserisce all&apos;interno delle applicazioni e causa danni di diverso tipo....</summary>
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        <![CDATA[<b>Zeta Bot</b>, conosciuto con il nome di <i><b>Zeus</b></i>, è uno dei <b>virus più pericolosi </b>attualmente in circolazione. Zeus è un virus detto <b><i>trojan horse</i></b>, il cavallo di Troia che si inserisce all'interno delle applicazioni e causa danni di diverso tipo. <br />I trojan horse sono virus che appartengono alla famiglia dei virus cosiddetti <i>Malware</i>, un acronimo che deriva dalle parole inglesi <i>maliciuos </i>e <i>software</i>, sostanzialmente programma malvagio.<br /><br />Zeta Bot, o <b>Zeus</b>, si introduce nei programmi e <b>acquisisce l'identità delle persone</b>, talvolta <b>intercetta le transazioni finanziarie </b>e sposta cifre anche rilevanti di denaro su conti correnti impropri. <br />Lo <b>scorso anno</b>, Zeus <b>ha causato metà delle frodi on line negli Stati Uniti</b> a <b>banche </b>e a <b>correntisti </b>e solo nel terzo quarto del 2008, l'ultimo misurato, gli attacchi on line hanno prodotto <b>perdite finanziarie per 120 milioni di dollari</b>, 3 volte il valore di 2 anni fa.<br /><br />Di Zeus esistono più di <b>mille versioni</b>; può essere infatti modificato per <b>clonare </b>diverse modalità di inserimento di dati in ogni organizzazione. Zeus può inoltre intercettare disposizioni finanziarie e trasferirle nello stesso momento. <br /><br /><b>Zeus</b>, dal nome del re dell'Olimpo, è stato c<b>reato in Russia nel 2007</b> ed è stato scoperto per la prima volta in un tentativo di <b>intrusione </b>al <b>dipartimento dei trasporti americano</b> nello stesso anno. Ha come obiettivo prevalentemente i personal computer che installano Windows di Microsoft. <br /><br />Dal 2007 ne sono state create <b>numerose versioni</b> che sono disponibili a pagamento on line, quindi uno può frodare pagando. Il <b>prezzo di acquisto</b> del kit di sviluppo è di <b>700 dollari </b>per la versione base, mentre per l'ultima <b>versione aggiornata</b> il prezzo arriva fino a <b>3/4 mila dollari</b>. <br /><br />Esiste però un <b>mercato libero</b>, in cui la contraffazione avviene per diverse versioni di Zeus adattate a diversi tipi di frode nelle varie organizzazioni. Zeus è penetrato quasi ovunque nel mondo, ma in particolare <b>dove la Rete è più sviluppata</b>, quindi negli Stati Uniti, dove si stima sia presente in circa 3 milioni e mezzo di personal computer, in Inghilterra e in Giappone. Rimangono immuni da Zeus quelle aree del pianeta che sono scarsamente informatizzate, in cui la rete non è ancora arrivata o per qualche motivo sono ancora isolate come la Mongolia, l'Islanda e Madagascar.<br /><br />Zeus si sta <b>diffondendo </b>anche nei <b>social media</b>, in particolare nel più popolare dei social media che è <b>Facebook</b>, dove alla fine dello scorso ottobre <b>2009 </b>erano state effettuate <b>1,5 milione di richieste di dati falsi</b>.<br /><br /><b>Da Zeus ci si può proteggere preventivamente</b>, è molto difficile identificarlo una volta installato nel proprio personal computer, quindi è necessario un <b>comportamento attento</b>, evitando di cliccare su link contenuti all'interno di mail di cui non si conosce l'origine e aggiornando il più possibile l'antivirus sul proprio personal computer.<br /><br />Una recente ricerca della società <b>Securwork</b>, ha annunciato una <b>versione di Zeus</b> che sarà presto messa in commercio; questa versione sarà disponibile anche per infettare il browser <b>Firefox </b>e conterrà nuove possibilità di adattamento alle società obiettivo delle possibili frodi; a <b>rischio </b>sono le <b>banche</b>, le persone fisiche, ma soprattutto le <b>piccole e medie imprese</b>.<br /><br /><div align="right"><i>di Gianroberto Casaleggio</i><br /> </div>]]>
        
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    <title>L&apos;e-commerce non è solo una scommessa</title>
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    <published>2010-04-22T11:36:22Z</published>
    <updated>2010-04-22T14:48:58Z</updated>

