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23 febbraio 2018
Capitali per le startup, perché serve coordinare l’intervento statale

Intervista del 19 febbraio 2018 da parte del Corriere della Sera a Davide Casaleggio.

Nella Champions League dell’innovazione, l’Italia non supera (ancora) i gironi di qualificazione. A mancarci, oggi, è soprattutto un aspetto della preparazione atletica: i finanziamenti. Quelli destinati alle startup sono ancora troppo pochi e di difficile accesso, stimabili in qualche centinaia di milioni di euro l’anno (3,8 milioni di euro in media a finanziamento), mentre nel resto dell’Europa si aggirano intorno a qualche miliardo di euro. I conti li ha fatti la Casaleggio Associati, la società di ricerca e consulenza strategica alle aziende, da sempre orientata ai temi che toccano la business innovation. Il Rapporto sullo stato del venture capital in Italia (realizzato intervistando oltre cento aziende che hanno ricevuto finanziamenti superiori a 500 mila euro dai principali fondi che investono in Italia) è da oggi scaricabile sul sito della società. Davide Casaleggio, che la presiede, ha anticipato i risultati all’Economia del Corriere. E ha provato a spiegare come mai, degli 8 miliardi investiti in Italia nel 2016, meno del 2% arrivavano da venture capital. «La maggior parte delle operazioni sono ancora condotte tramite private equity — spiega Casaleggio —. Non esiste un vero ecosistema capace di attrarre i venture capital. Per crearlo, bisogna agire in varie direzioni, per esempio potenziando il capitale di rischio disponibile e coordinando l’intervento statale. In Italia le politiche per l’imprenditorialità sono spesso gestite a livello regionale e mancano di un coordinamento centrale. Questo rende scarsamente efficaci le azioni tese a finanziare la fase di avvio delle startup, basate su contributi a pioggia e spesso a fondo perduto». Gli esempi non mancano: «In Abruzzo la Finanziaria Regionale Abruzzese gestisce un fondo di rotazione, StartHope, e ha inaugurato un incubatore a Pescara. Nel Lazio è Lazio Innova a sostenere l’innovazione. In Basilicata nel 2015 è stato lanciato il primo fondo regionale venture capital con 8 milioni. Una soluzione di successo in Francia è stata, invece, l’istituzione della Banca Pubblica d’Investimento». Secondo Casaleggio serve anche: «Incentivare l’open innovation dei grandi gruppi, fare formazione destinata all’innovazione e potenziare il sistema di crowdfunding, sul modello del Regno Unito e della Francia».

Il confronto
Con un sistema ancora così poco maturo rispetto all’Europa, la sfida è quella di uno sviluppo in tempi brevi. «La Francia in pochi anni è passata da una cifra investita simile a quella che abbiamo in Italia oggi, a una pari a oltre venti volte tanto — spiega Casaleggio —. Lo ha fatto tramite una razionalizzazione degli incentivi pubblici con una banca pubblica di investimento, una moral suasion nei confronti delle grandi società francesi a investire in corporate venture capital offrendo possibili exit agli investimenti iniziali e un sistema di incentivi fiscali e normativi per attrarre investitori dall’estero. Se ha funzionato per la Francia non vedo perché dovremmo perderci l’opportunità di finanziare l’innovazione anche in Italia». Anche perché, emerge dal Rapporto, innovazione fa rima (anche) con occupazione. Spiega Casaleggio: «Per ogni milione investito da parte di venture capital si creano 12 posti di lavoro nell’azienda e 60 nell’indotto. Inoltre, il 60% del campione analizzato prevede di raddoppiare il proprio organico nei prossimi due anni. È interessante notare anche l’effetto moltiplicativo che in Italia ogni lavoratore impegnato nel settore hi tech genera: altri 5 posti di lavoro in altri settori in termini di indotto». Allora la crescita dell’Italia passa anche da migliori condizioni per le startup? «Negli Usa il venture capital è stato essenziale, se si pensa che aziende come Amazon o Apple hanno iniziato a raccogliere finanziamenti in questo modo. Il potenziale assoluto è importante: le aziende Usa quotate finanziate da venture capital impiegano oggi 4 milioni di persone. Ecco perché anche in Italia non possiamo pensare all’innovazione senza il giusto ecosistema di finanziamento».