FOCUS

26 aprile 2018
Lo stato del Private Equity in Italia

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L’innovazione e la crescita delle aziende italiane passa anche dal loro finanziamento. Il Private Equity è uno degli strumenti principali per riuscire a far competere le medie e grandi aziende italiane a livello globale.
In Italia il mercato del Private Equity è presente da oltre 20 anni, ma stenta a decollare del tutto ed è ancora distante dai livelli raggiunti in Francia, Germania e Spagna. Infatti, il numero di operazioni nel nostro Paese nel corso degli anni è rimasto quasi invariato: circa 284 operazioni annue.
La crescita del Private Equity è stata limitata da alcune peculiarità del mercato italiano. L’opinione comune e condivisa dai principali operatori del settore, vede alla base del mancato sviluppo del Private Equity in Italia una serie di punti critici, sui cui è necessario lavorare e su cui è importante agire a breve e nel lungo termine, per consentire a questo mercato di avvicinarsi agli standard Europei.
Nonostante il mercato del Private Equity nel nostro Paese sia ancora di piccole dimensioni, la convinzione comune è quella che l’Italia sia un Paese con buone potenzialità e un terreno fertile per lo sviluppo del sistema dei finanziamenti all’innovazione perché dotato di un Know-how produttivo e industriale che ha dato vita a tante eccellenze medio/grandi che fanno gola a molti investitori nazionali e stranieri.
Il principale ostacolo alla crescita del Private Equity nel nostro Paese è dato da un ecosistema arretrato, in cui alla base risiede una grande problematica culturale delle aziende Italiane in termini di mentalità, ma anche di conoscenza del mercato del Private Equity stesso, che con difficoltà viene percepito anche come una forma di supporto alle società. Un supporto che non si limita soltanto all’apporto di capitale ma che introduce anche conoscenze, esperienze, managerialità e innovazione.
Un’altra grande criticità consiste nella difficoltà di raccogliere capitale per il sostentamento e la vita dei fondi che vengono creati. L’incapacità di raccolta di capitale deriva da una mancanza di investimenti da parte dei fondi statali italiani: casse e fondi previdenziali, fondi assicurativi e fondazioni bancarie che guardano al nostro mercato come troppo rischioso, in cui il principale rischio percepito è quello di uno scarso ritorno in termini di liquidità, in questo modo si affidano ad advisor esteri e di conseguenza non sono motivati e spinti a versare capitale in attività locali.
Altra problematica che blocca i grandi investitori esteri è l’incertezza e la complessità dei sistemi regolamentari che causano una dilatazione dei tempi delle operazioni di finanziamento.
Le basi per costruire un mercato del Private Equity Italiano fertile sono già state poste, ma le sfide da affrontare affinché possa spiccare il volo non sono poche: tra queste sicuramente c’è la necessità di creare un ecosistema di contorno che possieda la conoscenza, le competenze e la managerialità per apportare l’innovazione che fino ad oggi è mancata.

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