    <summary>Il fatturato stimato per l&apos;e-commerce nel 2009 in Europa è pari a 307 miliardi di euro, nello stesso periodo in Italia sono stati fatturati 10 miliardi di euro pari al 3,2% del mercato europeo. I settori principali sono il tempo...</summary>
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        <![CDATA[Il <b>fatturato </b>stimato per l'<b>e-commerce nel 2009 </b>in Europa è pari a <b>307 miliardi di euro</b>, nello stesso periodo in Italia sono stati fatturati <b>10 miliardi di euro</b> pari al <b>3,2% </b>del mercato europeo. <br /><br />I <b>settori principali</b> sono il <b>tempo libero</b> (principalmente giochi d'azzardo) che rappresenta quasi metà del mercato (<b>42,2%</b>), il <b>turismo </b>(<b>35%</b>) e l'<b>elettronica di consumo</b> (<b>8,7%</b>). <br />Questi sono alcuni dei risultati che sono stati presentati da Casaleggio Associati nel Rapporto <a href="http://www.casaleggio.it/pubblicazioni/focus/ecommerce/ecommerce-in-italia-2010.php">"<b><i>E-commerce in Italia 2010: il commercio elettronico non è solo una scommessa</i></b>". <br /></a><br /><b>La crisi non sembra toccare l'e-commerce</b> che anzi ha accelerato la sua <b>crescita </b>ad un tasso del <b>58%</b> rispetto alla crescita del <b>30,7% dello scorso ann</b>o. <br />Secondo gli esercenti i clienti acquistano on line per avere un <b>servizio superiore</b>. Come la <b>comodità </b>dell'acquisto da casa (<b>31%</b>), l'ampiezza di <b>gamma </b>(<b>21%</b>) e l'esclusività dell'<b>offerta </b>(<b>9%</b>). <br />Circa un quarto (<b>24%</b>) individua invece il motivo nella questione del <b>prezzo</b>. <br /><br />L'<b>e-commerce </b>è comunque <b>frenato </b>nella sua crescita da una <b>legislazione italiana non adeguata</b> e in alcuni casi <b>punitiva</b>, dalla ancora <b>scarsa diffusione della banda larga</b> la cui valenza strategica per lo sviluppo del Paese è sottovalutata e dai <b>costi dei servizi</b> spesso <b>superiori alla media europea</b>.<br /><br />Un fenomeno interessante è l'aumento dell'offerta dei servizi in <b>white label</b>: <b>gli esercenti</b> e-commerce che <b>hanno acquisito esperienza</b> negli ultimi anni hanno iniziato ad <b>offrire il servizio di vendita</b> a società operanti nel mondo fisico che non hanno ancora un sistema di vendita on line.<br /><br /><div align="right"><i>di Davide Casaleggio</i><br /></div><br /> ]]>
        
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    <title>Una crisi senza colpevoli</title>
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    <published>2010-04-08T08:02:37Z</published>
    <updated>2010-04-08T14:22:37Z</updated>

    <summary>La crisi più grave della storia, che ha colato a picco imprese, banche e società finanziarie, che ha lasciato senza lavoro milioni di persone e che ha annichilito i risparmi di altri milioni di persone, non ha responsabili. Se ci...</summary>
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        <![CDATA[La <b>crisi più grave della storia,</b> che ha colato <b>a picco imprese</b>, banche e società finanziarie, che ha lasciato<b> senza lavoro</b> milioni di persone e che ha <b>annichilito i risparmi</b> di altri milioni di persone, non ha responsabili. <br /><br />Se ci pensate bene, l'unico ad andare in galera per il disastro finanziario provocato è stato <b>Madoff</b>, ma in quel caso sarebbe stato difficile ignorare che aveva letteralmente <b>depredato i risparmiatori </b>che gli avevano dato i loro soldi da gestire.<br /><br />Siamo ormai a <b>due anni dallo scoppio della crisi </b>e le <b>nuove regole finanziarie</b> che erano state annunciate con grande clamore <b>non si vedono ancora</b>. In Europa si stanno studiando nuove regolamentazioni, ma verranno cautamente introdotte più o meno a fine <b>2012</b>. <br /><br />In <b>America</b>, dove la crisi è stata generata, c'è una <b>commissione </b>dal nome bellissimo - <b><i>Financial Crisis Inquiry Commission</i></b> - nominata lo scorso luglio e formata da <b>sei democratici</b> e <b>quattro repubblicani</b>, che però non ha nemmeno iniziato a lavorare. <b>Predominano le polemiche e i disaccordi</b>, e i <b>risultati </b>della presunta indagine, attesi per la fine di quest'anno, con ogni probabilità o n<b>on ci saranno </b>o lasceranno molto a desiderare.<br /><br />La <b>commissione </b>dovrebbe studiare ben <b>22 diversi fattori </b>che hanno portato alla crisi, dai prestiti subprime alla gestione dei rischi, dai derivati finanziari alla allegra gestione di molti istituti finanziari. Ma i lavori non sono ancora cominciati <b>PER MANCANZA DI FONDI</b>!<br /><br /><b>Conclusione</b>: <b>i mercati stanno riprendendo vigore</b> e con essi tornano in massa i risparmiatori che vorrebbero magari recuperare un po' dei soldi perduti. Il <b>gioco</b>, però, è <b>a rischio</b>: senza nuove regole severe e fatte rispettare con efficacia le bolle speculative sono sempre in agguato. <br /><br />Speriamo di non ritrovarci tra uno o due anni in una fotocopia della <b>grande crisi del 2008-2009</b>, e ancora una volta <b>senza nessun colpevole</b>.<br /><br /><div align="right"><i>di Enrico Sassoon</i><br /></div><br /> ]]>
        
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    <title>Le aziende e i social media</title>
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    <published>2010-03-25T10:42:01Z</published>
    <updated>2010-03-25T16:39:09Z</updated>

    <summary>Metà degli italiani che comprano on line sono presenti su Facebook. I social media come Facebook, YouTube, Twitter e i corporate blog sono sempre più importanti per la comunicazione di impresa. I social media sono così chiamati perché interattivi con...</summary>
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        <![CDATA[Metà degli italiani che comprano on line sono presenti su <b>Facebook</b>. I social media come Facebook, <b>YouTube</b>, <b>Twitter </b>e i <b>corporate blog</b> sono sempre più importanti per la <b>comunicazione di impresa</b>. I social media sono così chiamati perché <b>interattivi </b>con la possibilità di <b>inserire e ricevere contenuti in Rete</b>. Il loro utilizzo è più efficace e redditizio di qualunque pubblicità broadcasting come la televisione e i giornali. <br />Sono il <b>mercato virtuale</b> in cui si <b>rafforza il brand </b>o si<b> veicolano i prodotti</b>.<br /><br />Come si stanno muovendo le principali società del mondo? <br />La società <b>Burson-Masteller </b>ha analizzato il rapporto tra i social media e le prime 100 aziende citate dalla rivista americana <b>Fortune</b>. Si può dire che i <b>social media</b> siano ormai <b>parte del marketing</b> e <b>della comunicazione aziendale</b> con propri canali dedicati, talvolta più di uno per lo stesso social media. Circa l'<b>80%</b> usa almeno un social media, il <b>65%</b> Twitter, il <b>54%</b> Facebook, il <b>50% </b>YouTube e il <b>33%</b> ha un corporate blog. Il <b>28%</b> <b>delle società americane</b> citate da Fortune usa tutti e quattro i social media, contro solo il <b>15% delle società europee. </b><br /><br />La tendenza a <b>utilizzare più social media contemporaneamente</b> è un trend irreversibile. L'interconnessione tra i diversi social media <b>moltiplica il messaggio</b> e lo <b>rafforza </b>e crea una <i>"conversazione globale"</i> tra l'<b>azienda</b> e i suoi <b>clienti </b>e più in generale con i suoi <b>stakeholder</b>. <br />Per gestire più social media sono necessarie una <b>strategia di comunicazione</b>, una <b>organizzazione dedicata </b>e delle <b>linee guida aziendali </b>di pubblicazione e di dialogo con la Rete.<br /><br />Le prime aziende del mondo pubblicano in prevalenza <b>video </b>su <b>YouTube</b>, una media di <b>10 al mese</b> e messaggi su <b>Twitter</b>, <b>27 al mese</b>. I canali aziendali dedicati ai social media agiscono da aggregatori, molti si iscrivono e seguono regolarmente le comunicazioni della società. Su Twitter, <b>Sony </b>per le comunicazioni dedicate alla sua Play Station, è seguita da <b>115.000 fan</b>. <b>Wal Mart</b>, la catena di distribuzione statunitense, totalizza <b>17 milioni di video visti al mese</b>, e le società <b>LG e Honda circa mezzo milione</b>.<br />I canali aziendali su YouTube e su Facebook hanno spesso decine di migliaia di iscritti.<br />&nbsp;<br />L'utilizzo dei social media varia a seconda delle diverse <b>aree geografiche</b>. In <b>Giappone </b>dove vige una <b>grande riservatezza</b> nei rapporti interpersonali, Facebook non ha la stessa diffusione dell'Europa o degli Stati Uniti. In <b>Francia</b>, dove <b>Facebook </b>è seguito da <b>18 milioni</b> di utenti, si sta affermando un social media per i teen ager, Skyrock.com che ha già 15 milioni di iscritti. In <b>Italia </b>Twitter e i corporate blog sono poco rilevanti, mentre <b>YouTube </b>e <b>Facebook</b> sono sempre più diffusi.<br /><br />I <b>social media</b> possono servire sia per <b>comunicare </b>che per <b>interagire</b>, <b>non tutte le società</b> però accettano di dialogare con i navigatori e questo è un grosso limite culturale. Se non si accetta di ricevere <b>critiche </b>o <b>suggerimenti </b>su un'area creata appositamente, questi saranno pubblicati altrove in Rete, magari sui siti dei concorrenti.<br /><br /><div align="right"><i>di Gianroberto Casaleggio</i><br /></div><br />&nbsp;]]>
        
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    <title>Il rebus del cambiamento climatico</title>
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    <published>2010-03-10T09:02:43Z</published>
    <updated>2010-03-10T15:55:39Z</updated>

    <summary>Abituati agli scandali a ripetizione di casa nostra, abbiamo fatto poco caso allo scandalo internazionale che riguarda un organismo fino ad oggi tra i più rispettati: l&apos;IPCC, che per i poco pratici è l&apos;Intergovernmental Panel on Climate Change, in pratica...</summary>
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        <![CDATA[Abituati agli scandali a ripetizione di casa nostra, abbiamo fatto poco caso allo <b>scandalo internazionale</b> che riguarda un organismo fino ad oggi tra i più rispettati: l'<b>IPCC</b>, che per i poco pratici è l'<b>Intergovernmental Panel on Climate Change</b>, in pratica l'istituzione di metereologi e scienziati del clima che da anni ci ammonisce rispetto all'avvento del cambiamento climatico e del riscaldamento globale. È saltato fuori, infatti, che <b>alcuni dati </b>(in particolare quelli sullo scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya) siano stati<b> in parte inventati </b>e <b>in parte enfatizzati</b>; in questo modo la credibilità di un po' tutto l'impianto dell'IPCC è andata a pallino.<br /><br />È <b>sceso in campo</b>, per difenderlo, persino il premio Nobel ed ex-vicepresidente Usa<b> Al Gore</b>, autore di quel documentario intitolato <b><i>Una scomoda verità</i></b> che ha emozionato milioni di persone e ne ha convinte la maggior parte sulla catastrofe ambientale imminente, a meno che non si faccia subito qualcosa al riguardo. In ballo ci sono ora <b>scelte storiche determinanti</b>, ad esempio nel quadro del <b>Protocollo di Kyoto</b> per l'abbattimento della <b>CO2 </b>e degli altri <b>gas serra</b>, il rinnovo avviato al recente <b>vertice di Copenhagen</b>, o altri trattati di diversa impostazione che alcuni Paesi - a partire dall'America - desidererebbero al posto di quello di Kyoto.<br /><br />Insomma, la <b>confusione ormai regna sovrana</b> e il problema si fa serio. Se anche fosse vero che i dati dell'IPCC fossero sbagliati o inventati, il <b>problema dell'inquinamento globale rimarrebbe</b> quello che è: una cosa estremamente seria e preoccupante, di cui tutti sentiamo gli effetti dannosi, anche se non possiamo dire che porterà a cambiamenti globali del clima planetario, al riscaldamento globale e all'innalzamento del livello degli oceani.<br /><br />In passato il mondo delle imprese guardava con ostilità a chi proponeva azioni drastiche di riduzione delle emissioni di gas serra e altri interventi per l'ambiente. Oggi non è più così: <b>governi e imprese,</b> col supporto delle istituzioni scientifiche e accademiche, convergono nel ritenere che la lotta per la <b>sostenibilità </b>va appoggiata.<br /><br />Certo, <b>c'è chi si impegna di più</b>, pagandone i costi, e <b>chi cerca di scapolarla</b>, e questi ultimi vanno individuati e costretti a pagare la loro parte. Così come <b>noi cittadini dobbiamo pagare la nostra parte </b>se vogliamo vivere in un mondo più sano e meno inquinato, e tramandarlo ai nostri discendenti.<br /><br />Per cui, IPCC o meno, <b>la battaglia per l'ambiente deve essere ancora combattuta</b> perché di certo i problemi da affrontare sono molti e complessi. Senza catastrofismi, ma anche senza abbassare la guardia.<br /><br /><div align="right"><i>di Enrico Sassoon</i><br /></div><br /> ]]>
        
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    <title>La pubblcità on-line</title>
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    <published>2010-02-24T13:03:37Z</published>
    <updated>2010-02-25T15:36:26Z</updated>

    <summary>La crisi economica e la rete stanno cambiando la pubblicità. La stanno cambiando dalle fondamenta, nei contenuti e nella modalità di propagazione, non più broadcasting, ma profilata all&apos;interno di un mondo molto frammentato come quello della rete.Molte agenzie di pubblicità...</summary>
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        <![CDATA[La <b>crisi economica</b> e la <b>rete </b>stanno cambiando la <b>pubblicità</b>. <br />La stanno cambiando dalle fondamenta, nei <b>contenuti </b>e nella <b>modalità di propagazione</b>, non più <i><b>broadcasting</b></i>, ma <b>profilata</b> all'interno di un mondo molto frammentato come quello della rete.<br />Molte <b>agenzie di pubblicità</b> <b>tradizionale </b>sono in grande difficoltà, o addirittura stannno chiudendo, a causa di <b>due forze</b> concorrenti: la <b>rete </b>e il calo degli introiti pubblicitari dovuti alla <b>crisi economica</b>.<br /><br />E' improprio parlare però di migrazione della <b>pubblicità </b>dai media tradizionali verso la rete, bisognerebbe parlare di <b>mutazione</b>. <b>Non </b>si parla di <b>trasferimento </b>d'investimenti da un mondo <i>pre-rete </i>a un mondo <i>post-rete</i>, ma si parla di <b>mutazione delle forme </b>di pubblicità e <b>della modalità di investimento</b>.<br /><br />Ci sono <b>segnali </b>legati allo <b>spostamento </b>di <b>importanti investimenti economici</b> verso la pubblicità in rete, che possono anche raggiungere il <b>14-15-18%</b> in un singolo paese. Ci sono anche <b>segnali più tangibili</b> come, ad esempio, gli stessi <b>video </b>che vengono <b>creati per il mondo pubblicitario</b>. Esiste infatti&nbsp; un <b>premio annuale</b> che viene <b>dato al miglior video pubblicitario</b>, un oscar rilasciato a Cannes; nel <b>2008 </b>vinse un filmato della <b>Cadbury </b>in cui si vedeva un gorilla che prendeva ispirazione e dopo questa ispirazione improvvisamente cominciava a suonare una batteria. Questo filmato ebbe un <b>grande successo </b><b>non in televisione</b>, media per il quale era stato creato, ma <b>grazie a internet</b>, con quasi <b>5 milioni di accessi</b>.<br /><br />L'anno successivo, nel <b>2009</b>, <b>ha vinto </b>direttamente un <b>video creato per la rete</b> legato ad un concorso per il miglior lavoro del mondo; ha vinto grazie ad un grande <b>passaparola</b>, sia in rete che attraverso i media tradizionali.<br /><br />Le <b>principali agenzie pubblicitarie</b> si ritrovano oggi in un nuovo <b>mondo </b>che <b>non conoscono</b> e con <b>clienti </b>che lo <b>conoscono meno di loro</b>; un mondo dominato dai <i><b>social media</b></i>, dal <b><i>passaparola </i></b>e dal <b><i>viral marketing</i></b>, non da cartelloni stradali o pubblicità inserite all'interno di un programma televisivo. <br /><br />La <b>crisi economica del 2008</b>, che ha visto una forte riduzione degli investimenti pubblicitari, è avvenuta all'interno di un trend che persisteva da molti anni; dal 2002 infatti gli investimenti pubblicitari erano in calo.<br />Oggi <b>gli investitori pubblicitari</b> <b>pretendono </b>sempre più una <b>misurazione </b>dei <b>ritorni</b>, vogliono sapere se hanno guadagnato oppure no con una certa campagna pubblicitaria, e questo in rete è possibile.<br />Le <b>agenzie pubblicitarie</b> sono spesso l<b>egate al vecchio modello di messaggio massificato</b>, uno per milioni di persone, ma questo approccio in rete oltre che inutile è anche estremamente costoso. Secondo un articolo riportato dal <b><i>Financial Times</i></b> il costo pubblicitario on line, con questo approccio broadcasting pre rete, può costare <b>3 volte</b> il costo che attualmente viene investito nei media tradizionali, come i <b>giornali </b>o la <b>televisione</b>.<br /><br />Le<b> agenzie tradizionali </b>tendono a costruire le campagne marketing dal punto di vista dell'azienda e della protezione del loro brand, mentre la<b> rete rovescia completamente il processo</b>, perché è il <b>cliente </b>che diventa il <b>primo veicolo pubblicitario</b> di una società e dei suoi prodotti.<br /><br /><b>Mary West</b>, responsabile marketing della <b><i>Kraft </i></b>ha spiegato: <i>"nel vecchio mondo le agenzie precedevano i clienti, ora i clienti precedono le agenzie e i consumatori precedono chiunque, la pubblicità in effetti in rete la fa il cliente"</i>. <br /><br /><div align="right"><i>di Gianroberto Casaleggio</i><br /></div>]]>
        
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    <title>I vincoli della crescita</title>
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    <published>2010-02-09T09:59:48Z</published>
    <updated>2010-02-11T14:59:21Z</updated>

    <summary>Il biennio orribile 2008-2009 è finito ed ora si guarda con maggiore fiducia alla ripresa che verrà, si spera, nel biennio 2010-2011.Un moderato ottimismo sembra, infatti, più giustificato oggi rispetto a qualche mese fa, anche se la cautela è d&apos;obbligo....</summary>
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        <name>Maurizio Benzi</name>
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    <content type="html" xml:lang="it" xml:base="http://www.casaleggio.it/webtime/">
        <![CDATA[Il <b>biennio orribile 2008-2009 </b>è finito ed ora si guarda con maggiore fiducia alla ripresa che verrà, si spera, nel biennio <b>2010-2011</b>.<br /><br />Un <b>moderato ottimismo</b> sembra, infatti, più giustificato oggi rispetto a qualche mese fa, anche se la cautela è d'obbligo. A guardare le più recenti indagini del <b>Fondo Monetario Internazionale</b>, si ricava che il 2010 segna un rimbalzo relativamente intenso rispetto al 2009, con una <b>crescita globale del 3,9%</b>, che si consoliderà al <b>4,3% nel 2011</b>. Se confermato, questo andamento è piuttosto confortante, non solo perché ribalta il crollo dello 0,8% del Pil globale nel 2009, ma anche perché è decisamente superiore al 3% segnato nel 2008, anno in cui è esplosa la crisi finanziaria ma nel quale gli effetti sulla crescita economica erano stati ancora modesti.<br /><br />Naturalmente, la <b>crescita</b> nel biennio <b>non </b>sarà <b>omogenea</b>. Sarà <b>blanda </b>in <b>Usa</b>, <b>Eurozona </b>e <b>Giappone</b>; sarà <b>intensa </b>in <b>Cina </b>e <b>India</b>, buona in altri Paesi asiatici e in America Latina; <b>problematica </b>in una serie di altri Paesi come <b>Grecia</b>, <b>Spagna </b>ed<b> Est Europa</b>. Per descrivere la situazione un famoso commentatore britannico si è divertito a creare l'acronimo <b>LUV</b>, in cui la forma delle lettere richiama la forma delle curve di crescita delle varie aree. <b>Lenta crescita in Europa</b> (curva a L), un po' meglio negli<b> Usa</b> (curva a U), decisamente meglio in <b>Asia </b>(rimbalzo a V).<br /> <br />I <b>vincoli </b>che condizionano la crescita sono al momento <b>essenzialmente due</b> e sono ambedue eredità della crisi un po' difficili da districare. Il <b>primo </b>è quello dell'<b>elevato debito</b> che un po' tutti i Paesi hanno accumulato a causa delle forti iniezioni di denaro pubblico nei sistemi economici per scongiurare un crollo verticale della produzione e della domanda. D'ora in poi sarà necessario non solo evitare di allargare ancora il buco, ma cominciare a richiuderlo. Questo vuol dire o<b> minore spesa pubblica o maggiori tasse</b> e di qui non si scappa. E poiché questa situazione porta pressione sul mercato del credito, significa anche che le imprese faranno più fatica a prendere denaro a prestito, e lo pagheranno comunque di più. Dunque, <b>meno crescita</b>.<br /><br />Il <b>secondo </b>problema riguarda i <b>consumatori</b>. Dopo qualche mese attorno al periodo natalizio in cui i consumi hanno ripreso a crescere, e comunque non in misura molto rilevante, le <b>famiglie sembrano essere tornate all'austerità</b> che ha caratterizzato i mesi peggiori della crisi tra 2008 e 2009. <br /><br />È logico, d'altronde, perché la <b>disoccupazione </b>sta toccando proprio ora il<b> suo picco</b> e i redditi non solo non salgono, ma vengono da anni erosi dall'inflazione. Le <b>previsioni sui consumi non sono ottimistiche</b>, almeno fino all'estate. Forse dall'autunno, se l'occupazione tornerà a salire e l'economia a crescere, ritornerà il bel tempo anche nel campo dei consumi.<br /><br /><div align="right"><i>di Enrico Sassoon</i><br /></div><br /><br /> ]]>
        
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    <title>Lo stato della blogosfera</title>
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    <published>2010-01-28T10:08:18Z</published>
    <updated>2010-01-28T16:09:14Z</updated>

    <summary>La blogosfera è l&apos;insieme dei blog presenti sulla Rete. Ogni anno la società Technorati ne valuta lo sviluppo e le tendenze a livello mondiale attraverso i suoi milioni di associati. Nel 2009 nonostante la crisi mondiale, o forse anche grazie...</summary>
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        <![CDATA[La <b>blogosfera </b>è l'insieme dei blog presenti sulla Rete. Ogni anno la società <b>Technorati </b>ne valuta lo sviluppo e le tendenze a livello mondiale attraverso i suoi milioni di associati. Nel <b>2009 </b>nonostante la crisi mondiale, o forse anche grazie a questa, la blogosfera è comunque <b>cresciuta</b>. <br /><br />I blogger sono per Technorati distinti in<b> quattro categorie</b>, chi lo è per <b>hobby </b>(72%), chi per integrare i suoi guadagni come <b>attività part time </b>(15%), chi come propria <b>attività principale</b> (9%) e chi è blogger per un'<b>azienda </b>o un'<b>organizzazione</b> (4%).<br /><br />Nel 2009 la blogosfera si è <b>integrata </b>sempre di più con <i><b>social media </b></i>come <b>Twitter </b>o <b>Facebook </b>per diffondere e amplificare i suoi contenuti. La presenza della blogosfera nei <b>media tradizionali </b>è aumentata in modo sensibile ed è ormai frequente la citazione di un post su un giornale o di un video preso dalla Rete nei telegiornali.Circa il <b>50% dei blogger </b>ha affermato di essere stato citato in almeno un media tradizionale. <br /><br />I blogger sono per il <b>60% uomini tra i 18 e i 44 anni</b>, con un'istruzione medio alta, il <b>40%</b> è infatti <b>laureato</b>. I blogger attivi con più di 6 anni di attività, un tempo lunghissimo per la Rete, sono solo il 6%. Nell'ultimo anno la <b>curva di crescita</b> dei nuovi blogger è <b>diminuita </b>passando di mese in mese dal 7 al 3%. Una tendenza che può essere attribuita a due fattori: l'enorme <b>numero di blog esistenti</b> e la <b>concentrazione degli accessi </b>in un numero limitato di blog. <br /><br />I blogger spesso sono giornalisti o ex giornalisti, il <b>35% ha collaborato con i media tradizionali </b>e ben il <b>27% dei blogger</b> lavora per i <b>giornali </b>o per la <b>televisione</b>. <br /><br />Per i <b>blogger professionisti </b>la valutazione del successo rimane il <b>numero unico di visitator</b>i. Più visitatori significano più pubblicità, la prima e quasi unica fonte di ricavi, che negli stati uniti può arrivare a <b>122.000 dollari/annui</b>.<br /><br />Ma ci sono anche altri modi in cui il blogger percepisce il suo successo; tra questi il numero e la <b>qualità di richieste di business</b> (se il blog promuove delle attività), il numero di <b>commenti</b> per articolo e il numero di <b>link </b>al blog da altri siti. <br /><br />I blogger sono non solo produttori di contenuti di qualità o veicoli di traffico spesso selezionato, ma anche <b>testimonial</b>. L'<b>influenza </b>di centinaia di milioni di blogger e della loro conversazione ininterrotta sta <b>modificando l'opinione pubblica.</b> Le aree che sono e saranno più interessate e influenzate dalla blogosfera sono la <b>politica</b>, la <b>tecnologia</b>, il <b>business </b>e l'<b>ambiente</b>.<br /><br /><div align="right"><i>di Gianroberto Casaleggio</i><br /></div><br /> <div><br /></div>]]>
        
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    <title>Auto-innovazione</title>
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    <published>2010-01-14T09:07:46Z</published>
    <updated>2010-01-14T14:03:35Z</updated>

    <summary>Battuta recentemente dalla Cina come primo produttore mondiale di auto, l&apos;America sta ponendo la testa a un altro problema: quello dell&apos;auto elettrica. Nei giorni scorsi si è svolto il salone dell&apos;auto di Detroit, e l&apos;atmosfera era un po&apos; particolare. Nonostante,...</summary>
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        <![CDATA[Battuta recentemente dalla <b>Cina </b>come primo produttore mondiale di auto, l'<b>America </b>sta ponendo la testa a un altro problema: quello dell'<b>auto elettrica</b>. <br /><br />Nei giorni scorsi si è svolto il <b>salone dell'auto di Detroit</b>, e l'atmosfera era un po' particolare. Nonostante, infatti, le auto a benzina o gasolio rappresentino tuttora il 97% del mercato, contro uno stabile <b>3%</b> di quelle <b>ibride </b>o <b>elettriche</b>, la <b>sensazione </b>è stata che l'<b>auto a combustibili fossili </b>si stia ormai avviando a essere lei stessa un <b>fossile</b>. Poco, probabilmente, accadrà nei prossimi due o tre anni, ma il <b>traguardo </b>che hanno in mente i produttori non è il 2015, ma il <b>2020</b>.<br /><br />I <b>problemi </b>sono due. Il <b>primo </b>è che, nonostante la <b>spinta verde dei consumatori</b> su un numero crescente di prodotti, <b>in quanto automobilisti </b>questi stessi consumatori <b>restano</b> volentieri <b>alla finestra</b> quando si tratta di auto ibride o elettriche. <br />Un po' per il <b>costo iniziale</b>, un po' per l'<b>insufficiente autonomia</b>, un po' per le <b>difficoltà di rifornimento</b>. E, di fronte a queste incertezze, i produttori fanno sforzi e previsioni, ma restano cauti.<br /><br />Il <b>secondo </b>problema è che l'<b>orizzonte temporale è estremamente incerto</b>. Le previsioni sulla <b>penetrazione </b>delle auto ibride o elettriche al <b>2020 </b>vanno dal <b>10% al 90% del mercato</b>. Nessuno è in grado di essere più preciso di così e, conseguentemente, gli investimenti in innovazione seguono la stessa incertezza.<br /><br /><b>Le cose</b> però <b>si muovono</b>, in Usa come in Europa, in Giappone come in Cina. Le case automobilistiche stanno lavorando a modelli sempre nuovi e la <b>Toyota </b>prevede senza mezzi termini che le <b>auto ibride</b> con motore elettrico <b>diventeranno </b>abbastanza in fretta la <b>tecnologia chiave dell'industria</b>. D'altra parte, notano alla Ford, per rispettare l'obiettivo di Obama di innalzare negli Usa lo standard di percorrenza da 27,5 miglia/gallone di oggi a 35,5 nel 2016, il ricorso all'ibrido è praticamente obbligatorio.<br /><br />Ancora una volta, la <b>chiave </b>è duplice: i <b>consumatori</b>, che si devono abituare all'idea di un'auto differente con prestazioni differenti; e l'<b>industria</b>, che deve riuscire a realizzare in breve il passaggio tecnologico che consenta a ridurre il gap di prestazioni e costi dalle auto di oggi a quelle di domani.<br /><br /><div align="right"><i>di Enrico Sassoon</i><br /> </div>]]>
        
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